Capaccio. Le accuse di Squecco al Comune. La lettera

di Peppe Rinaldi

Un’amministrazione che muove i primi passi sotto una “nuvola carica di odio e voglia di distruzione”. È il durissimo grido d’allarme – chiamiamolo così – che alcuni mesi fa lanciò Roberto Squecco, noto imprenditore della zona, in una lettera indirizzata all’attuale primo cittadino di Capaccio Paestum, l’avvocato Gaetano Paolino. L’imprenditore, al tempo già ristretto in regime di «domicilio esterno» per via dell’inchiesta della Dda di Salerno nella quale è coinvolto pure l’ex sindaco Franco Alfieri (vedi archivio del giornale, nda), affida al nuovo primo cittadino una denuncia circostanziata contro un dipendente dell’ente, descritto come un “pericolo per l’incolumità delle libere persone”.

Prima di pubblicare questo articolo sono stati necessari lunghi momenti di riflessione tenuto conto dell’autore e del contesto in cui la vicenda s’è consumata. Il merito della lettera è terribile e, pertanto, non pubblicabile se non dopo uno scrupoloso lavoro di riverniciatura. Il protagonista è pur sempre un uomo ferito dall’arresto e dalla detenzione, quindi suscettibile di qualunque stato d’animo, e le «referenze» non deporrebbero neppure a suo favore vista la scivolosità di certi ambienti e di certe lotte sanguinarie locali la cui origine è nota solo ai diretti interessati: ma non per questo ciò che dice, anzi, ciò che scrive non acquista valore e interesse pubblico dal momento che Squecco si trova al centro di una bufera politico-giudiziaria che ha stravolto il paesaggio cittadino e circostante. Il destinatario dei suoi strali, una miscellanea di emozioni intime intrecciate con fatti pubblici di rilievo, la cui identità non può certo essere qui squadernata come se parlassimo di partite di calcio (per ovvie ragioni, morali e giuridiche), forse ignora l’esistenza di questa lettera: in verità non sappiamo neppure se lo stesso sindaco di Paestum l’abbia ricevuta o ne abbia avuto notizia; ciò che ci è parso irrinunciabile, però, è il dato di cronaca generato dal fatto che Squecco ha indicato circostanze precise, luoghi, persone, strutture fisiche, realtà esistenti, sottoscrivendone poi la denuncia nella consapevolezza che certe mosse non possono essere senza conseguenze. E’ stato il famoso «cupio dissolvi» ad aver mosso l’imprenditore di Capaccio, al punto da spingerlo a un passo tanto estremo? Questo lo possono sapere solo il diretto interessato e, forse, gli inquirenti che attorno a questo capitolo specifico del più ampio caso Alfieri hanno lavorato a lungo.

Ora continuiamo a riassumere la storia.

L’ombra del ricatto e le condanne mai sanzionate

Al centro della denuncia vi è la figura di un dipendente presso il comune di Capaccio. Secondo quanto esposto da Squecco, il soggetto in questione si sarebbe reso protagonista di un tentativo di estorsione in suo danno (somma richiesta 15mila euro) per evitare la revoca di una concessione demaniale riguardante uno stabilimento balneare. Parliamo del “Lido Kennedy”, lo stesso che ha inguaiato Alfieri ed altri, oltre allo stesso Squecco, per i noti fatti di cronaca giudiziaria.

Ma non è solo la condotta morale a essere messa in discussione, quanto la sua posizione amministrativa. Il dipendente risulterebbe infatti condannato in sede penale senza tuttavia aver mai subito provvedimenti disciplinari o sospensioni. Emergono poi dettagli inquietanti su una presunta abitudine del dipendente a registrare conversazioni private con esponenti politici per poi utilizzarle come arma di ricatto (“metodo già usato con la passata amministrazione”, si legge nel testo) per ottenere ruoli e potere, millantando amicizie negli uffici di polizia giudiziaria.

Squecco entra poi nel merito di una vicenda personale che coinvolge i suoi beni strumentali presso un distributore di carburanti. L’imprenditore denuncia l’appropriazione dei propri beni da parte di una ditta terza, autorizzata dal Comune nonostante la presentazione di contratti di fitto definiti testualmente “falsi”. Nonostante i solleciti e le Pec inviate al Suap, il Comune non avrebbe mai sospeso l’autorizzazione, arrivando – secondo la testimonianza di un altro dipendente – a spingere per denunce penali contro Squecco, utilizzando etichette infamanti legate alla criminalità organizzata per screditarlo in cambio di favori amministrativi.

L’appello finale: “Temo per la mia famiglia, ci liberi dalla vera malavita”

La missiva si chiude con un appello accorato alla nuova guida della città. Squecco dice addirittura di aver paura di questa persona e di “temere per sé e per i propri familiari”, la qual cosa rischia di cambiare i connotati di tutta la faccenda ove mai quell’allarme avesse un fondamento minimo. Infine, l’imprenditore chiede al sindaco di non farsi “estasiare” dalle apparenti capacità tecniche del dipendente comunale e di verificare i danni subiti da molti altri lavoratori dell’ente, vittime di presunti soprusi sistematici.

“Le chiedo, come cittadino succube di atteggiamenti criminosi, di sospendere senza retribuzione questo impiegato”, conclude Squecco. “Lo faccia per il futuro dei nostri figli e per liberare Capaccio Paestum da chi usa il potere pubblico per fini privati e distruttivi”.

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