Pagani. “Con il nuovo assetto del clan, Alfonso Cicalese assumeva il ruolo di cassiere del capo clan Francesco Fezza, detenuto”. Ancora un ricorso respinto della Corte di Cassazione per gli indagati ritenuti esponenti della cosca del Bronx di Pagani arrestati a settembre scorso. Nessuna misura cautelare meno afflittiva del carcere per Alfonso Cicalese, difeso da Rino Carrara, finito in manette a 5 mesi fa su input della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno. Cicalese sarebbe autore di una serie di reati in materia di armi, ricettazione e detenzione e cessione di hashish e cocaina. Oltre che cessione di armi. Aveva chiesto l’annullamento dell’ordinanza o, in alternativa, gli arresti domiciliari. Il ricorso è inammissibile. Per la Cassazione il quadro indiziario delineato dal Gip e confermato dal Tribunale del riesame, contiene una ricostruzione storica e una valutazione giuridica, allo stato delle indagini, sufficientemente giustificative della ritenuta sussistenza del delitto di associazione mafiosa con la qualifica di partecipe attribuita a Cicalese. “Fulcro di questo convincimento deriva dalle intercettazioni in cui gli indagati, tra cui Cicalese, discutono di armi e del prezzo di acquisto di quattro pistole di fabbricazione sovietica”. Il Riesame inoltre ha evidenziato che Cicalese pur non partecipando materialmente all’operazione, apportava un contributo alla spedizione punitiva eseguita dai membri del clan “Fezza – De Vivo”, in danno di un uomo ritenuto essere un traditore, in quanto, presente all’interno del noleggio di Angri, luogo di incontro di tutti gli indagati, quale alter ego di Fezza Francesco, aveva il compito di verificare, in itinere, l’esecuzione dell’azione criminosa. “L’episodio, compiuto nell’ambito di un contesto camorristico, correttamente, quindi, è stato ritenuto elemento gravemente indiziante di partecipazione dell’indagato al gruppo criminale tenuto conto, poi, che Cicalese, all’esito del nuovo assetto delineatosi all’interno del gruppo camorristico, assumeva il ruolo di cassiere e alter ego del capo clan Francesco Fezza”, conclude la Cassazione..
Adattare un libro per la televisione non è mai facile. Sono linguaggi diversi, con necessità diverse, che in teoria si rivolgono a pubblici diversi. È vero: a volte possono coincidere e sovrapporsi, ma è inutile sperare in una conversione assoluta di lettori in spettatori e viceversa. Il signore delle mosche, su Sky e NOW il 22 febbraio e il primo marzo, non fa eccezione. Anzi, forse rappresenta esattamente l’eccezione. La miniserie parte dall’omonimo libro del premio Nobel William Golding, ma trova rapidamente un’altra strada: non contemporanea, ma decisamente più vicina a un gusto e a un’impostazione estetica attuali. Jack Thorne, lo sceneggiatore che si è occupato dell’adattamento, è lo stesso di Adolescence: la serie uscita poco più di un anno fa su Netflix di cui tutti, a un certo punto, hanno cominciato a parlare e a discutere. E con Il signore delle mosche ha fatto una cosa difficilissima per quanto, a prima vista, abbastanza semplice: è partito dal materiale originale. Non si è limitato a riprendere l’ambientazione di Golding, con questa isola deserta nel bel mezzo del Pacifico piena di alberi e di vegetazione, circondata dagli scogli e dalle onde, ma si è infilato tra le pieghe del racconto, cercando di attualizzarlo.
Ogni episodio si concentra su un personaggio
Non che ce ne fosse bisogno. I protagonisti del libro, tutti bambini, finiscono per raccogliersi in una società in miniatura, dandosi ruoli, compiti e dividendosi le responsabilità; poi si scontrano, come in una guerra, con una violenza diffusa e bestiale che non risparmia nessuno. Thorne, però, ha provato a costruire la miniserie condensando la storia di Golding in quattro episodi, ognuno ritagliato su uno specifico personaggio. Il primo si concentra su Piggy, ragazzino razionale, che ha sempre l’idea giusta, anche se fa una fatica enorme nel farsi ascoltare. Rappresenta l’ultimo legame che resta ai bambini con il mondo ‘civile’ che hanno abbandonato. Ralph, che è il protagonista del quarto episodio, è invece un personaggio ibrido. Nonostante venga scelto come capo sbaglia in continuazione, cedendo a ogni richiesta. Non vuole solo guidare: vuole piacere. Una cosa che, al contrario, non appartiene minimamente a Piggy. Questo bisogno di Ralph è completamente diverso da quello di Jack, scelto per guidare i cacciatori: se Ralph è tutto sommato risolto, con un passato difficile ma un’idea chiara di chi vuole essere, Jack, nella sua ferocia, è estremamente insicuro. Respinge persino chi gli vuole bene, come Simon, che non si inserisce nella piccola società dell’isola.
Al centro ci sono le dinamiche interne alla società e le sue tifoserie
Thorne prende questi archetipi narrativi e li rende ancora più concreti, tridimensionali, più approfonditi, con una faccia – quella, chiaramente, degli attori – e una consistenza precisa. A cominciare dalle loro idee, dal modo in cui si esprimono e si relazionano con gli altri. Se il primo episodio fa da introduzione, quelli successivi si calano in un’atmosfera sempre più cupa, frammentata solamente dalla luce del sole e dai colori dell’isola. L’ultimo, quello dedicato a Ralph, segna la rottura definitiva del patto sociale: il capo ha fallito, non ha fatto abbastanza; tutti credevano in lui, ma non è riuscito ad avere una presa forte e decisa. Thorne vuole costantemente spostare l’attenzione del racconto sulle dinamiche interne della società, su queste tifoserie che cambiano, si alternano, urlano, strepitano, che si affidano al leader che promette l’impossibile e che poi, anche deludendoli, riesce a convincerli della bontà di quello che fa – anche se, e va detto, di buono non ha assolutamente nulla.
Una scena de iIl signore delle mosche (dal trailer).
Il signore delle mosche è uno specchio anche della politica
Il signore delle mosche è una serie tv politica. Ma politica in modo intelligente, mai ridondante o insistente. Diventa uno specchio per la società di oggi e in particolare per i leader politici. Ralph e Jack sono diversi eppure simili. Entrambi vogliono piacere, anche se per ragioni differenti, ed entrambi hanno una presa piuttosto forte sugli altri. Il primo per un carisma innato, che lo porta a essere preferito. Il secondo, invece, per la sua capacità di creare un nemico contro cui schierarsi. Prima sono i maiali selvatici a cui dà la caccia, poi il “mostro” – virgolette obbligatorie – che i bambini più piccoli pensano di aver visto; quindi Simon, che lo ha tradito, e Ralph e Piggy. La visione di Thorne, sostenuta dalla regia di Marc Munden, si comprime e si allarga, e poi si comprime ancora una volta: si concentra sui bambini, su questi piccoli uomini che giocano alla politica e alla guerra, ritraendone con precisione gli eccessi e le caratteristiche principali; si sposta, poi, sui singoli individui, mettendoli gli uni contro gli altri e ribadendo un concetto quasi banale nella sua essenzialità: non esistono persone assolutamente buone o innocenti. Chi spesso ha il potere di intervenire non lo fa, come Ralph; chi ha un’idea giusta preferisce arroccarsi nelle sue convinzioni, come Piggy, e chi vuole il potere non lo vuole per un bene superiore ma unicamente per sé stesso, come Jack. I vari Simon sono condannati: dalla loro delicatezza, dalla loro immaginazione e dalla loro diversità.
Una scena de Il signore delle mosche (dal trailer).
Il signore delle mosche, così, non è soltanto un simbolo: la testa di un maiale che attira insetti e che marcisce al sole, come succede nel libro e come, in parte, succede anche nella serie. Il vero signore delle mosche vive dentro le persone. A volte vince e altre volte, invece, viene messo all’angolo, ma mai sconfitto del tutto. Ed è esattamente questo che Thorne vuole mostrare: la fragilità della società e dell’uomo. Con una serie tv ribadirlo non è più semplice, ma è sicuramente più efficace.
Agli errori la nostra Presidente del Consiglio ed il suo Governo vi sono abbonati. L’ultimo ieri, nell’ultimo monologo sul suo profilo Linkedin. Parlando di lei e del suo Governo, lei si autodefinisce “lo Stato”. E’ ovvio che non è così. Lei ed il suo Governo non lo sono. In termini giuridici e politologici rigorosi, un Governo non può considerarsi lo Stato, sebbene nel linguaggio comune i due termini vengano spesso usati come sinonimi. Ma è improprio, anzi sbagliato. Il Governo è solo una parte dello Stato, non l’intera entità. Lo Stato è un’entità astratta che permane nel tempo, indipendentemente dai cambiamenti politici, mentre il Governo è un organo temporaneo che detiene il potere politico e amministrativo per un periodo limitato. Quindi la Presidente si esprimerebbe in maniera più propria se dicesse che è l’agente che agisce per conto dello Stato. Perché? Perché i governi cambiano (cadono, vengono eletti etc), ma lo Stato resta. Glielo abbiamo eccepito sul suo profilo. Ma è inutile. Lei, benché molto sveglia e intelligente, è ipocolta, e certe vette giuridiche e cime interpretative diventano inarrivabili quando non si hanno studi che possono aiutarci.
Board of Peace. Meloni vuole assolutamente starci. Ma la Costituzione glielo vieta. Pensa di cambiarla anche lì?
Giorgia in un primo momento aveva deciso di andarci. Ma lei è una furbona, ed ha inviato Taiani per osservare, Antonio entusiasta e già promotore di iniziative in Parlamento. Berlusconi non l’avrebbe mai fatta una cosa del genere. Meloni e Taiani invece sì, confermando che al grande Silvio avrebbero solo potuto allacciare le stringhe delle scarpe. L’articolo 11 della Costituzione fa delle concessioni sì alle “limitazioni di sovranità” del nostro Paese, ma solo “in condizioni di parità con gli altri Stati” e per promuovere “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Nello statuto del Board of Peace c’è invece una struttura autocratica, con un individuo sovraordinato, Donald Trump, che può ammettere o espellere a suo piacimento i partecipanti. Che roba… Ma soprattutto questo organismo non promuove in alcun modo gli obiettivi previsti dalla nostra Costituzione. E inoltre lo statuto del Board of Peace viola quello dell’Onu. Giorgia ha già chiesto a Donald di farci qualche variazione. Altrimenti? Vogliamo devastare la nostra Costituzione anche all’art. 11? Oltre ai guasti che si dovranno riparare quando Giorgia se ne tornerà a casa per badare alla sua Ginevra?
Gli Pfas. Veleni persino nelle acque potabili. L’UE dal 12 gennaio ha imposto nuovi limiti. Il nostro Governo? Ha girato le spalle, rinviando di 6 mesi
Pfas sono un acronimo per polifluoroalchilici, sostanze chimiche usate dappertutto (pentole antiaderenti, imballaggi, tessuti impermeabili): Sono autentici veleni per fegato, tiroide e sistema immunitario, che a noi umani, ma anche agli animali, può accadere di assumere anche attraverso l’acqua del rubinetto. L’UE ha introdotto l’obbligo del monitoraggio e la dicitura di due nuovi parametri, Pfas totale e Somma di Pfas. Ebbene il governo ha rinviato tutto di sei mesi. Il motivo? Non vale la pena di chiederselo, perché è sempre lo stesso, ciò per dare tempo ai gestori di adeguarsi ai requisiti previsti, peraltro gli stessi gestori che in passato si sono spesso dichiarati pronti a fare controlli efficaci e a rispettare il nuovo obbligo Ma ha ha fatto anche di peggio: ha cancellato dall’elenco dei PFAS da monitorare sei sostanze prodotte dallo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, noto per un caso di inquinamento da PFAS in provincia di Alessandria, e che abbassa così a 24 il totale dei composti che concorrono al rispetto del parametro della “somma di PFAS. Un rinvio che a molti è parsi non una necessità tecnica inevitabile, ma una scelta che sembra equivalere ad un sacrificio della salute di noi cittadini sull’altare dell’inezia, e delle lobbies che non badano a trasgressioni pur di conseguire i loro profitti.
