di Erika Noschese
Immaginate lo squillo di una campanella vecchio stile che cancella in un colpo solo le poltrone di Santa Lucia, le tessere di partito e i rancori politici accumulati negli anni. Stamattina, nell’aula di un liceo salernitano, la delegazione della Campania e i consiglieri regionali della provincia si sono ritrovati schierati fianco a fianco. Tutti diciottenni, tutti con la stessa ansia da foglio bianco e, soprattutto, tutti studenti alla pari. Compreso il giovane Roberto Fico, seduto all’ultimo banco con l’aria di chi sta per inventare un nuovo corso politico, ignaro del fatto che un giorno si troverà a guidare l’intera regione. Di fronte alle tracce della Maturità 2026, la classe si è divisa immediatamente, anticipando sul foglio protocollo le virtù, i compromessi e i futuri vizi delle proprie carriere. Il diciottenne Roberto Fico non ha avuto esitazioni: penna stilografica in mano, si è fiondato sul discorso di Giuseppe Saragat all’Assemblea Costituente, focalizzandosi sul “volto umano” della democrazia. Il suo è un tema fluviale e appassionato sul valore dei beni comune, sulla centralità dell’ascolto e sulla dignità pubblica. Fico scrive da primo della classe, convinto che le istituzioni si guidino con l’ortodossia del dialogo e che la sua futura giunta debba essere un monolite inscindibile per tutto il mandato, senza eccezioni o cambi in corsa. Un compito eccellente per sensibilità ideale, che però suona oggi come un enorme promemoria per il Fico del futuro: per dare un volto umano alla Regione Campania non basteranno i manifesti valoriali o le rigidità regolamentari da cortile scolastico, ma servirà una spietata concretezza per sbloccare le liste d’attesa della sanità e i trasporti di una provincia salernitana che non può vivere di sola etica. Poco distante, il giovane Fulvio Bonavitacola – storico alter ego dello sceriffo e futuro assessore alle Attività Produttive e allo Sviluppo Economico – ha aggredito la traccia di Mario Calabresi sul valore della fatica e sul significato profondo dell’alzarsi all’alba. Bonavitacola ha strutturato un saggio rigoroso, quasi ingegneristico, teorizzando che l’industrializzazione di Salerno e il rilancio delle sue aree produttive passino necessariamente per il sacrificio quotidiano della burocrazia. Un testo solido, che tuttavia la realtà odierna costringe a rileggere con una punta di amaro sarcasmo: la vera fatica, oggi, la fanno gli imprenditori della zona industriale salernitana e dei distretti dell’agro sarnese-nocerino, rimasti al palo a contare i danni di infrastrutture promesse da anni e mai completate. L’alba del giovane Fulvio è ancora un miraggio per il tessuto economico reale. Il vero capolavoro di equilibrismo scolastico, però, lo firma lo studente Vincenzo Maraio. Il futuro segretario del PSI sceglie Cesare Pavese e i versi di “Passerò per piazza di Spagna”, ma l’analisi letteraria diventa lo specchio della sua precoce attitudine a elemosinare un ruolo attivo in classe. Nel tema, Maraio si aggrappa alla poesia per giustificare una presenza che i numeri non gli concederebbero: nonostante il risultato abnorme e straripante del compagno di banco Andrea Volpe, e nonostante il “preside” Fico avesse giurato che la giunta sarebbe rimasta blindata senza sconti per nessuno, il giovane Enzo è riuscito a imporsi, ottenendo l’assessorato a Turismo e Transizione Digitale dopo una lunga e sfinente insistenza nei corridoi. Il testo pavesiano sulla bellezza diventa così la scusa per nascondere il patto politico: l’importante era entrare nel “campo largo”, una missione di compattezza fallita ancor prima di iniziare, come si è visto plasticamente a Salerno città e in tante, troppe parti d’Italia. Ma d’altronde, come si diceva proprio tra i banchi di scuola, “una cosa regalata è bella e conservata”, e Maraio la sua poltrona se la tiene stretta, a prescindere da tutto e tutti, compresi i suoi. Claudia Pecoraro sposa la medesima traccia dell’incanto della natura, declinandola in chiave di politiche abitative e parità di diritti. La commissione apprezza la sensibilità ecologista precoce della futura assessore all’Ambiente, ma il compito le ricorda che per rinvigorire Salerno non basterà la meraviglia, ma serviranno piani di bonifica reali e alloggi sociali sottratti al degrado. Andrea Volpe (“Avanti Campania”), dal canto suo, affronta la traccia sull’incanto della natura di Wenke Husmann con il suo solito brio comunicativo, firmando un compito fresco e pieno di entusiasmo che fa colpo sulla commissione, ma che fotografa anche il paradosso di chi, pur avendo una valanga di preferenze, si ritrova a guardare i posti in giunta assegnati con il bilancino dei partiti. Tra i consiglieri d’aula, dunque, la prova si fa geometrica ed elettorale. Luca Cascone si cimenta con la traccia di Piero Bianucci sulla scienza di “farsi capire”. Da futuro signore delle infrastrutture e dei trasporti regionali, Cascone sviluppa una tesi arditissima per spiegare che i ritardi nei cantieri stradali e ferroviari sono in realtà tappe di un processo scientifico-comunicativo. Un capolavoro di retorica che i pendolari salernitani, costretti ai disagi della viabilità, boccerebbero senza pietà. I democratici Corrado Matera e Franco Picarone scelgono la prudenza dei vecchi saggi: Matera va su Vitaliano Brancati e i legami generazionali, un testo perfetto per blindare il suo futuro bacino elettorale nel Cilento profondo; Picarone usa il saggio di Frank Furedi sui confini per spiegare, con precisione chirurgica, dove finisca il perimetro del PD e dove inizino le liste civiche di supporto, comprese quelle che ultimamente lo stanno “corteggiando” per far sì che saluti definitivamente il Partito Democratico. All’opposizione, la destra salernitana mostra i muscoli fin dai banchi di scuola, ma si divide sulle tracce. Giuseppe “Peppe” Fabbricatore sceglie Furedi e i confini: un tema patriottico, identitario e d’ordine, utile a marcare la centralità di Fratelli d’Italia, anche se la maturità amministrativa gli richiederà presto di passare dalle barricate ideologiche alle proposte di legge per la provincia. Roberto Celano (Forza Italia) si rifugia su Calabresi e la fatica dell’opposizione, scrivendo un testo tagliente contro la gestione della maggioranza, ma lasciando parzialmente in bianco la pagina delle soluzioni alternative in attesa dell’orale, quando potrà dar sfoggio della sua abilità nelle interrogazioni. Mimì Minella affronta la globalizzazione cambiando tre volte la scaletta e la disposizione del banco prima di consegnare, un’anticipazione perfetta delle sue future capriole tra i gruppi del consiglio (dalla Lega al Misto, fino a Forza Italia). Infine, Sebastiano Odierna chiude le fila scegliendo Saragat, per dimostrare che anche l’area identitaria ha studiato la Costituzione, pur ricordando alla giunta che il “volto umano” della politica si misura sui fatti e non sulle poltrone distribuite per quieto vivere. Al suono della campanella, i ragazzi della Regione consegnano compiti ambiziosi ma pieni di cancellature: per essere davvero maturi, la strada è ancora lunghissima.
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