Torraca. In ricordo di Falcone e Borsellino

A Torraca si è tenuto ieri sera un interessante convegno commemorativo dei Magistrati Falcone e Borsellino uccisi dalla mafia nel 1992. Tra i relatori anche l’avv. Giovanni Falci unico avvocato del piccolo paese cilentano con un curriculum di tutto rispetto nei suoi 47 anni di professione forense. Ovviamente, come immaginabile, il suo intervento ha avuto un taglio particolare che ha rievocato quel post ricevuto su facebook in occasione della sua presentazione del libro di Aldo Bianchini: “la tangentopoli salernitana”. “Con quel look senza camicia e maglia a giro collo, sembravi un intellettuale parigino degli anni 40 frequentatore del Cafè de Floree a Parigi”. Il primo argomento è stato celebrare FRANCESCA MORVILLO, VITO SCHIFANI, ROCCO DICILLO, ANTONIO MONTINARO, AGOSTINO CATALANO, EMANUELA LOI, VINCENZO LI MULI, WALTER COSINA, CLAUDIO TRAINA che ha chiamato per nome e cognome e non con il generico “le scorte di Falcone e Borsellino”. Ne è scaturito un applauso per ogni singolo agente evocato. L’introduzione per loro è stato il ricordo del libro EROI SILENZIOSI di Angelo Jannone colonnello dei Carabinieri nucleo ROS in congedo. Questo libro fu presentato a Torraca 2 febbraio del 2013 nella stessa aula in cui si è tenuto il convegno di ieri. Angelo Jannone aveva accompagnato Falcone a Torraca perché nelle pagine di quel libro aveva raccontato del suo rapporto con quel GIUDICE ISTRUTTORE DI PALERMO al quale portava personalmente i “rapporti”, oggi si chiamano “informative”, che egli faceva da giovanissimo esordiente Capitano dei Carabinieri di Corleone. (aveva all’epoca 28 anni). E Angelo Jannone ci ha presentato un giudice estremamente semplice, “normale”, che aveva chiesto la cortesia al Capitano che comandava la Caserma di Corleone, di portargli personalmente, “a mano”, i rapporti per non farli “girare troppo nel palazzo di giustizia di Palermo”. Quel Giudice è venuto ieri a Torraca in compagnia di Paolo Borsellino, un Procuratore della Repubblica che Falci non ha conosciuto personalmente, ma ha conosciuto nel racconto e ricordo che gli ha fatto un suo amico, magistrato oggi in pensione, che aveva mosso i primi passi in magistratura come Sostituto Procuratore della Repubblica di Marsala diretta, all’epoca, da Paolo Borsellino. Borsellino era stato a Salerno per il battesimo di un bambino, il figlio dell’amico di Giovanni Falci. Questo Magistrato, nel mirino della Mafia, con la scorta di cui abbiamo parlato, è venuto a Salerno, a spese sue, per fare da padrino al figlio del suo allievo. Si è mosso, con tutti i rischi connessi, non per partecipare, retribuito, a un talk show televisivo, come è di moda da qualche anno nel nostro paese, ma per accontentare il desiderio di un suo affezionato collega, discepolo e ammiratore. Giovanni Falci ha voluto celebrare, per prima cosa, la semplicità e umanità di questi due uomini che hanno dato la vita per lo Stato. Semplicità che si legge “sui loro volti sorridenti in questa magnifica foto che è sulle locandine dell’evento e che è diventata il manifesto della “buona giustizia”. La relazione è poi passata ad illustrare un DOVERE DELLA MEMORIA nei confronti dei due Magistrati uccisi così come dovrebbe esistere per i mafiosi UN DIRITTO A PORLI NELL’OBLIO. Purtroppo, ha detto l’avv. Falci, i media ci ricordano spesso i nomi e cognomi dei vari Brusca, Messina Denaro, Riina e altri, ma poche volte richiamano e ricordano i nomi e cognomi degli agenti che prima aveva fatto. L’avvocato allora ha approfittato della presenza del Deputato del Parlamento, Attilio Pierro, anche se di orientamento diametralmente opposto al suo, per lanciare una proposta di legge: DIMENTICARE QUEI DELINQUENTI, non dare loro dignità di essere ricordati