Indagato da arrestare: va sentito all’infinito per ogni nuova prova. Una invenzione di Nordio. Che la Cassazione ha stroncato
La Corte lo ha fatto con un NO all’interrogatorio preventivo se c’è rischio di reiterazione del reato. Solo 2 pagine dalla Cassazione, che fissano per Pm e Gip l’indirizzo da seguire su una delle norme più contestate nella prima legge di Carlo Nordio, quella che impone l’interrogatorio preventivo prima dell’arresto. Gli ermellini dell’Alta Corte non solo confermano il diritto di conoscere le accuse, ma costringono Pm e Gip a scindere il destino degli imputati, tra chi viene arrestato subito perché potrebbe delinquere di nuovo e non ha diritto a essere interrogato prima, e chi il diritto ce l’ha. In linea proprio con la legge Nordio, che fa così un bell’autogol.
Referendum. Se vincesse il SI, consegneremmo la Costituzione in mano ad una minoranza politica, con un FdI votato dal 20% del 60% degli italiani votanti
Condivido le espressioni di Enza Plotino. “Rendere la Carta costituzionale non un patrimonio comune del Paese, ma l’espressione di scelte di parte, nelle quali i partiti che ne rimangono fuori e il loro elettorato non si riconoscono, è un atto destabilizzante dell’ordine sociale, politico o statale costituito, che ha governato il percorso condiviso dell’Italia verso una democrazia compiuta”.
Ricordiamocelo tutti. Le ultime politiche del 2022 hanno trasformato un partito nella minoranza politica più votata. Può tutto questo permettersi di cambiare da solo la Costituzione e stravolgere il modello fatto dai Padri Costituenti? Una casa comune, un punto di riferimento per tutti, modificabile soltanto con un ampio consenso, dato per scontato anche alla luce del sistema proporzionale all’epoca vigente. Questo impianto potrebbe essere scardinato da forze minoritarie nel Paese. Questo modificherebbe il significato proprio della Carta costituzionale, come progetto condiviso sulla base del quale i Padri e le Madri costituenti volevano costruire il futuro di un popolo. Dobbiamo sforzarci di capirlo: trasformare la Costituzione da patrimonio comune del popolo italiano a instabile terreno di scontro tra le forze politiche è il rischio e il pericolo che stiamo attraversando.
Ed infine la reazione della nostra, chiamiamola, premier alle parole di altissimo livello di Mattarella. Prima definisce giusto e doveroso l’invito del Presidente. Due aggettivi stitici del risaputo basso livello culturale del nostro Presidente del Consiglio. E subito dopo, invece del silenzio, la sua reazione sguaiata e cafona con l’attacco alla sentenze dei giudici per la sentenza del Sea Watch, giudici politicizzati. Uno scontro tra poteri ormai insopportabile. Ecco perché tra la Costituzione ed il rispetto tra istituzioni da una parte e la Meloni dall’altra, noi nel nostro piccolo preferiamo le prime. E tra uno stolto leaderismo e gli affetti di casa la invitiamo a sciogliere ogni dubbio per dedicarsi a questi ultimi
«Con quella bocca può dire ciò che vuole». È un claim pubblicitario d’annata. Di un dentifricio che non c’è più, come la sua testimonial (Virna Lisi). Però è perfetto per sintetizzare lo stato deplorevole in cui versa la politica attuale. Nel mondo e in Italia allo stesso modo. Tale che si stenta a distinguere se per esempio al tavolo del Board of Peace si siedano uomini di governo o piazzisti.
Donald Trump è un caposcuola inarrivabile. In Europa non c’è nessun leader o capo di governo, per quanto sgangherato, che gli stia alla pari. Per nostra fortuna. Anche se la situazione è in rapido peggioramento. Come segnala la campagna referendaria in corso. Argomentare, dialogare, confrontarsi sono l’abc della democrazia. Ma ormai da anni la polarizzazione ha reso impossibili le pratiche colloquiali. Mentre il rarefarsi della partecipazione alla vita di partito ha consegnato le forze politiche nelle mani di pochi. Uomini solo al comando, leader narcisisti che possono dire, disdire, contraddirsi. Perfino smentirsi. Con la libertà che fino a ieri era concessa solo alla pubblicità.
Anche i nomi dei partiti sembrano claim pubblicitari
Per capire la politica attuale e i politici che la interpretano bisogna entrare nel mondo dell’Omino Bianco. Riferirsi non ai classici della scienza politica o alle storie esemplari dei grandi statisti, bensì alle campagne, agli spot e ai claim più riusciti. Pensiamo per esempio ai nomi delle formazioni politiche attuali, che hanno come progenitore e iniziatore di un genere Forza Italia, il primo partito azienda che però ha abolito la parola “partito”. È rimasto solo il Pd a richiamarlo. La Lega ha, “sovranamente” cancellato il Nord dal nome. Di contro alla comparsa di acronimi (Avs, cioè Alleanza Verdi e Sinistra, assonante con Aws, sigla dei servizi web di Amazon) che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (cinque stelle). Più Europa è detersivo e Azione potrebbe essere il nome di una multiutility. Ma ci vuole niente a confondere Noi moderati con «Gli esperti siete voi» (Expert), Italia viva con Viva la mamma (Beretta).
Ora ci si può chiedere: è la pubblicità che si è mangiata la politica o viceversa? Entrambe le cose: il processo è osmotico, simbiotico. Certo è che la pubblicità è oggi quanto di più invasivo e intrusivo possa entrare nelle nostre vite. Nel 2007 si stimava un’esposizione personale attorno ai 5 mila messaggi pubblicitari al giorno. Nel 2025 il numero è salito fra i 6 e i 10 mila. Ma lo studio recente “Beyond Visual Attention” (Omnicom Media Group, Ainem, Ipsos, Nielsen) stima che siamo esposti a una potenziale “tempesta” di oltre 33 mila stimoli pubblicitari al giorno. Questa cifra comprende ogni stimolo, anche quelli non consciamente elaborati dal cervello.
Un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità
Insomma, viviamo in un ambiente sonoro e visivo del quale la pubblicità è l’elemento più caratterizzante. Una sorta di seconda natura che quotidianamente ci spinge a consumare, nel contempo che ci sintonizza con una realtà fantastica dove «tutto è possibile» (Volkswagen) e «impossible is nothing» (Adidas) e se basta pensare una cosa per averla («Immagina. Puoi», Fastweb), si può fare tutto senza fare niente («Pulito sì, fatica no», Svelto). Ma questa trasfigurazione di realtà, nella quale parlano e cantano anche le pentole e gli stracci per la polvere, normalizza anche un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità. Il superlativo è ormai incorporato al brand (Intimissimi, Illyssimo) e poco sfugge all’imperativo lessicale del mega, ultra, unlimited.
Tutto iniziò con Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano»
Per sintetizzare sono 40 e più anni, da quando la televisione commerciale è diventata il medium dominante, che la socializzazione passa attraverso i consigli per gli acquisti, che nel frattempo hanno trovato nel web un potente terreno di proliferazione. Tutto cominciò con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano». Che, come le pensioni minime a 1.000 euro, è ancora in attesa. Ma è proseguito con gli annunci social di Beppe Grillo & company, in bilico fra supermarket («apriremo il parlamento come una scatola di tonno») e il mondo del Mulino Bianco dove si può con un annuncio abolire la povertà per decreto.
Le promesse cancellazioni di accise sui carburanti e pedaggi autostradali appartengono invece alle politiche di marketing e comunicazione degli attuali premier e vicepremier, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che però non sono molto raffinate, perché in linea con i dettami classici della propaganda, che impongono di reiterare, come fosse un rosario, un concetto o un’idea. Battere e ribattere il chiodo come fosse sempre la prima volta. Anche se lo spot è sempre lo stesso, come usano fare i prodotti e le marche di largo consumo. È la ripetizione che favorisce il ricordo.
Canali social usati come megafoni che non prevedono contraddittorio
La deriva pubblicitaria della politica si avvale dell’abolizione delle tribune elettorali, dei dibattiti e delle conferenze stampa aperte e si manifesta al massimo grado sui canali social, usati come megafoni e strumenti che non prevedono dialogo o contraddittorio. È la politica del me la canto, me la dico e me la suono, senza che debba rispettare criteri di verità. Allo stesso modo dell’autoproclamata «cucina più amata dagli italiani» (Scavolini). Importante e unica cosa che conta è che la battuta o il monologo funzioni. E per far sì che avvenga il messaggio deve essere semplificato. Chiaro e comprensibile anche a persone di cultura modesta.
Google effect è il termine che riassume il processo e le dinamiche che fanno sì che le cose apprese online si dimentichino più in fretta. Una digital amnesia, questa, che va di pari passo con l’illusione di realtà (illusory truth effect), che ci induce a credere a qualsiasi cosa dopo averla sentita/vista ripetere più volte. A maggiore ragione se sono eclatanti o bizzarre (bizarreness e humor effect), perciò capaci di catturare più facilmente l’attenzione.
Simbiosi narcisistica che lega un leader ai suoi seguaci
In ossequio al dilagante sensazionalismo che in Rete si nutre anche di mostri (quelli di Bibbiano restano memorabili) e che fa leva sul ricordo emotivo: quello che scatena subito il pandemonio, ma che in breve tempo è già dimenticato. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini non si traducano in perdita di consensi, fiducia e stima da parte dei sostenitori. A riprova dell’esistenza d’una «simbiosi narcisistica» che lega un leader ai suoi seguaci.
Cittadini e militanti informati si trasformano in utenti e consumatori
La conseguenza pratica dell’uniformarsi e diffondersi della politica Swiffer e dei leader Findus è la trasformazione di cittadini e militanti informati in utenti e consumatori. In elettori follower. Da cui discende anche il processo, che è in corso accelerato, di restringimento della sfera dei diritti personali, civili e sociali. Che tanto meno vengono riconosciuti come tali e tanto più vengono identificati come bisogni che, sia pure fondamentali, possono essere soddisfatti solo se si hanno le risorse economiche necessarie. È così che la passione e la motivazione a partecipare attivamente alla politica hanno ceduto il passo all’opportunismo e alla convenienza. Al comportamento che teniamo quando spingiamo il carrello della spesa. Inconsapevoli e dimentichi che, come ha scritto Platone e come stiamo peraltro verificando da parecchi anni, «la punizione per chi rifiuta la politica è essere governati da persone peggiori di lui».
