Di Riccardo Canessa*
Durante le prove delle numerose ormai, vista l’età, le produzioni liriche alle quali ho lavorato come regista, qualcuno, prima o poi, mi chiede sempre chi sia il mio cantante preferito, sperando magari che io faccia il nome di chi me lo sta chiedendo. In genere, spiazzo sempre tutti perché, con faccia estremamente seria e parimenti ispirata, dico sempre: “Il mio cantante preferito è Peppino di Capri”. Il motivo non risiede tanto nella tecnica vocale – si sa che il suo era un modo di cantare particolarissimo, non stiamo certo qui a fare l’analisi logica e grammaticale della sua emissione vocale – è che, Peppino di Capri, è un artista che mi ha fatto compagnia, praticamente da qualche anno dopo la mia nascita. I miei genitori mi lasciavano con i nonni poichè dovevano andare al Circolo della Stampa a Napoli a ballare, proprio perché suonava Peppino di Capri, durante le prime villeggiature nell’isola dell’amore, all’inizio degli anni Sessanta lo si incontrava e si diceva: “Guarda, quello è Peppino di Capri!”, la prima vera discoteca di tendenza a Capri la aprì lui, lo Splash, dove io andavo a ballare, non ancora diciottenne, fino alla ripresa, dopo il 1973, della sua attività concertistica alla Certosa, dove non c’era estate in cui non si andasse ad ascoltarlo. Poi, cominciai a imitarlo, sia dal punto di vista vocale sia, soprattutto, dal punto di vista gestuale, c’era anche una vaga somiglianza e, aiutandomi con un paio di occhiali, riuscivo a far sorridere le persone. In seguito l’ho conosciuto. L’ho conosciuto bene. Non dico che fossimo diventati amici, perché c’era sempre quel distacco, dovuto al rapporto tra la celebrità e il fan, fin quando poi successe una cosa nel 2016. Mettevo in scena Il Campanello dello speziale di Gaetano Donizetti, al Teatrino di Corte a Napoli. Poiché il personaggio di Enrico si traveste per ben tre volte, decisi di ambientare questa regia a Capri. Il terzo personaggio interpretato da Enrico era, appunto, un cantante: lo abbigliai e lo vestii con la giacca luccicante e tutto il resto. Grazie alla bravura dell’interprete, Domenico Colaianni, si intese perfettamente il riferimento, perché tutti i recitativi erano realizzati con la voce nasale, tipica di Peppino. All’ultima recita lui venne, seguì la recita seduto vicino a me e, naturalmente, l’occasione fu troppo ghiotta per non portarlo sul palcoscenico durante gli applausi. Ebbe molti più applausi di tutti noi della compagnia! Ciò ha dimostrato che anche il pubblico della lirica in qualche modo lo conosceva, lo ricordava e lo amava allo stesso modo. Con Peppino se ne va un’epoca. Più che un cantante, se ne va un’era. Se ne vanno i cosiddetti meravigliosi anni Sessanta; se ne va il film Il Sorpasso, dove si sente una sua canzone sconosciuta per un attimo, quando Gassman balla con la biondona. Più che mai, lui era l’ultimo baluardo di una musica che potrebbe sembrare antiquata, ma che a suo tempo fu assolutamente progressista. Basterebbe fare l’esempio di Voce ‘e notte, che era una romanza praticamente per voce lirica e che lui trasformò in una classica beguine di stampo e estrazione americana. Ciao Peppino, ti porteremo sempre nel cuore e, a costo di essere banale, coscientemente, ti dico che la tua musica non morirà mai. *regista
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