Di Olga Chieffi
Oggi è il Giovedì Santo inizia una ritualità che vedrà animarsi le vie del nostro centro storico che come in ogni festa “comandata” vedrà i salernitani esibire i due fatidici volti, il sacro e il profano. Al Medioevo risale la cosiddetta visita a quello che impropriamente viene chiamato “sepolcro”. Al termine della messa “In Coena Domini” si ripone il SS. Sacramento in un altare allestito per la sua venerazione. Testi liturgici antichi dicono che “posto il corpo di Cristo tra due patene, sia portato con ceri e incenso in forma molto onorifica… e sia posto in un luogo a ciò preparato”, fra lumi e fiori. L’olivo, simbolo dell’orto e della nuova strada da percorrere, per divulgare il verbo, posta sotto la croce. Una sintesi tra creazione e storia: doni di Dio che ci collegano sempre con quei luoghi del mondo, nei quali Dio ha voluto agire con noi nel tempo della storia, diventare uno di noi. Tutto rimanda all’Orto degli Ulivi, in cui Gesù ha accettato interiormente la sua Passione. Esposti ai piedi dell’altare i germogli di grano cresciuti nell’oscurità. I germogli di grano sono un dono pagano, simbolo del concetto fecondità-vita-desiderio del luogo felice, che risiede nel giardino. I piccoli vasi divengono, così simbolo di képos o paràdeisos di inesplorate delizie: una visione – che ritroviamo nel Cantico dei Cantici IV 13 – dove si passa dall’ombra, a un’oasi di verde e di luce, che si adorna dei fiori più belli e si insapora dei frutti più dolci, per andare oltre il Venerdì Santo, con le sue tristi ombre, il perpetuo crepuscolo di questo momento, che è quello del mondo. “Com’è lunga l’attesa…” pronuncia tra sé Tosca, attendendo la “falsa” fucilazione del suo Mario, un ultimo coup de théatre della primadonna che si fa maestra di recitazione, tra i merli di Castel Sant’Angelo, un “lasciapassare”, quell’ attesa, verso la vita, che si trasforma in una sfida, il tutto elevantesi a monumento sepolcrale. “Era l’ora delle speranze e lui meditava le eroiche storie che probabilmente non si sarebbero verificate mai, ma che pure servivano a incoraggiare la vita. […] Una battaglia, e dopo forse sarebbe stato contento per tutta la vita”, scrive il Dino Buzzati de’ “Il deserto dei Tartari”. Nel volume di aforismi “L’attesa, l’oblio”, Maurice Blanchot parla dell’ “attesa riempita dall’attesa, riempita-delusa dall’attesa”. Il che forse vuol dire che l’attesa impartisce lezioni tanto alla nostra disperazione quanto alla nostra speranza. In chiesa sarà il momento del silenzio e dell’attesa, è l’agonia di Gesù, dove agonia sta per lotta, sta per angoscia, il viso si imperla di sangue. Poi, Gesù, resta solo. La nostra mente anticipa la sofferenza che sentiremo quando il fallimento del nostro progetto diventerà infine realtà. Di fronte a una caduta costruiamo immediatamente tutti i tasselli di un tracollo che, forse, non arriverà, ma a cui ci avviciniamo, attraverso l’immaginazione, e quanto più ci arrovelliamo, al quadro chiudiamo irrimediabilmente le ombre, al passo con la nostra angoscia. Aspettare non è cosa facile, richiede pazienza, attenzione, calma. Significa vivere nel dubbio, cercare un segnale o un minimo rumore (attenzione, il silenzio non esiste!), che sia un preannuncio, una scintilla che accenda un barlume di speranza. Nel frattempo, bisogna essere pronti ad affrontare il buio della notte, muovere bene gambe e braccia controcorrente, resistere al freddo delle stelle, bisogna “pathire”, conquistare seriamente gli “strumenti”, la consapevolezza per agonizzare nel senso antico di lottare e decidere in solitudine, poiché, le grandi prove, il cambiamento, le scelte si affrontano da soli, tanto i sacrifici eroici, quanto quelli della vita ordinaria. Ecco che i discepoli fuggirono all’arrivo dei soldati dopo il bacio del discepolo più caro, il tradimento, la cattura, “stazioni” che ci porteranno domani, al rito delle tenebre. Non ci sottraiamo al lato profano del Giovedì Santo, simbolico, storico che ci farà ritrovare ancora insieme, non innanzi, purtroppo, alla celebrata zuppa di cozze, ma, magari, a dividersi il “veccillo”, un tortano di pasta brioche, d’obbligo della Pasticceria Pantaleone (unico giorno dell’anno per assaggiare il loro impasto unico, non contemplato abitualmente, poiché considerato dall’indimenticato Mario prodotto di forneria), profumatissimo, naturalmente con inserti di uova e granella di zucchero, da bissare il Sabato Santo. E’ questo il dolce per provare il forno prima di porre in cottura le celeberrime pastiere, che scioglieranno le campane della Resurrezione, unitamente alla speranza e ci auguriamo, all’incalzante Primavera.
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