Sono tre gli ex del Monopoli nella rosa granata: si tratta di Giuseppe Carriero (33 match e 4 gol in Puglia nel 2019/20), Facundo Lescano e Matteo Arena. L’attac- cante disputò 7 partite nella seconda parte del torneo 2015/16, mettendo a segno un gol, il primo dei 103 totali in tutte le competizioni della Lega Pro (in campionato è a quota 96). Arena ha trascorso le sue prime tre an- nate da professionista in biancoverde dal 2019 al 2022 (56 gare, 6 gol). – Non è la prima da avversario all’Arechi per Alberto Colombo: da calciatore vi pareggiò 1-1 col Monza (1999/00) e vinse 0-3 con l’Albinoleffe (2003/04) sem- pre in B. – I due vice allenatori sono ex di turno. Massimo D’Urso del Monopoli ha ricoperto lo stesso ruolo a Salerno nello staff di Leonardo Menichini per 3 gare nel finale del torneo 2018/19 (salvezza in B ai playout contro il Ve- nezia). Giacomo Ferrari, vice di Raffaele, a Monopoli fu secondo di Beppe Scienza nel biennio 2018/20 e poi di Pippo Pancaro nel 2022/23, anno in cui guidò anche la prima squadra per 7 gare. – Giacomo Ferrari ha già sostituito una volta lo squali- ficato Raffaele in questa stagione: è accaduto nella tra- sferta di Casarano (2-2) alla settima giornata. – Antonio Donnarumma è tra i 5 giocatori sempre pre- senti nel girone C – tutti portieri – con Boffelli (Cavese), De Lucia (Casertana), Merelli (Crotone) e Vannucchi (Benevento). – Il Monopoli è la squadra del girone C che finora ha ot- tenuto più calci di rigore a favore, ben 8. Ne ha realiz- zati 5, come Cavese e Catania (per entrambe 5 su 6). – Salernitana “distratta” nei primi 15’: ha subito 7 gol (su 29 totali) nelle prime battute di gara. Solo Giugliano e Latina (8 a testa) hanno fatto peggio. – L’ultima apparizione del Monopoli all’Arechi in ordine cronologico è datata 19 agosto 2018: i granata, all’epoca in B, s’imposero 4-1 in amichevole precampionato. – La Salernitana è la squadra che ha conquistato più punti (21) partendo da situazioni di svantaggio (14 volte) in tutti e tre i gironi della Serie C. – Monopoli veterano del girone C di Serie C: negli ultimi 10 anni è il club che ha totalizzato più partite (383) e più punti (535). Seguono Catania (476 punti in 308 gare) e Casertana (434 punti in 309 gare). – Andrea Ferraris spegne 23 candeline nel giorno di Sa- lernitana-Monopoli.
Si sono spenti ieri i riflettori sull’importante convegno scientifico “Vivere il diabete oggi: sfide e soluzioni”, ospitato nella cornice della sede dell’Ordine dei Medici di Salerno. Un evento che ha riunito i massimi esperti del settore per fare il punto su una patologia che, negli ultimi vent’anni, ha visto raddoppiare la sua prevalenza in Italia, passando dal 3,8% al 6,7% della popolazione. Non si è trattato solo di un aggiornamento clinico, ma di una vera e propria chiamata alle armi per costruire uno “scudo protettivo” attorno al paziente, integrando innovazione farmacologica, tecnologia d’avanguardia e un supporto umano e psicologico multidisciplinare. Ad aprire i lavori è stata la Dott.ssa Pasqualina Memoli, direttrice del centro diabetologico del poliambulatorio di Pastena (ASL Salerno) e responsabile scientifico del corso. Con fermezza, la dottoressa ha delineato lo scenario attuale: “Il diabete è una tematica diffusa in tutto il mondo e i numeri delle diagnosi sono in costante aumento, anche nella nostra provincia. I dati non sono confortevoli: ogni giorno ci confrontiamo con nuove diagnosi di diabete di tipo 2, spesso legate a doppio filo all’epidemia di obesità”. La sfida del futuro, secondo la Memoli, risiede nel superamento del vecchio concetto di cura focalizzato solo sulla glicemia. “Oggi puntiamo alla gestione della sindrome cardio-renale metabolica. Grazie a farmaci innovativi come le glifozine e gli analoghi del GLP-1 – utilizzati con successo anche nel contrasto all’obesità – possiamo finalmente intervenire sulla dislipidemia e sull’ipertensione, proteggendo il cuore e i reni dei nostri pazienti. L’obiettivo fondamentale resta il mantenimento dello stato di salute fisica, psichica e sociale della persona”. La dottoressa ha poi lanciato un monito sulla prevenzione: “Se riduciamo l’obesità attraverso la prevenzione, riduciamo drasticamente le diagnosi di diabete”. Un tassello fondamentale di questa nuova strategia è il ruolo del Medico di Medicina Generale (MMG), rappresentato ieri dal Dott. Elio Giusto, segretario generale provinciale FIMMG Salerno e co-responsabile scientifico dell’evento. “Il MMG è la prima linea di difesa”, ha spiegato Giusto. “Il diabete è una patologia cronica complessa che si associa spesso a complicanze gravi come la nefropatia o lo scompenso cardiaco. Il nostro ruolo è individuare i primi segnali d’allarme e intervenire tempestivamente”. Il Dott. Giusto ha sottolineato un importante cambiamento burocratico e clinico: “Oggi noi medici di famiglia non siamo più limitati alla sola prescrizione della metformina. Possiamo prescrivere direttamente farmaci moderni come le incretine e le glifozine. Questo approccio diretto permette di prevenire complicanze invalidanti come la retinopatia diabetica o il piede diabetico, migliorando sensibilmente la qualità della vita del paziente sin dalle prime fasi della malattia”. Per quanto riguarda il diabete di tipo 1, la rivoluzione viaggia sui binari della tecnologia. La Dott.ssa Rossella D’Urso, diabetologa presso il centro di Pastena, ha illustrato i progressi straordinari compiuti negli ultimi anni. “Siamo passati dalle semplici pompe insuliniche a sistemi integrati e intelligenti”, ha dichiarato la D’Urso. “Oggi disponiamo di microinfusori che comunicano costantemente con i sensori glicemici interstiziali. Questi dispositivi non si limitano a monitorare, ma correggono automaticamente le iperglicemie e avvisano il paziente con allarmi predittivi prima che si verifichi una crisi ipoglicemica”. Secondo la dottoressa, il futuro è già qui: “Salerno è un centro di riferimento per queste tecnologie. Puntiamo all’automazione completa per permettere ai pazienti di vivere una vita normale, libera dal pensiero costante del monitoraggio manuale”. Uno dei momenti più toccanti del convegno ha riguardato l’impatto psicologico della malattia. La Dott.ssa Luciana Guerriero, psicologa psicoterapeuta del centro di Pastena, ha scosso l’uditorio con un dato impressionante: “Un paziente con diabete pensa alla gestione della propria patologia circa ogni 13 minuti. Questo genera quello che definiamo diabetes distress, un carico emotivo fatto di ansia, frustrazione e sensi di colpa”. La diagnosi di diabete, specialmente se accompagnata da complicanze, è vissuta come un vero e proprio trauma. “Il ruolo dello psicologo è fondamentale per elaborare questo trauma e garantire l’aderenza alle cure”, ha proseguito la Guerriero. “Nonostante manchi ancora una legge nazionale che regoli la nostra figura come professionisti sanitari stabili nel settore, la Regione Campania è all’avanguardia: una legge regionale del 2009 ribadisce con chiarezza l’importanza dello psicologo all’interno dei centri diabetologici. Non possiamo curare il corpo ignorando la mente”. Infine, il focus si è spostato sulla gestione quotidiana e pratica, dove la figura dell’infermiere emerge come punto di riferimento insostituibile. Vittoria Manzo, infermiera specializzata del centro di Pastena, ha descritto l’ambulatorio infermieristico come il luogo dove la terapia diventa vita quotidiana. “L’infermiere non è un semplice esecutore tecnico”, ha spiegato la Manzo. “Noi siamo educatori. Insegniamo al paziente come monitorare la glicemia, come iniettare correttamente l’insulina e come riconoscere tempestivamente i sintomi dell’ipoglicemia per prevenire complicanze a lungo termine”. Ma c’è di più: “Tra infermiere e paziente si instaura, sin dal momento della diagnosi, una profonda relazione di fiducia. Siamo il ponte tra le prescrizioni mediche e la realtà di ogni giorno, seguendo la persona non solo dal punto di vista terapeutico, ma soprattutto relazionale”. Il convegno si è concluso con la consapevolezza che il diabete non è più una condanna a una vita di restrizioni, ma una sfida che può essere vinta attraverso l’integrazione di competenze diverse. I “take home messages” dei responsabili scientifici hanno ribadito la necessità di una formazione continua per i professionisti e di un modello organizzativo territoriale sempre più efficiente. Salerno, con il suo centro di eccellenza a Pastena e la sinergia con l’ASL e l’Ordine dei Medici, si conferma un laboratorio di innovazione dove la tecnologia più avanzata e il calore del supporto umano camminano di pari passo. La strada è tracciata: meno burocrazia, più prevenzione e una cura che guardi alla persona nella sua interezza.
È stato inaugurato ieri, in via Romualdo II Guarna, il CAD (Centro Antidiscriminazioni LGBTQIA+) di Salerno. Il servizio, realizzato dal Arcigay Salerno “Marcella Di Folco” e dall’Ambito Sociale S5 attraverso un percorso di co-progettazione e co-costruzione, offrirà supporto e accompagnamento alle persone vittime di discriminazioni e violenze fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Tra i presenti all’evento: Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay; Emanuele Avagliano, presidente del Comitato Territoriale Arcigay Salerno “Marcella Di Folco”; Francesco Napoli, già presidente di Arcigay Salerno e responsabile del CAD; Daniela Lourdes Falanga, delegata per il contrasto alle mafie, alle carceri e per la legalità; Fabio Polverino, già consigliere comunale di Salerno. Un momento importante per tutta la comunità LGBTQIA+ cittadina e provinciale, oltre che per l’intera collettività, che potrà contare su un presidio dedicato all’ascolto, alla tutela e all’assistenza delle persone vittime di discriminazione. L’iniziativa darà inoltre vita a nuovi progetti ed eventi finalizzati alla sensibilizzazione sui linguaggi d’odio e alla promozione della salute sessuale, temi che da sempre caratterizzano l’attività di Arcigay Salerno sul territorio. «Abbiamo inaugurato il CAD, il Centro Antidiscriminazioni, qui nel cuore della città di Salerno, che sarà a disposizione della popolazione salernitana e dell’intera provincia. Un luogo in cui le persone LGBTQIA+ troveranno operatori, professionisti e volontari in grado di aiutarle», ha dichiarato Gabriele Piazzoni. «In tutti i casi in cui si verifichino episodi di omofobia, transfobia o discriminazioni di qualsiasi tipo legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere, questo centro rappresenterà un punto di riferimento. Un luogo sicuro che, crediamo, contribuirà a rendere Salerno e la sua provincia realtà in cui nessuno debba sentirsi spaventato o avere paura di essere liberamente se stesso», ha aggiunto il segretario generale. «Con grande soddisfazione inauguriamo il Centro Antidiscriminazione di Salerno, il primo nella nostra provincia e, auspichiamo, non l’ultimo sul territorio. Uno spazio di civiltà, accoglienza, tutela e protezione per le vittime di violenze legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, ma anche per le loro famiglie e per l’intera comunità locale. È uno spazio che si rivolge certamente alle vittime, ma che ha anche l’obiettivo di coinvolgere tutta la cittadinanza attraverso azioni di sensibilizzazione e animazione territoriale, finalizzate a promuovere una cultura più inclusiva e linguaggi rispettosi delle persone e delle minoranze», ha dichiarato il responsabile del CAD, Francesco Napoli. «È una grande soddisfazione perché, dopo tanti anni, anche grazie all’impegno dell’amministrazione comunale uscente, riusciamo a garantire ad Arcigay uno spazio fortemente voluto e che mancava da tempo alla nostra città e al nostro territorio». «Oggi è un momento importante per la nostra associazione. Da sempre ci occupiamo di contrasto alle discriminazioni e oggi, finalmente, ufficializziamo un servizio a disposizione delle istituzioni, del Comune e dell’intero territorio. È un passo significativo che rende la città sicuramente più inclusiva e più europea», ha dichiarato il presidente di Arcigay Salerno “Marcella Di Folco”, Emanuele Avagliano. «Questo risultato è possibile grazie all’impegno di tanti attivisti e volontari che da 33 anni rappresentano la voce e l’espressione di Arcigay a Salerno, ma anche grazie alla sinergia costruita con l’amministrazione comunale». Soddisfazione è stata espressa anche dalla vice sindaca uscente e assessora alle Pari Opportunità, Paky Memoli: «Oggi anche a Salerno nasce il Centro Antidiscriminazione LGBT, frutto di un progetto nazionale e parte di una rete che in Italia conta già 37 centri. Ritengo che questa rete non sia soltanto un punto di riferimento per chi subisce discriminazioni, ma anche uno strumento fondamentale per promuovere un cambiamento sociale e culturale necessario al loro superamento».
