Michele Albanese*
Il risiko bancario non è più soltanto un’espressione giornalistica. È diventato il segnale evidente di una fase nuova del sistema creditizio italiano, nella quale fusioni, acquisizioni, alleanze e concentrazioni stanno ridisegnando la mappa del potere bancario. È una partita che riguarda i grandi gruppi, certamente. Ma sarebbe un errore pensare che i suoi effetti si fermino nei consigli di amministrazione delle grandi banche o nelle stanze della finanza nazionale. Quando una banca cambia dimensione, strategia o centro decisionale, cambiano anche i rapporti con i territori, con le imprese, con le famiglie, con i risparmiatori. Ed è qui che il tema diventa centrale per il Credito Cooperativo. Più il sistema bancario tende a concentrarsi più cresce il bisogno di banche capaci di restare vicine. Più le decisioni rischiano di allontanarsi dai luoghi in cui nascono i bisogni reali, più diventa preziosa la presenza di una BCC, che conosce le comunità, ascolta le persone, accompagna le imprese e presidia il risparmio con responsabilità. Le Banche di Credito Cooperativo non possono guardare al risiko bancario come spettatrici distratte. Devono comprenderlo, valutarne gli effetti, coglierne le opportunità, ma soprattutto devono riaffermare con forza la propria identità. Le BCC, come ci ha ricordato il Presidente del nostro Gruppo Giorgio Fracalossi nell’ultima Assemblea territoriale, non sono banche giuridicamente, storicamente e moralmente “scalabili” come un qualsiasi altro soggetto bancario. Hanno una natura cooperativa, mutualistica, territoriale. Sono banche dei soci, delle comunità, delle economie locali. E proprio questa diversità, oggi, non è un limite: è una responsabilità e, se ben interpretata, una grande forza. l risiko bancario, tuttavia, non va letto soltanto come un rischio. Può aprire anche spazi nuovi per le BCC, soprattutto laddove le grandi concentrazioni dovessero produrre inevitabili arretramenti territoriali, razionalizzazioni di sportelli, maggiore distanza decisionale o minore attenzione verso segmenti considerati meno redditizi. In quei vuoti, se affrontati con prudenza e visione, il Credito Cooperativo può trovare occasioni importanti per rafforzare la propria presenza, intercettare nuova fiducia, accompagnare imprese e famiglie rimaste senza un interlocutore realmente vicino. Naturalmente non si tratta di occupare spazi per ambizione dimensionale, ma di farlo coerentemente con la propria missione: dove viene meno la prossimità, una BCC solida, responsabile e radicata può diventare, ancora di più, un punto di riferimento per la comunità. Il rischio vero, dentro questa stagione di concentrazioni, è che alcune aree del Paese diventino meno interessanti per la grande finanza bancaria. Penso alle aree interne, ai piccoli centri, alle comunità lontane dai grandi assi urbani, alle microimprese, alle imprese familiari, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltori, alle famiglie che non chiedono privilegi, ma ascolto, attenzione e valutazioni corrette. Quando il credito si allontana, un territorio si indebolisce. Quando una decisione viene presa troppo lontano, senza conoscere la storia delle persone e delle imprese, aumenta il rischio che i numeri cancellino i volti. E una banca, soprattutto una banca cooperativa, non può mai dimenticare i volti. Questo non significa difendere un modello del passato con nostalgia. Significa, al contrario, rendere moderno ciò che il Credito Cooperativo ha sempre avuto di più prezioso: la prossimità. Le BCC devono essere solide, efficienti, tecnologiche, patrimonialmente forti, attente ai rischi e pienamente rispettose delle regole. Non c’è futuro senza rigore. Ma il rigore non deve trasformarsi in freddezza. La prudenza non deve diventare immobilismo. L’innovazione non deve cancellare la relazione. La sfida vera è tenere insieme ciò che altri spesso separano: bilanci sani e umanità, controllo del rischio e fiducia, dati economici e conoscenza diretta, tecnologia e rapporto personale. Il credito alle famiglie e alle imprese resta il cuore della funzione di una BCC. Non un credito facile, non un credito concesso per abitudine, non un credito fondato solo sulla conoscenza personale. Ma un credito responsabile, valutato con serietà, sostenuto da analisi rigorose e, allo stesso tempo, capace di comprendere la qualità delle persone, la storia delle aziende, la credibilità dei progetti e il valore sociale delle comunità. In questa fase, le BCC non devono inseguire modelli che non appartengono alla loro natura. Devono crescere, ma senza perdere l’anima. Devono rafforzarsi, ma senza diventare anonime. Devono aprirsi al futuro, ma senza recidere le radici. Perché il futuro del Credito Cooperativo non si costruisce copiando le grandi banche. Si costruisce facendo meglio ciò che le BCC sanno fare da sempre: essere banche di comunità, banche dell’economia reale, banche della fiducia. Il risiko bancario, quindi, potrà cambiare molti equilibri. Potrà creare nuovi poli, nuove dimensioni, nuove strategie. Il risiko bancario diventa, così, la partita dei grandi equilibri. Ma c’è un equilibrio che non deve essere spezzato: quello tra banca e territorio. Se questo equilibrio viene meno, non perde soltanto una banca. Perdono le imprese che cercano credito, le famiglie che cercano sicurezza, i giovani che cercano opportunità, le comunità che cercano futuro. Per questo il Credito Cooperativo deve alzare lo sguardo e assumere fino in fondo il proprio ruolo. Non con arroganza, ma con consapevolezza. Non contro qualcuno, ma a favore di qualcosa: dei territori, della fiducia, del risparmio, dell’economia reale, delle persone. In un sistema bancario che diventa sempre più grande, le BCC devono dimostrare che si può essere moderni restando umani. Si può essere competitivi restando cooperativi. Si può guardare al futuro restando fedeli alle proprie origini. Il Credito Cooperativo deve ricordare a tutti che esiste anche un’altra partita, forse meno rumorosa ma più decisiva, quella della vicinanza, della responsabilità e della comunità; una partita che le BCC hanno il dovere di giocare da protagoniste.
*Presidente della Banca Monte Pruno
L'articolo Il Risiko bancario proviene da Le Cronache.
