La notizia più “notiziabile” di questo Festival morente, barcollante e democristiano? Non cercatela tra i ritornelli, ma nel certificato di sfratto esecutivo notificato in mondovisione. Carlo Conti, il “ragioniere del catasto” prestato alla musica, ha chiuso la pratica ligure rifilando una supercazzola in conferenza stampa: giurava di non pensare al futuro, e intanto preparava gli scatoloni sotto lo sguardo di TeleMeloni. Il passaggio di testimone con Stefano De Martino è un inedito assoluto: licenziamento in tronco camuffato da staffetta, annunciato in diretta mentre i fiori dell’Ariston erano ancora freschi.

Le chiavi della cassaforte musicale affidate, si vocifera, a Fabrizio Ferraguzzo
Il trentaseienne di Torre Annunziata, ex Amici, ex Belen, ex Emma Marrone, eredita un carrozzone dai numeri impietosi, con gli ascolti in picchiata e lo streaming che segna l’elettrocardiogramma piatto. L’operazione, ci risulta, era in cantiere da un anno, con Geppi Cucciari scalpitante per fargli da spalla (o da badante intellettuale). Resta da capire se la vedremo nel 2027 come mina vagante o se lo scugnizzo, ormai conduttore e direttore artistico, deciderà di ballare da solo. Nel dubbio, le chiavi della cassaforte musicale saranno affidate, si vocifera, a Fabrizio Ferraguzzo. L’uomo che ha inventato i Måneskin, ex Sony, sarà il presidio militare dei discografici sul campo. Stefano metterà il sorriso, il generale metterà l’elmetto, e insieme proveranno a recuperare i telespettatori persi quest’anno, e le prime file delle etichette.

Il cattivo gusto ha toccato il fondo con Andrea Bocelli
Ma veniamo alla cronaca di questa finale, iniziata sotto i peggiori auspici. Con i venti di guerra che soffiano dall’Iran, l’Ariston ha indossato l’abito della “riflessione” istituzionale. Giorgia Cardinaletti, ex di Cremonini e volto rassicurante del Tg1, ha dovuto fare lo “spiegone” geopolitico, tra il moro di Firenze e la signora di Solarolo. Un momento necessario, che però strideva terribilmente con il resto del baraccone.

Perché subito dopo l’appello per la pace, il cattivo gusto ha toccato il fondo con Andrea Bocelli entrato in sella a un purosangue bianco: una scena talmente ricalcata da Benigni e finita nel ridicolo involontario, proprio mentre i Pooh celebravano i 60 anni facendo strappare i cateteri ai fan in piazza e Max Pezzali restava spiaggiato sulla nave, da lunedì, come un naufrago dimenticato.
Sal Da Vinci, la vittoria del pubblico “contro” la sala stampa
Ma chi ha vinto questo festival del catasto? Prevedibilmente, l’inarrestabile Sal Da Vinci. La sua Per sempre sì, tormentone neoromantico, espugna la terra dei cachi grazie al voto massiccio di Napoli e della generazione TikTok. Il pubblico che lo aveva già incoronato con Rossetto e caffè ha ribaltato il tavolo, umiliando una sala stampa che lo aveva snobbato al primo giro.

Al secondo posto, la rivelazione, Sayf, che ha portato una canzone politica travestita da tormentone, scalando il gradimento con merito. Il premio della critica Mia Martini, invece, è andato a Fulminacci: la sua Stupida sfortuna è una piccola delizia in un mare di banalità.

A De Martino il compito di rianimare un cadavere che non ha più voglia di cantare
Il resto della serata è stata un’epidemia sentimentale di basso profilo, da Samurai Jay che ha trascinato la genitrice sul palco a Tommaso Paradiso che la cercava disperatamente in platea. Troppa famiglia, troppa melassa.

Alessandro Gassmann, unico rimasto a casa, potrebbe valutare l’esposto alla procura di Imperia: «Vengo anch’io? No tu no». Tra un Nino Frassica tornato per lanciare i due speciali di Sanremo e il pianto di Gino Cecchettin a notte fonda, con i nomi delle donne uccise per femminicidio proiettate sui maxischermi – un momento che il servizio pubblico avrebbe dovuto nobilitare ben prima dell’una – il sipario cala su un fallimento annunciato.

Conti, ossessionato dal cronometro e da una visione televisiva che guarda allo specchietto retrovisore, naufraga da solo e lascia a De Martino l’onere di rianimare un cadavere che non ha più voglia di cantare. Affari suoi, davvero.