«Sull’aeroporto di Salerno si passa dai fatti ai post». Non usa mezzi termini Luca Cascone, presidente della commissione Urbanistica, Lavori Pubblici e Trasporti che, attraverso i canali social, punta il dito contro i Sottosegretari al Mit Tullio Ferrante e Antonio Iannone che hanno rivendicato i meriti del primo importante risultato raggiunto sul fronte aeroporto Salerno Costa d’Amalfi Cilento. «Mentre da anni si lavora cercando di ottenere i risultati, i sottosegretari di questo Governo “scrivono post”! Si leggono dichiarazioni vuote per comunicare una qualche non ben definita attività, e addirittura di aver inciso sui nuovi accordi per le tratte; come se due anni fa all’apertura dello scalo la Regione avesse fatto un comunicato per dire: “Abbiamo avviato il nuovo collegamento con Barcellona o con Cagliari!”. In pratica si comunica di essere protagonisti di un risultato solo per aver convocato una riunione, tra l’altro senza invitare nessun rappresentante regionale! Quando si legge di “Rifinanziamento della metropolitana” si omette di dire che la stazione prevista nella Zona Industriale era stata finanziata -su richiesta della Regione Campania- sul PNRR, mentre in realtà RFI, essendo leggermente in ritardo con il crono programma dei lavori, ha chiesto semplicemente lo spostamento delle risorse su una fonte finanziaria che avesse una scadenza meno stringente – ha dichiarato Cascone – Il post -se voleva essere ricco di contenuti- avrebbe dovuto parlare del lavoro fatto: per scegliere la localizzazione di questa stazione, dell’importante raccordo con l’intervento di viabilità previsto da ASI e dalla Provincia (che sta per pubblicare la gara per la nuova rampa in direzione nord prevista per l’uscita Aversana, 5 M€ di lavori); ma tutto questo non viene scritto perché non si ha conoscenza di lavori, opere e pareri da richiedere. Oggi siamo passati dai fatti alle parole, per cui basta dire: “ho messo gli aerei per Milano!”. Stiamo lavorando da anni alla crescita dell’aeroporto di Salerno, e continueremo a farlo finché non diventerà come merita un punto di riferimento imprescindibile per il turismo del nostro territorio, favorendo crescita economica e posti di lavoro nella nostra provincia. Il progetto della rete aeroportuale di Napoli e Salerno parte nel 2018 fortemente voluta dalla Giunta De Luca che ha seguito giorni dopo giorno il lavoro necessario per ottenere gli oltre 30 pareri necessari per il Masterplan di sviluppo aeroportuale; ha stanziato oltre 90 M€, che si aggiungono ai 40 previsti dal MIT per il prolungamento della pista dell’aeroporto di Salerno; ha definito la rete di infrastrutture necessarie al completamento di questa importantissima infrastruttura nazionale». Il consigliere regionale di A Testa Alta ha ricordato che «immediatamente dopo l’approvazione del Masterplan sono stati pianificati -tra gli interventi più significativi- su fondi regionali: la grande viabilità di accesso, finanziamento gestito dalla Provincia circa 20 M€, il cui progetto è in corso di approvazione e a breve sarà pubblicata la gara; il prolungamento della Metropolitana di Salerno sino alla fermata aeroportuale, intervento in corso ; il prolungamento della cosiddetta Aversana sino al superamento del fiume Sele, il cui progetto è in corso di approvazione a breve sarà pubblicata la gara. Inoltre in questi anni la Regione, in costante e completa sinergia con GESAC e con la Camera di Commercio di Salerno, ha messo in campo tante iniziative per promuovere al massimo il territorio della nostra provincia e lo scalo per favorirne e la crescita. Con l’insediamento della nuova giunta regionale, insieme al collega Matera, si è già avviato un proficuo confronto con GESAC ed il vicepresidente Casillo per pianificare alcuni interventi che possano dare un contributo per sostenere l’Aeroporto di Salerno in questo importante processo di crescita. Gli annunci a effetto continuiamo a lasciarli a chi sa molto poco di cosa si sta parlando…».
L’ipotesi di una candidatura civica di Gianfranco Maiorino potrebbe incidere in modo significativo sugli attuali equilibri politici cittadini. Un progetto trasversale, sostenuto da liste civiche e professionisti del territorio, avrebbe la capacità di intercettare quell’elettorato moderato e deluso che difficilmente si orienterebbe verso il centrodestra, ma che potrebbe anche non riconoscersi più nel centrosinistra tradizionale. Una candidatura strategica, dunque, capace di raccogliere consensi trasversali e di alterare soprattutto gli equilibri dell’area progressista, diventando un fattore determinante nella prossima competizione amministrativa.
ARBITRO: sig. Matteo Dini di Città di Castello (Ilario Montanelli di Lecco e Leonardo Mallimaci di Reggio Calabria). IV ufficiale:Alessandro Colelli di Ostia Lido. Operatore FVS: Giovanni Battista Citarda di Palermo.
MARCATORI: 30′ st Celeghin, 42′ st Winkelmann
NOTE: pomeriggio di sole ma disturbato dal vento; sintetico di gioco in non perfette condizioni. Spettatori: 1.000 circa. (trasferta vietata agli ospiti). Al 35’pt Boffelli respinge un calcio di rigore a Matos (Tp). Ammoniti: al 10’pt Pirrello (T); al 27’pt Motoc (T); al 26’st Minaj (C). Angoli 5-2. Recuperi: 3′ pt; 5′ st.
ERICE (TP) – Cade al “Provinciale” la Cavese dopo cinque risultati utili consecutivi e lo fa al cospetto di un Trapani per nulla trascendentale ma che a differenza dei metelliani ci ha messo più cuore, più corsa e più voglia di vincere dopo gli ultimi risultati negativi.Mister Prosperi perde Cionek per un problema fisico (al suo posto l’ex Bolcano) mentre Awua si accomoda in panchina dove si rivede dopo il grave infortunio il difensore Peretti. A centrocampo, largo a destra c’è Yabre preferito a Macchi ed in avanti al rientrante Fusco affianca Minaj che vince il ballottaggio con Fella; modulo 3-5-2. Il tecnico Aronica orfano di Ciuferri, non recupera ancora Vimercati e Vazquez che vanno in panchina e si affida ad un mini turn over schierando in campo la migliore squadra possibile con il 4-2-3-1 dato il quarto impegno in dieci giorni. Trapani che, sfruttando il vento a favore, prova subito a fare la gara con pressione alta. Sono proprio i locali a proporsi con Celeghin che di testa al 7′ manda abbondantemente alto. All’11’ Minaj segna il gol del vantaggio per la Cavese ma prima del tiro tocca con la mano in maniera involontaria ma determinante ai fini della conclusione finale a rete. Al 15′ dalla destra Munari serve basso e Fusco di tacco ci prova ma la conclusione è debole con il portiere che para senza difficoltà. Quattro minuti più tardi ci prova Orlando dal limite su suggerimento di Visconti ma il sinistro si perde abbondantemente alto. Il numero ventiquattro però al minuto 21′ spreca una buona occasione: Minaj a sinistra lavora un buon pallone e serve dalla parte opposta all’indietro dove Orlando ben appostato calcia troppo frettolosamente anziché stoppare prima e la palla termina oltre la trasversale. Quattro minuti dopo Stauciuc prova a sorprendere Boffelli con l’esterno destro in area ma la palla si perde sul fondo. Al 29′ Loreto sfiora di testa il palo alla destra di Galeotti su una punizione di Luciani. Due minuti dopo l’arbitro fischia un calcio di rigore per un fallo di Ubani su Stauciuc già a terra nel tentativo di rilanciare. I metelliani ricorrono all’FVS ma l’arbitro al replay conferma. Boffelli però ipnotizza Matos respingendo in tuffo sulla propria destra parando così il quarto rigore stagionale. Al 44′ cambio forzato per i siciliani per un problema accusato da Forte; al suo posto entra La Sorsa. Poi Stauciuc in pieno recupero di testa su punizione di Benedetti spedisce alto.
Ad inizio ripresa si ripresentano gli stessi undici da ambo le parti e Fusco al 51′ spreca in contropiede una buona chance facendosi rimontare da Benedetti che lo costringe a mettere la palla sul fondo. Al 59′ e su capovolgimento di fronte, Minaj si accentra dalla sinistra e calcia con il portiere che para a terra. Pirrello un minuto dopo, sugli sviluppi di un angolo, sfiora la rete spedendo con il destro in girata la palla di poco fuori. Mister Prosperi insoddisfatto dell’approccio dei suoi nella ripresa rivolta la squadra effettuando addirittura quattro cambi. Di li a poco lo segue il tecnico Aronica che ne effettua tre per dar fiato ad alcuni elementi. Al 68′ ancora Orlando spreca calciando alle stelle un buon assist del neo entrato Maiolo. Al 75′ Celeghin dal limite dell’area trova il vantaggio per i padroni di casa un po’ a sorpresa con il destro che passa attraverso una selva di gambe e trova l’angolo alla sinistra di Boffelli. I metelliani stentano nell’immediato a reagire e nemmeno l’ingresso in campo di Fella scuote gli aquilotti che subiscono in contropiede la rete di Winkelmann al minuto 86′ ma l’azione nasce da un fallo subito da Minaj in attacco. La Cavese chiama anche il check per la possibile posizione di un calciatore in fuorigioco e sulla traiettoria del tiro ma come in occasione del rigore, l’arbitro convalida la rete. Avrebbe l’opportunità la Cavese almeno di accorciare le distanze ma il tiro di Fella a due metri dalla porta su assist di testa di Gudjohnsen termina sopra la traversa. E’ notte fonda per i metelliani che non sono riusciti a fare risultato contro una squadra in piena crisi fino ad oggi e che era reduce da quattro sconfitte consecutive con tredici reti incassate. La strada per la salvezza diretta è sempre più in salita.
I trailer di Mandalorian e Grogu, Spider-Man Noir e House of the Dragon, l'oro olimpico fantascientifico, Oblivion a Roma nella settimana di Fantascienza.com
Viviamo in tempi davvero pazzeschi. Cioè: questa settimana il presidente degli Stati Uniti si è dedicato a minacciare la guerra in Iran, ha preso una sonora sberla dalla “sua” Corte suprema, e… si è messo a parlare di alieni.