con nome e cognome; VIETARE CHE LA STAMPA SCRITTA O TELEVISIVA PUBBLICHI I NOMI DI QUESTI MISERABILI ASSASSINI. Sono solo dei delinquenti che vanno messi nell’oblio, dimenticati per sempre e non avere dignità di essere menzionati se no con un generico richiamo a quello che sono: IL MALE DEL NOSTRO PAESE. Il convegno dell’altra sera è stato sulla legalità, un concetto, secondo l’avvocato Falci, riduttivo, perché la legalità, la LEGGE, non garantisce sempre e comunque la GIUSTIZIA. “Noi siamo portati a volte a confondere questi due concetti LEGGE E GIUSTIZIA, a volte li trattiamo da sinonimi mentre invece non lo sono affatto”. È chiaro che ogni legge dovrebbe essere giusta, ma quando questo non accade si genera la TRAGEDIA che i greci 2500 anni fa hanno celebrato in ANTIGONE. L’esempio su questo tema che ha fatto il relatore è stato l’art. 570 C.C. “a colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali. I fratelli e le sorelle unilaterali (cioè volgarmente i fratellastri e le sorellastre) conseguono solo la metà delle quote che conseguono i germani”. Un giudice, quindi, che con una sentenza sancisce questo fatto, applica questa legge, emette una sentenza inattaccabile, legalmente ineccepibile, ma sicuramente non fa giustizia. Perché non è giusto differenziare figli naturali da quelli legittimi. Ha detto l’avv. Falci che l’augurio, in definitiva è di avere Leggi come quelle indicate da Gesù nel Discorso della Montagna, nel momento in cui si è fatto Legislatore, LEGGI COINCIDENTI CON LA GIUSTIZIA, che fanno Giustizia e assicurano un mondo giusto. L’ultimo passaggio del suo intervento è stato sulla LETTERA DI MANFREDI BORSELLINO AL PADRE, trovata particolarmente emozionante. Vi ha trovato, innanzitutto, la conferma di quella normalità e umanità di Paolo Borsellino nel punto in cui il figlio scrive il ringraziamento per il “MODO IN CUI CI HAI INSEGNATO A VIVERE”; “CON I PIEDI PER TERRA”, “SENZA MONTARCI LA TESTA”. E poi nell’inizio della lettera, in quel ricordo della VEGLIA DI GIOVANNI FALCONE nella camera ardente, in quell’”HO INIZIATO A PINGERE LA MORTE DI MIO PADRE”, da quel momento, ha rivisto nel giudice Borsellino, ETTORE L’EROE OMERICO DELL’ILIADE. Entrambi mariti devoti e padri affettuosi, incarnano l’immagine dell’eroe che combatte, non per gloria personale, ma per dovere e amore verso la propria patria e la famiglia. PAOLO BORSELLINO COME ETTORE, AFFRONTA IL DESTINO CON SENSO DI RESPONSABILITÀ E PROFONDA UMANITÀ. Uno dei momenti più intensi del poema di Omero è il suo commovente addio ad Andromaca, quando, consapevole del destino che lo attende, sceglie comunque di tornare in battaglia, accettando la morte come parte del proprio dovere. E che fa Paolo Borsellino nella camera ardente del suo amico Falcone se non scegliere di tornare a contrastare la mafia accettando anche la morte come parte del proprio dovere? Ecco la similitudine che ha evocato la lettera di Manfredi Borsellino all’avv. Falci. In sintesi, ETTORE E BORSELLINO RIMANGONO IL SIMBOLO ETERNO DELL’EROE TRAGICO: un uomo che sceglie il sacrificio per la salvezza della sua città e nel caso di Borsellino del suo Paese, e che, nella sua morte, trova la vera grandezza. Perché non è tanto ciò per cui vivi ma ciò per cui sei disposto a morire che ti caratterizza. La grandezza di Falcone e Borsellino risiede proprio nella loro tragica umanità. Loro non muoiono per un difetto, ma perché compiono il loro dovere fino all’estremo sacrificio, schiacciati da un destino ineluttabile. Sono stati uomini legati alla loro terra, alle loro famiglie e al loro popolo, eroi che hanno combattuto e lavorato non per la gloria personale (KLEOS), ma per un profondo senso del dovere e del rispetto (AIDOS).

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