In realtà tutto è cominciato con un'intervista a Barack Obama, nella quale l'intervistatore ha chiesto all'ex presidente se gli alieni fossero reali. Obama ha risposto “certo che sono reali”, spiegando poi che intendeva che l'universo è grande, è troppo improbabile che ci siamo solo... - Leggi l'articolo
Nocera Inferiore. Fissato per maggio il processo bis per 12 ultras della Nocerina condannati complessivamente a 60 anni di reclusione con accuse di devastazione e agguati contro la tifoseria del Perugia e la polizia. Due furono le assoluzioni e per loro non ci sarà Appello. La vicenda nacque nell’agosto del 2013 quando gli ultras rossoneri assalirono i rivali umbri prima della gara del San Francesco. Al cuore del giudizio c’era la confermata identificazione dei tifosi molossi presenti quella sera, alcuni coperti al volto, conosciuti da tempo dagli uomini della Digos, con le riprese di diverse telecamere. In Tribunale, durante il processo di primo grado, erano state raccolte le testimonianze degli ispettori di polizia presenti sul posto, per la ricostruzione dei fatti, quando gli ultras della Nocerina diedero inizio ad un feroce scontro con lancio di pietre e altro verso le forze dell’ordine e i tifosi ospiti del Perugia. Gli scontri ebbero inizio nei pressi della piazzetta De Santis, con un tiro a bersaglio-sassaiola protratto per diversi minuti contro due mini-bus da nove posti con a bordo tifosi umbri e le stesse forze dell’ordine, costituitesi parte civile. Quella sera, un gruppo di supporter rossoneri venne a contatto con le forze di polizia, che stavano scortando allo stadio San Francesco la tifoseria del Perugia. Pochi minuti dopo, sarebbe cominciato il match tra rossoneri e i grifoni: dagli accertamenti la tifoseria perugina era nel mirino per delle presunte aggressioni a dei passanti, fuori dall’intenzione di creare indiscriminatamente il caos. Le successive indagini della Procura portarono nel corso dei mesi all’arresto di 15 persone complessivamente: la posizione di un tifoso venne stralciata in virtù del rito scelto da uno dei coinvolti e per quella sentenza il giudice parlò di “agguati” commessi da gruppi di tifosi a danno della tifoseria ospite e della polizia, oltre alla distruzione dell’arredo urbano, i cui resti furono utilizzati per la sassaiola contro gli agenti. Cominciarono lanci di sassi e di bottiglie, con la richiesta di supporto anche ad altre forze, come i carabinieri, per poi indirizzare i mini-bus aggrediti verso l’autostrada. Ora si va in Appello su ricorso presentato dal collegio difensivo composto tra gli altri dagli avvocati Gregorio Sorrento, Vincenzo Calabrese, Francesco Vicedomini e Adriano Bellacosa.
Inchiesta sulla morte del piccolo Domenico: sequestrati i telefonini dei 6 indagati a Napoli. Oggi pomeriggio i carabinieri del Nas, hanno sequestrato i cellulari di medici e paramedici dell’ospedale Monaldi, indagati nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura partenopea per il trapianto di cuore fallito dello scorso 23 dicembre.
Il piccolo Domenico è deceduto questa mattina nel reparto di terapia intensiva dopo avere trascorso 60 giorni in coma farmacologico. Le indagini sono volte anche a ricostruire le comunicazioni intercorse tra medici e paramedici nel giorno del trapianto.
Intanto continua il pellegrinaggio di cittadini presso il Monaldi. L’ingresso dell’ospedale si è riempito di fiori bianchi e messaggi di affetto, testimonianze di un dolore condiviso da molti.
Numerosi cittadini, tra cui anche bambini accompagnati dalle madri, hanno portato mazzi di rose bianche e palloncini, lasciandoli ai piedi dell’ingresso. I fiori sono stati accompagnati da bigliettini con pensieri e dediche: “Ad un amichetto Angelo, adesso parliamo da lontano”, ha scritto un bambino di nome Giovanni. Altri messaggi esprimono affetto e speranza: “Vola più in alto che puoi piccolo Domenico”, oppure “Ti abbiamo amato come nostro figlio, un nostro nipote, aiuta la tua famiglia e scusa questo mondo che non ti appartiene”.
Tutto lecito, tutto secondo le regole. Un calciatore passa da un club a un altro del medesimo sistema multiproprietario, e a pagarne le conseguenze è un terzo club che incassa molto meno di quanto avrebbe preventivato. Succede in Portogallo, Paese che è l’epicentro dell’economia grigia del calcio globale. E poiché la vicenda coinvolge club dalla taglia molto relativa, va a finire che anche da quelle parti essa fila via quasi impercepita.
Tra club minori le furberie si notano meno
In terra lusitana l’attenzione è monopolizzata dalla triade composta dai tre grandi club: Benfica, Porto e Sporting. Tutto ciò che si muove al di fuori di questa cerchia è residuale. Sicché figuratevi quale attenzione possa essere riservata alle manovre di mercato condotte da club che si chiamano Rio Ave o Estrela Amadora. Ma proprio qui sta il punto: club di piccola taglia, transazioni di calciomercato che avvengono su cifre non clamorose, effetto-sordina assicurato. E se si dà anche la possibilità di sfruttare una multiproprietà calcistica, ecco che il gioco è fatto.
André Luiz e il mistero sulla cifra della cessione
Succede tutto durante la scorsa sessione invernale di calciomercato. André Luiz, attaccante esterno brasiliano, viene trasferito dal Rio Ave (club con sede a Vila do Conde, Portogallo settentrionale) all’Olympiacos Pireo, club greco. Sulla cifra del trasferimento rimane qualche mistero. Il sito specializzato Transfermarkt indica 6,75 milioni di euro. Ma l’elemento dirimente è che il Rio Ave è titolare del 90 per cento dei diritti economici di André Luiz. Il restante 10 per cento è pertinenza dell’Estrela Amadora, il club con sede nella cintura metropolitana di Lisbona che ha portato il calciatore in Portogallo e poi lo ha ceduto al Rio Ave.
Ecco perché è stata rifiutata un’offerta superiore
Sembrerebbe un trasferimento come tanti. E invece ha molti elementi di stranezza, a partire dal comunicato che l’Estrela Amadora pubblica sul suo sito ufficiale. Un testo criptico, nel quale si dice che la cifra della cessione pattuita per il trasferimento di André Luiz in Grecia è coperta da una clausola di riservatezza. Il testo lascia intuire altri elementi di perplessità. Uno dei quali non viene menzionato esplicitamente: l’interessamento del Benfica per il calciatore, con offerta molto più pesante per la sua acquisizione rispetto alla cifra pagata dal club greco. Ciò che renderebbe più grasso l’incasso per l’Estrela Amadora, che ha diritto al 10 per cento sulla cifra di cessione. Invece il Rio Ave decide di accettare l’offerta del club greco. Su quei 6,75 milioni verrà calcolato il 10 per cento a beneficio dell’Estrela. E una volta liquidata la spettanza, si estingue ogni diritto per il club amadorense.
André Luiz (a sinistra) in azione contro il Benfica (foto Ansa).
Evangelos Marinakis, il greco che ronzava attorno al Monza
Messa in questi termini, sembrerebbe un caso di comportamento irrazionale di un club nella gestione del proprio patrimonio-calciatori. Invece, a leggere bene il quadro della situazione, le cose non stanno esattamente così. C’è un elemento dirimente che riporta nel perimetro della logica un affare di calciomercato apparentemente sballato. Il Rio Ave e l’Olympiacos sono infatti sotto la stessa proprietà: quella del magnate greco Evangelos Marinakis, che è proprietario anche del Nottingham Forest (in Premier League) e che qualche tempo fa era stato dato come possibile acquirente del Monza.
Evangelos Marinakis (foto Ansa).
Spostamenti verso Paesi dalla disciplina fiscale più favorevole
Fra i tre club del sistema multiproprietario c’è già un fitto intreccio di spostamenti di calciatori, fatto per dare corso a esigenze che possono essere di valorizzazione del calciatore come di rafforzamento di una delle squadre (ma con corrispettivo indebolimento dell’altra). Viene anche il sospetto che qualche spostamento – dei calciatori e del denaro – venga fatto per orientare il flusso verso il Paese dalla disciplina fiscale più favorevole.
Giocatori e tifosi dell’Estrela Amadora (foto Ansa).
Un bel danno, ma Fifa e Uefa restano a guardare
Nel caso del trasferimento di André Luiz, il sospetto è un altro: che lo spostamento sia avvenuto da una squadra all’altra del sistema multiproprietario con lo scopo di liquidare all’Estrela Amadora una cifra più bassa per il suo 10 per cento. Ipotesi maliziosa: e se nel mercato della prossima estate il calciatore venisse ceduto dall’Olympiacos al Benfica, per quella cifra nettamente più alta che poteva essere incassata già lo scorso gennaio? Di sicuro per l’Estrela Amadora sarebbe un bel danno, rispetto al quale però potrebbe rivalersi ben difficilmente. Così vanno le cose, nel calcio delle multiproprietà sdoganate. Mentre Fifa e Uefa se ne stanno lì a guardare.
Qualche giorno fa Alphabet, la capogruppo di Google, ha emesso un bond (un titolo di debito) con scadenza nel 2126, cioè tra 100 anni. Non è solo un’operazione tecnica per addetti ai lavori: è una dichiarazione politica sul futuro. Significa infatti che uno dei gruppi più potenti del Pianeta ha deciso di farsi prestare denaro oggi, impegnandosi a restituirlo tra un secolo, per finanziare investimenti in infrastrutture di Intelligenza artificiale che dovrebbero reggere, alimentare e guidare le nostre vite digitali nei decenni a venire. Chi compra quel bond, insomma, sta scommettendo che Google, o qualunque cosa Google sarà diventata nel frattempo, esisterà ancora, starà ancora facendo profitti e sarà ancora in grado di onorare i suoi debiti quando noi non ci saremo più. La meccanica dell’operazione è, sulla carta, piuttosto semplice. Alphabet emette un titolo di debito molto lungo, incassa oggi capitale fresco che userà per costruire data center, reti, hardware specializzato, alimentare ricerca e sviluppo dell’IA. In cambio, per i prossimi 100 anni, si impegna a pagare una cedola periodica ai sottoscrittori: un flusso costante di interessi che remunera il rischio di prestare denaro così a lungo. Alla fine del periodo, nel 2126, il capitale andrà restituito.
Il quartier generale di Google a Mountain View, California (Ansa).
Il bond centenario di Alphabet ci dice molto su cosa sia l’IA
Il punto non è tanto la cedola in sé, pur importante, quanto il fatto che l’orizzonte temporale sia talmente esteso da spostare lo sguardo oltre qualunque pianificazione aziendale normale, oltre qualunque business plan, oltre qualunque mandato manageriale. Nessun Ceo che oggi firma quei documenti sarà al suo posto quando il bond scadrà e, quasi certamente, non lo saranno neppure i nipoti dei manager di oggi. È impressionante. Un secolo equivale, grosso modo, a quattro generazioni abbondanti. In un mondo in cui facciamo fatica a pensare a cinque anni di distanza – la prossima legislatura, il prossimo piano industriale, la prossima ondata di tagli – un pezzo rilevante dell’infrastruttura digitale che reggerà l’Intelligenza artificiale viene finanziato con orizzonti che superano la durata media di una vita. È come se, insieme alla promessa di efficienza algoritmica, stessimo sottoscrivendo un mutuo generazionale. Il bond secolare di Alphabet, insomma, è un modo di dire che l’AI non è più una bolla passeggera, ma un’infrastruttura strutturale del capitalismo contemporaneo, qualcosa che si finanzia come si finanziavano un tempo le ferrovie o le grandi opere idrauliche.
(Igor Omilaev via Unsplash).
Intanto Meta promette la vita (artificiale) eterna
Ma c’è un altro fronte, apparentemente lontanissimo, dove l’Intelligenza artificiale incontra il tempo in maniera ancora più disturbante: Meta, la casa madre di Facebook e Instagram, promette di “resuscitare” gli utenti, dunque promette la vita (artificiale) eterna. Negli stessi giorni in cui Google si proietta 100 anni avanti, è tornata alla ribalta la notizia di un brevetto di Meta per sistemi di IA addestrati sulle tracce digitali degli utenti (post, foto, commenti e messaggi) in grado di continuare a interagire anche quando la persona è assente, o addirittura morta. Al netto dell’enfasi giornalistica, l’idea è piuttosto concreta: la piattaforma raccoglie per anni dati sul tuo modo di parlare, reagire, commentare e costruisce un tuo doppio algoritmico capace di rispondere a messaggi, mettere like, partecipare a conversazioni dopo la tua scomparsa. L’azienda di Zuckerberg, nelle note ufficiali, parla di migliorare l’esperienza degli utenti che restano, di non spezzare le reti sociali quando un profilo si silenzia per sempre. Ma la dinamica economica è fin troppo evidente. Un utente morto smette di generare contenuti, dati, impression pubblicitarie. Un utente “resuscitato” tramite AI, invece, continua a popolare il feed, a tenere viva la rete dei contatti, a fornire materiale per il targeting. È, in modo molto prosaico, un tentativo di controbilanciare l’invecchiamento e l’erosione della base utenti. Il corpo biologico invecchia e scompare; l’avatar algoritmico resta attivo, giovane, coinvolgente.
Il logo di Meta (Ansa).
Le big tech si attrezzano per l’immortalità
Così, se Google si indebita per 100 anni per costruire l’infrastruttura dell’AI, Meta punta a costruire identità digitali che sopravvivono ai corpi per nutrire quella stessa infrastruttura. Il dato che emerge è una fissazione dell’AI con il tempo. Le due mosse raccontano infatti la stessa ambizione: estrarre valore dal tempo umano, spostando sempre più in là i confini tra vita, morte, presente e futuro. Paradossalmente, mentre i colossi tecnologici si attrezzano per essere immortali, alle persone viene chiesto di essere sempre più agili, flessibili e temporanee. Le nostre vite vengono infatti frammentate in cicli sempre più brevi fatti di aggiornamenti continui, competenze che invecchiano in pochi anni, piattaforme che ci chiedono attenzione in slot di pochi secondi. Un eterno presente umano a tempo determinato.
A Pechino qualcuno si è accorto di una novità. L’ambasciata della Corea del Nord in Cina ha collocato una fotografia di Kim Jong-un insieme a sua figlia, la 13enne Kim Ju-ae, in bella vista nella bacheca esterna. Un segnale forse impercettibile, ma che potrebbe rappresentare un indizio di quanto l’agenzia di intelligence della Corea del Sud sostiene che sia ormai quasi stabilito: Ju-ae è stata individuata dal padre come erede e prossima leader suprema di Pyongyang.
Kim Jong un e Kim Ju-ae alle celebrazioni per il 79esimo anniversario della fondazione del Partito dei lavoratori nel 2024 (Ansa).
La figlia del leader nordcoreano verso la designazione
Tutti gli occhi sono puntati sul prossimo congresso del Partito del Lavoro di Corea, convocato nei prossimi giorni. C’è chi sostiene che possa essere il momento in cui la giovane Ju-ae emergerà come “delfina” della dinastia che governa il Regno Eremita sin dalla sua fondazione. Un posto in prima fila accanto al padre e un nuovo titolo sarebbero indizi di una sua possibile investitura. A Seul, per ora, non si esclude che le venga assegnata una carica nel Comitato centrale, magari come primo segretario aggiunto. Secondo l’ultima valutazione del National Intelligence Service sudcoreano, presentata a porte chiuse ai parlamentari a Seul, Ju-ae sarebbe così entrata in una fase di “designazione“, che va oltre il semplice “addestramento” simbolico. Un passaggio che, nella grammatica opaca del potere nordcoreano, può avere un peso enorme. Non esiste alcuna conferma ufficiale da parte di Pyongyang, ma l’accumularsi di indizi alimenta l’aspettativa.
Tra parate e test missilistici Ju-ae è da anni sotto i riflettori
L’ascesa pubblica della figlia del leader non è avvenuta all’improvviso. Fino al 2022 la sua stessa esistenza era avvolta nel mistero, con l’unica menzione proveniente da una dichiarazione dell’ex campione di basket NBA Dennis Rodman, che nel 2013 aveva raccontato di aver tenuto in braccio la «piccola Ju-ae» durante una visita a Pyongyang. Poi, nel novembre 2022, le immagini diffuse dai media statali mostrarono per la prima volta la ragazza accanto al padre durante il lancio di un missile balistico intercontinentale. Da allora la sua presenza è diventata sempre più frequente e centrale. Ju-ae ha assistito a test missilistici, parate militari, celebrazioni del nuovo anno, inaugurazioni di impianti industriali e visite a installazioni strategiche. In alcune fotografie ufficiali la si vede in posizione centrale, talvolta persino davanti al padre. In altre occasioni è seduta accanto a lui mentre alti generali si inchinavano o le sussurravano all’orecchio. Un dettaglio non secondario in un sistema che fa del protocollo una forma di linguaggio politico.
Kim e la figlia Ju-ae in una base militare nordcoreana (Ansa).
Da «nobile bambina» a «figlia più amata»
In Corea del Nord le parole non sono mai casuali. L’iconografia, i titoli, la posizione nelle fotografie, l’ordine dei nomi nei comunicati: ogni elemento costruisce la narrazione del potere. Particolarmente significativo è stato l’uso da parte dell’agenzia di stampa statale di termini onorifici solitamente riservati ai leader supremi o ai loro successori. Nel 2024 è stata lanciata una serie di francobolli in cui è ritratta insieme al padre. Nello stesso momento, i media di regime da «nobile bambina» hanno cominciato a definirla «figlia più amata». Qualche mese fa poi le è stato attribuito il titolo di hyangdo, grande guida. Non meno rilevante è stata la sua partecipazione al viaggio a Pechino in occasione dellagrande parata militare ospitata dal presidente cinese Xi Jinpinglo scorso 3 settembre, evento che ha segnato il suo debutto internazionale.
Kim Jong-un con Kim Ju-ae all’aeroporto militare Kalma (Ansa).
Kim si vuole presentare come «padre della patria»
In una società rigidamente patriarcale, in cui il culto della «stirpe del monte Paektu» giustifica la legittimità della dinastia Kim, la scalata di una possibile erede donna rappresenterebbe una svolta storica. Se confermata, Ju-ae diventerebbe la prima leader femminile nella storia del regime, succedendo al padre, al nonno Kim Jong-il e al bisnonno Kim Il-sung. C’è però chi crede che si stia correndo troppo. Alcuni analisti ritengono che Kim stia utilizzando l’immagine della figlia per rafforzare la propria legittimità interna e presentarsi come «padre della patria», umanizzando il suo profilo senza rinunciare alla durezza del controllo politico. Mostrare una bambina sorridente accanto ai missili intercontinentali può servire a costruire l’idea di continuità e stabilità, rassicurando le élite e la popolazione sul fatto che il potere rimarrà saldamente nelle mani della dinastia.
Kim Jong-il e il successore designato Kim Jong-un nel 2010 (Ansa).
Il mistero del figlio maschio mai apparso in pubblico
Il leader supremo, che ha poco più di 40 anni, non sembra avere un’urgenza immediata di successione. L’intelligence sudcoreana stessa sottolinea che tutte le possibilità restano aperte, anche perché si ritiene che Kim abbia almeno un altro figlio, forse un maschio, che non è mai stato mostrato. In un sistema in cui la scelta del successore è sempre rimasta segreta fino a quando il momento politico non era maturo, l’attuale esposizione potrebbe essere parte di una strategia graduale di costruzione del consenso interno. Lo stesso Kim Jong-un fu peraltro introdotto pubblicamente come erede solo pochi anni prima della morte del padre, in un contesto di accelerazione dovuto a problemi di salute del leader allora in carica. Oggi la situazione appare diversa. La Corea del Nord ha enormemente rafforzato l’asse con la Russia, siglando un’alleanza di mutua difesa. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e l’avvento di Lee Jae-myung in Corea del Sud, l’ipotesi di un rilancio del dialogo con Washington non è più considerata impossibile. Ma la situazione internazionale e regionale resta del tutto volatile. In questo quadro, consolidare in anticipo la figura di un successore potrebbe servire a prevenire lotte interne e a blindare il sistema contro eventuali shock improvvisi. Oppure, l’ostentazione di una figura come quella della giovane Ju-ae potrebbe essere funzionale alla mera propaganda. Il tempo dirà, di certo ogni suo passo sarà osservato con enorme attenzione.
Questo week-end a Roma alla fiera Oblivion, fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale a Roma, con tutte le più interessanti novità librarie!
Giunta alla seconda edizione, Oblivion: Fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale è l’evento che ogni cacciatore di emozioni stava aspettando, un crocevia per chi vuole esplorare i confini più estremi della narrativa fantastica e del pensiero alternativo. Oblivion è l’evento in cui horror, fantasy, fantascienza e weird trovano il loro spazio naturale, in un contesto che celebra l’indipendenza creativa e l’audacia intellettuale.
Nato dalla passione dell’omonimo collettivo indipendente, Oblivion ha scelto la suggestiva... - Leggi l'articolo
Per cercare gli alieni avevano rinunciato a tutto, e ora anche il loro rapporto stava andando in rovina
Aveva avuto un contatto con un'entità aliena. Che gli aveva curato il cancro, per poi sparire. Da quel momento la vita di Liam e di sua moglie Olivia era stata totalmente dedicata alla ricerca dell'entità, rinunciando a tutto, amici, parenti, lavoro. Finché la loro stessa relazione aveva finito per essere messa in crisi. Proprio in quel momento, però, l'entità era riapparsa.
Alienation è un corto che, come dal titolo, più che di alieni parla di alienazione; parla di una donna, molto brava l'attrice, Mary Cameron Rogers, che rinuncia a tutto... - Leggi l'articolo
Durante l’ultima puntata de La Pennicanza, Fiorello è riuscito a strappare all’attuale Direttore Generale della Rai Roberto Sergio la conferma che sarà Stefano De Martino a raccogliere il testimone da Carlo Conti come prossimo conduttore del Festival di Sanremo. Non è un annuncio ufficiale, ma poco ci manca. Ecco cosa è successo.
La chiamata di Sergio a Fiorello
Sergio ha chiamato Fiorello mentre era in diretta su Radio Due e in visual radio sul canale 202 e su RaiPlay. Dopo aver scambiato qualche battuta, lo showman ha chiesto al dirigente Rai: «Può dirci qualcosa che non sappiamo del futuro di questa azienda? Una cosa, che so, Sanremo dell’anno prossimo per esempio». A quel punto, Sergio ha risposto: «Ma chi? De Martino». Poi la chiusura della chiamata, piuttosto frettolosa.
La smentita del dirigente Rai
Successivamente, parlando di «gag incomprensibile», Sergio ha smentito di aver fatto annunciato De Martino come conduttore di Sanremo 2027, dopo essere stato “imbeccato” da Fiorello senza nemmeno poter capire cosa stesse accadendo.
Il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire oltre 21 milioni di euro per il mancato sgombero di Spin Time, palazzo di 10 piani e 21 mila metri quadrati nel rione Esquilino di Roma, occupato nel 2013 dal movimento per il diritto all’abitare Action. Lo riporta Adnkronos. A stabilire il risarcimento è stata la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, dopo la causa intentata da InvestiRE Sgr.
L’edificio occupato un tempo era la sede dell’Inpdap
L’edificio occupato, che si trova in via Santa Croce in Gerusalemme (non lontano dalla stazione Termini), in passato è stato sede dell’Istituto nazionale di previdenza e assistenza dei dipendenti dell’amministrazione pubblica (Inpdap), poi confluito nell’Inps. La chiusura degli uffici dell’ente iniziò nel 2003 e il definitivo abbandono del palazzo era arrivato nel 2010. Successivamente era stato venduto al fondo di investimenti immobiliari Investire SGR. Poi l’occupazione da parte di Action, a seguito della quale hanno trovato casa nell’immobile oltre 150 famiglie, per un totale di circa 400 persone.
Secondo quanto riporta Adnkronos, la sentenza (di 25 pagine) è stata emessa il 18 dicembre ed è stata appena notificata al Viminale. «È vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi, ma il danno conseguente a tale occupazione può e deve essere imputato al ministero dell’Interno», si legge nella sentenza. Questo perché il Viminale «a fronte della emissione da parte dell’Autorità giudiziaria di un provvedimento di sequestro preventivo, aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito, essendo obbligato a dare esecuzione al decreto di sequestro». Su richiesta del pm del 27 febbraio 2020, il gip di Roma aveva ordinato il sequestro preventivo dell’immobile il 31 marzo 2020. Ma l’ordine non è stato mai eseguito. Matteo Piantedosi, attuale ministro dell’Interno, ha inserito Spin Time Labs nel piano sgomberi della prefettura di Roma.
L’Iran prova a sventare la minaccia di un massiccio attacco degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un’intervista al programma Morning Joe dell’emittente americana Msnbc, ha infatti annunciato che «entro due o tre giorni» sottoporrà alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare: «Dopo il via libera finale dei miei superiori, la bozza sarà consegnata a Steve Witkoff».
Gli Stati Uniti non avrebbero chiesto l’arricchimento zero dell’uranio
Araghchi ha poi spiegato che Witkoff e l’altro negoziatore Usa, Jared Kushner, nel corso dell’ultimo round di colloqui che si è tenuto a Ginevra non hanno chiesto all’Iran lo stop completo all’arricchimento dell’uranio. «Ora stiamo parlando di come garantire che il programma nucleare iraniano, compreso l’arricchimento, sia pacifico e lo rimanga per sempre», ha aggiunto.
I colloqui di Ginevra sulla stampa sul Tehran Times (Ansa).
Washington intensifica intanto il dispiegamento militare in Medio Oriente
L’attacco americano, va detto, resta tutt’altro che un’ipotesi campata in aria. Gli Stati Uniti stanno infatti intensificando il dispiegamento navale e aereo in Medio Oriente. La portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande al mondo, è infatti entrata nelle acque del Mar Mediterraneo. E lo stesso ha fatto il cacciatorpediniere USS Mahan, parte integrante del gruppo da battaglia guidato dalla Ford.
La Corte suprema degli Stati Uniti si è pronunciata contro i dazi imposti dal presidente Donald Trump nel 2025. I giudici hanno ritenuto che il tycoon sia andato oltre la sua autorità imponendo tariffe attraverso una legge riservata all’emergenza nazionale, il provvedimento del 1977 denominato International emergency economic powers act (Ieepa) che conferisce al presidente il potere di regolamentare il commercio in risposta a un’emergenza, che Trump aveva evocato per “giustificare” alcuni dazi – la prima volta nel febbraio 2025 per tassare le merci provenienti da Cina, Messico e Canada, affermando che il traffico di droga da quei paesi costituiva un’emergenza, poi ad aprile, ordinando prelievi dal 10 al 50 per cento sulle merci provenienti da quasi tutti i paesi del mondo. «Riteniamo che l’Ieepa non autorizzi il presidente a imporre tariffe», si legge nella sentenza. Secondo i giudici, il presidente non poteva utilizzare i suoi poteri esecutivi per imporre le tariffe doganali ma sarebbe stata necessaria una decisione del Congresso.
La Corte si è pronunciata con una maggioranza di 6-3
La Corte si è espressa contro i dazi con una maggioranza di 6-3. I tre giudici liberali Ketanji Brown Jackson, Elena Kagan e Sonia Sotomayo, insieme ai tre giudici conservatori Amy Coney Barrett, Neil Gorsuch e John Roberts, hanno votato per abbattere le tariffe. I giudici Brett Kavanaugh, Samuel Alito e Clarence Thomas hanno dissentito.
La reazione delle Borse
Wall Street ha risposto rapidamente e positivamente alla sentenza della Corte. Ecco come si comportano i principali indici:
È morta a 88 anni Angela Luce: a teatro aveva recitato al fianco di Eduardo De Filippo, che l’aveva scoperta, e al cinema con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Totò, lavorando per registi come Pupi Avati e Mario Martone. Vincitrice di un David di Donatello, all’attività di attrice aveva affiancato quella di cantante, partecipando anche al Festival di Sanremo.
Era stata scoperta da Eduardo De Filippo
Vero nome era Angela Savino, era nata a Napoli nel 1937 e nella sua città aveva cominciato a calcare il palcoscenico. Non ancora ventenne fu notata da Eduardo De Filippo, che la definì «una forza della natura» e la accolse nella sua compagnia senza nemmeno un provino; assieme furono protagionisti della versione teleteatrale de Il contratto. Nel corso della carriera teatrale lavorò anche con Peppino De Filippo e Nino Taranto.
Nel 1996 aveva vinto il David di Donatello
Nel 1956 l’esordio al cinema con Ricordati di Napoli, diretto da Pino Mercanti. Negli anni seguenti interpretò film come Il vedovo di Dino Risi, Lo straniero di Luchino Visconti e Signori si nasce di Mario Mattioli, al fianco di Totò. Attrice poliedrica, tra le sue interpretazioni più significative di Angela Luce ci sono quelle ne Il Decameron di Pier Paolo Pasolini e in Malizia di Salvatore Samperi. Per La seconda notte di nozze di Pupi Avati ricevette la nomination al Nastro d’argento. La parte ne L’amore molesto di Mario Martone nel 1996 le valse il David di Donatello (miglior attrice non protagonista) e una nomination per la Palma d’oro a Cannes.
Nel 1975 arrivò seconda a Sanremo
Per quanto riguarda la carriera di cantante, Angela Luce partecipò due volte a Un disco per l’estate e una al Festival di Sanremo, arrivando seconda nel 1975 con il brano Ipocrisia. Tra i suoi dischi più apprezzati ci sono Che vuò cchiù e Cafè Chantant, incisi negli Anni 70.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato che il governo intende impugnare la sentenza del tribunale di Palermo sul caso Sea Watch, che ha disposto un risarcimento di 76 mila euro in favore della ong. «Noi fino adesso, e continueremo a farlo, abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio e quando è stato possibile l’abbiamo impugnato, quindi anche in questo caso faremo così», ha dichiarato a margine dell’inaugurazione dell’ufficio PolMetro della Questura di Roma alla Stazione Termini.
Piantedosi: «I numeri danno ragione al governo»
Sempre a proposito di immigrazione, ha dichiarato: «Quello che voi chiamate blocco navale è un’ipotesi normativa che adesso farà il suo giro nelle aule parlamentari e quindi è una cosa completamente diversa. Io segnalo solo che con le politiche di questo governo c’è una progressiva riduzione degli arrivi irregolari. Guardate i numeri che riguardano anche quest’anno il calo degli sbarchi, vuol dire che il complesso delle iniziative che stiamo mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie, sta dando ragione alle politiche del governo».
Salvini: «Con me al Viminale Rackele non avrebbe vita facile»
Sul caso del risarcimento alla Sea Watch è intervenuto anche Matteo Salvini, che all’epoca dei fatti a cui si riferisce la sentenza era ministro dell’Interno: «Votare per cambiare o no la giustizia incide con la nostra vita quotidiana. Se tornerò ministro dell’Interno con me Rackete (ndr la comandante della nave) non avrebbe vita facile. Ma se la politica costruisce delle leggi sulla sicurezza, possono piacere o non piacere, e poi i giudici però decidono il contrario, è complicato».
Unicredit ha erogato un finanziamento a Sal (Stato avanzamento lavori) di 3,2 milioni alla società Blu Ocean. L’operazione è finalizzata alla realizzazione di due nuove celle frigorifere di circa 10 mila metri cubi, che saranno destinate allo stoccaggio di prodotti surgelati e integrate con la struttura già esistente nel comune di Casteldaccia. Blu Ocean si occupa della selezione e distribuzione di pesce fresco, surgelato e prodotti alimentari, garantendo elevati standard di qualità. È presente con punti vendita diretti e numerosi corner nei supermercati, garantendo una diffusione capillare dei suoi prodotti. L’investimento che verrà realizzato ha una chiara valenza Esg dal punto di vista ambientale grazie all’adozione di impianti ad alta efficienza energetica, sul piano sociale in quanto consolida i livelli occupazionali e garantisce standard elevati di sicurezza alimentare, oltre che di governance, in quanto grazie al cda e a un controllo di gestione assicurerà trasparenza decisionale e un presidio più efficace dei rischi.
Lo Coco: «Questo progetto genererà un impatto concreto e positivo sul territorio»
Queste le dichiarazioni di Marco Lo Coco, presidente di Blu Ocean: «Questo investimento rappresenta un passaggio chiave del nostro Piano industriale 2026-2030, orientato a rafforzare la nostra leadership nel mercato di riferimento e a sostenere una crescita solida, strutturata e di lungo periodo. Non si tratta semplicemente di un ampliamento infrastrutturale, ma di una scelta strategica pienamente coerente con il percorso Esg che l’azienda ha intrapreso da anni, integrando efficienza energetica, sicurezza alimentare, tutela occupazionale e solidità della governance in un’unica visione di sviluppo responsabile. Blu Ocean è pienamente consapevole del proprio ruolo economico e sociale sul territorio e ritiene che questo progetto possa generare un impatto concreto e positivo in termini di occupazione, competitività e sviluppo per la comunità locale. Desideriamo ringraziare Unicredit per la fiducia accordata e per una collaborazione consolidata nel tempo, che continua a rappresentare un elemento determinante nel nostro percorso di crescita e rafforzamento aziendale».
Malandrino: «Impegnati a favorire interventi che promuovono uno sviluppo sostenibile»
Gli ha fatto eco Salvatore Malandrino, Regional manager Sicilia di Unicredit: «Il finanziamento destinato ai piani di sviluppo di Blu Ocean testimonia il nostro continuo impegno verso il tessuto produttivo siciliano. La nostra presenza capillare sul territorio ci permette di accompagnare efficacemente le imprese nei loro percorsi di crescita, favorendo interventi che promuovono uno sviluppo economico sostenibile a beneficio delle comunità in termini di occupazione, innovazione e qualità ambientale».
In molti si stanno chiedendo che fine abbia fatto l’audit interno che doveva chiarire l’assunzione del fidanzato della figlia di Antonio Marano, Alessandro Valadè, a Rai Pubblicità. Era stato lo stesso consigliere di amministrazione in quota Lega nonché presidente ad interim della Rai a chiedere un accertamento che verificasse il rispetto delle procedure aziendali e la correttezza della sua condotta. La storia del genero di Marano era stata raccontata per prima da la Repubblica: l’uomo era stato scelto all’interno di una selezione che mirava a reclutare esperti in marketing, comunicazione, digitale e vendite. Tra i tanti candidati, alla fine ha avuto la meglio proprio lui. Le opposizioni avevano subito parlato di «vergognosa parentopoli» e «servizio pubblico preda delle scorribande della destra». E pare che anche l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi (nel frattempo indaffarato anche con l’imbarazzante caso Petrecca) non abbia preso bene l’episodio e si sia lamentato dell’inopportunità politica di quell’assunzione, che presta il fianco agli attacchi sulla presunta occupazione militare della destra della tivù di Stato, trasformata in TeleMeloni. Il “suocero” ha provato a difendere Valadè così: «Ha un curriculum prestigioso. Ha passato sei colloqui di selezione. E se io non ho rivelato prima all’ad di Rai Pubblicità quale fosse il nostro rapporto è proprio per non esercitare alcuna forma di pressione». Sarà, ma intanto adesso si attende il risultato dell’audit, visto che nel frattempo sono passati due mesi.
Antonio Marano (foto Ansa).
Si vocifera, tra l’altro, anche di un Marano preoccupato dal fatto che dopo la fine dei Giochi olimpici invernali ci possano essere ulteriori sviluppi sulle vicende giudiziarie che hanno riguardato l’operato della Fondazione Milano Cortina, di cui lo stesso Marano è stato direttore commerciale dal 2021 praticamente fino a oggi. Anche qui sono piovute accuse di parentopoli, per restare in tema: nelle carte dell’inchiesta si è parlato di «carenza di trasparenza e imparzialità nelle assunzioni» e «malsani fenomeni di favoritismo, nepotismo o clientelari». Tra gli altri, per esempio, sono stati assunti il figlio di Ignazio La Russa e la nipote di Mario Draghi. Tra rimborsi spese vari e vetture con autista a carico della fondazione, i pm hanno trasmesso gli atti dell’indagine al procuratore della Corte dei conti della Lombardia per eventuali profili di danni erariali, come raccontato da Il Fatto Quotidiano. Anche se i pm hanno chiesto al gip di archiviare il fascicolo a carico di ignoti, perché da un lato l’abuso d’ufficio non è più previsto dalla legge come reato, grazie alla riforma Nordio del luglio 2024. E dall’altro perché l’ipotesi di turbativa d’asta nelle gare private per conto di amministrazioni pubbliche sussiste solo nell’acquisto di «beni e servizi» e non per «l’assunzione di personale». Il decreto Salva Olimpiadi del 2024 oltre tutto aveva definito la Fondazione come ente privato, bloccando di fatto le indagini per reati contro la pubblica amministrazione. La questione però è passata all’esame della Corte costituzionale: il tribunale di Milano ha sollevato infatti la questione di legittimità costituzionale, e ora la decisione della Consulta potrebbe riaprire le indagini. L’udienza è fissata per il 5 maggio 2026.
Arianna Meloni a Gradoli, al pranzo del Purgatorio
Gradoli, si sa, è un Comune diventato noto per colpa del rapimento di Aldo Moro: dal tavolino della seduta spiritica di Romano Prodi e dei suoi commensali spuntò proprio “Gradoli”, indicato come il luogo nel quale trovare lo statista democristiano, ma invece di andare in via Gradoli a Roma, nel covo delle Brigate rosse, tutti andarono nel paese situato in provincia di Viterbo, con un enorme, e inutile, dispiegamento di mezzi. Fatto sta che lì, proprio nel Comune di Gradoli, ogni mercoledì delle Ceneri va in scena il cosiddetto “pranzo del Purgatorio”, preparato nel corso della notte da un esercito di cuoche nella “stanza del fuoco”, con 50 quintali di legna per riscaldare i calderoni: alle 13 in punto, nei capannoni della Cantina Oleificio Sociale, ecco i prelibati “fagioli del Purgatorio”, con tanto di luccio, nasello, baccalà e tinca. L’organizzazione che cura tutto si chiama “Fratellanza del Purgatorio di Gradoli”, e ha al suo vertice il capitano Massimo Del Signore. E se c’è una fratellanza, ecco Fratelli d’Italia, con la presenza di Arianna Meloni. Che a Gradoli hanno chiamato «la sorellanza», per restare in tema con il sodalizio. Gli abitanti sono poco più di un migliaio, i partecipanti al pranzo molti di più, qualcuno ne ha contati 1.500, e Arianna è legatissima a questi luoghi. Tanto da lasciare un messaggio sui social: «Grazie per averci accolto al Pranzo del purgatorio. Una giornata in cui la comunità intera si prende cura dei più deboli attraverso un banchetto di beneficenza e si ritrova intorno a un piatto di fagioli e un brodo di tinca, tipici della cucina territoriale». Con Arianna c’erano il deputato Mauro Rotelli, la vicepresidente del parlamento europeo Antonella Sberna, i consiglieri regionali Daniele Sabatini e Giulio Zelli, la capogruppo di FdI Viterbo Laura Allegrini, il coordinatore provinciale Massimo Giampieri. Lo scorso anno, all’evento, c’era il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Giovanni Grasso va per mostre
Giovanni Grasso, oltre a lavorare al Quirinale come portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, coltiva da sempre la passione per la letteratura. E per l’arte. Così l’altra sera era al Mattatoio di Roma, a Testaccio, all’inaugurazione della mostra “Chiara Capobianco. Architettura di una metamorfosi”. Come si legge nella presentazione, «l’idea che sostiene il progetto espositivo è ispirata dai miti raccontati nelle Metamorfosi di Ovidio, i cui motivi narrati, che hanno per soggetto identità fluide, corpo, desiderio, perdita e resistenza, diventano strumento per interrogare il presente…».
Giovanni Grasso con Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
Fiuggi, Abodi porta lo sport
Dite a Leonardo Maria Del Vecchio che dal 20 al 22 marzo Fiuggi si trasformerà in un grande laboratorio nazionale dedicato al futuro della “Repubblica del Movimento” e delle comunità attive. L’iniziativa promossa da Fondazione Sportcity in collaborazione con il comune di Fiuggi coinvolgerà oltre 200 addetti ai lavori tra rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, manager, imprenditori del settore e dirigenti sportivi. Ecco così il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, insieme al sottosegretario all’Ambiente Claudio Barbaro. La seconda giornata entrerà nel vivo con una serie di interventi dedicati a politiche sportive, infrastrutture e sviluppo dei territori. Tra i protagonisti della mattinata ci saranno Diego Nepi Molineris, Livio Gigliuto ed Evelina Christillin, oltre ai rappresentanti delle istituzioni e del mondo dell’impiantistica sportiva.
La posizione di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, si sta aggravando sempre di più. Secondo le versioni rese negli interrogatori da quattro colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, il 42enne avrebbe gestito da solo e in maniera a dir poco opaca i concitati momenti dopo il colpo sparato. Ecco cosa sta emergendo.
Avrebbe mentito sulla chiamata ai soccorsi
Innanzitutto, Cinturrino avrebbe mentito agli altri agenti dicendo di aver chiamato i soccorsi dopo aver sparato a Mansouri, quando in realtà non l’aveva fatto. La chiamata, col pusher agonizzante a terra, sarebbe infatti partita più di 20 minuti dopo.
La possibile messinscena della pistola
C’è poi l’ipotesi della messinscena della pistola. Cinturrino aveva raccontato di aver agito per legittima difesa, dopo che Mansouri gli aveva puntato contro un’arma (rivelatasi poi finta). Ma il collega che era più vicino a lui (unico teste oculare dell’omicidio), prima che venissero effettivamente chiamati i soccorsi si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per tornare sul posto con una borsa. Gli altri colleghi hanno detto di non sapere cosa ci fosse dentro. Insomma, l’ipotesi è che pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata.
La gestione borderline di alcune operazioni precedenti
Cinturrino avrebbe gestito in prima persona la situazione e i colleghi, più giovani e dunque meno esperti, avrebbero sostanzialmente solo assistito. Sempre dai verbali, stando a quanto filtra, è venuta alla luce una gestione borderline da parte di Cinturrino di alcune operazioni precedenti. In alcune occasioni, infatti, avrebbe anche malmenato tossici e piccoli spacciatori presenti nella zona.
Sta facendo discutere il file con i candidati che hanno superato le prove scritte del concorso per notai del 2024. Sul sito del Consiglio nazionale del notariato è stato infatti pubblicato, e poi rimosso dopo pochi minuti, un documento Excel dove, accanto ai partecipanti, erano segnati commenti e giudizi inappropriati come «carina», «graziato», «salvato», «fenomeno». Diverse persone l’hanno però visionato e salvato prima che venisse tolto dalla rete, e così gli screenshot hanno cominciato a girare su blog e social generando commenti, accuse alla commissione che l’ha compilato (composta da sei professori universitari, nove magistrati e nove notai) e annunci di ricorsi.
Candidati associati ai santi
Oltre a commenti sessisti e valutazioni inopportune, a fianco dei codici di alcuni candidati sono associati nomi di santi – figure come san Mattia Apostolo, san Pancrazio, san Filippo Neri e santa Matilde di Hackeborn. C’è anche un misterioso candidato denominato “Papa“. Il timore che agita i candidati esclusi è che dietro a queste associazioni candidato-santo si celino i nomi dei «padrini» o dei referenti politici e/o professionali dei partecipanti, una sorta di mappa della raccomandazione 2.0. Tra gli altri riferimenti presenti accanto ai nomi, un enigmatico «sciopero e cena a Enoteca Corsi». Insomma, tutto lascia pensare che le tre prove scritte, che dovrebbero essere valutate senza conoscere l’identità del candidato grazie al sistema delle buste separate, e che dovrebbero avere come garante il ministero della Giustizia, siano state oggetto di un monitoraggio personalizzato.
Luigi Di Maio ha annunciato una prestigiosa aggiunta alla sua già ricca collezione di poltrone: l’ex M5s è stato infatti nominato professore onorario al Dipartimento di studi sulla difesa del King’s College di Londra, nella facoltà di Scienze sociali. «Assumerò questo nuovo incarico con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, sulle relazioni Europa-Golfo e sulle dinamiche geopolitiche», ha scritto Di Maio su LinkedIn: «Una nuova sfida. Sempre la stessa passione».
Luigi Di Maio (Imagoeconomica).
Tutti gli incarichi di Di Maio
Celebrando l’approvazione del Reddito di Cittadinanza, da ministro del Lavoro (e dello Sviluppo economico) Di Maio nel 2018 aveva annunciato l’abolizione della povertà. Da allora ha messo in fila un successo dopo l’altro, o quasi. Ministro degli Esteri con Giuseppe Conte e poi con Mario Draghi premier, da capo politico del Movimento 5 stelle si è ritrovato in una posizione subordinata a favore dell’avvocato pugliese. Oggi presidente pentastellato. Dopo il fallimento di Impegno Civico alle Politiche del 2022, Di Maio ha detto addio a Montecitorio (dove aveva un seggio dal 2013), trovando però un nuovo incarico di respiro internazionale, ovvero quello di rappresentante speciale dell’Ue per la regione del Golfo, per il quale è stato riconfermato fino al 28 febbraio 2027.
Il gup di Roma ha prosciolto 29 persone – quasi tutti membri di CasaPound – che erano indagate per i saluti romani del 7 gennaio 2024 davanti all’ex sede dell’Msi di via Acca Larenzia, a Roma, in occasione della commemorazione dei tre giovani militanti di destra uccisi nel 1978. Il giudice ha disposto il non luogo a procedere sostenendo che «non c’è una ragionevole previsione di condanna». I pm, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, contestavano la violazione delle leggi Mancino e Scelba, principali strumenti normativi italiani per punire l’apologia di fascismo e l’odio razziale. «È stata rispettata la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione e quindi la mancanza di pericolo concreto per una manifestazione che si svolge con le stesse modalità da quasi 45 anni», ha commentato l’avvocato Domenico Di Tullio, uno dei difensori dei 29 indagati.