Virginia Ciaravolo, psicoterapeuta e criminologa racconta i segnali invisibili

di Rossella Taverni

 

 

La violenza di genere non nasce quasi mai all’improvviso.Prima del gesto estremo esistono segnali sottili, dinamiche che si insinuano lentamente e che troppo spesso vengono confuse con amore, protezione o normalità. Per comprendere davvero il fenomeno abbiamo parlato con la dott.ssa Ciaravolo, psicoterapeuta e criminologa, per capire dove nasce la violenza, cosa accade nella mente di chi la vive e perché riconoscerla resta, ancora oggi, così difficile. Prima del gesto estremo esiste quasi sempre qualcosa di invisibile. Un cambiamento lento, difficile da riconoscere quando lo si vive.

Dove nasce davvero la violenza di genere, prima che diventi riconoscibile?

“La violenza maschile sulle donne nasce molto prima del primo atto violento. Affonda le radici in un sistema di credenze distorte sul potere, sul controllo e sui ruoli di genere.

All’inizio si manifesta attraverso piccole erosioni: un commento svalutante, una gelosia presentata come amore, una decisione presa al posto dell’altra persona. È un processo lento, graduale e silenzioso, che spesso la vittima non riesce a nominare né a decodificare perché non ha ancora gli strumenti per riconoscerlo. In questa fase il corpo è il nostro migliore alleato: sa più della mente. Quella sensazione di disagio, il sentirsi costrette a camminare su gambe malferme, quel senso di colpa senza comprenderne il motivo, sono segnali preziosi che il nostro sistema nervoso invia.

Il problema è che vengono ignorati perché la cultura romantica insegna che l’amore richiede sacrificio e che le difficoltà vadano superate a ogni costo. Inoltre, all’inizio di una relazione, il desiderio di credere nel meglio dell’altro è fortissimo e finisce spesso per mettere a tacere la voce interiore. Quando ci si innamora, infatti, accade qualcosa di simile a un’ubriacatura: dopamina, ossitocina e adrenalina creano uno stato di euforia che riduce la capacità critica. Il partner viene idealizzato e i segnali negativi vengono filtrati o reinterpretati come prove di passione. Nei profili abusanti questa fase è spesso ancora più intensa e travolgente perché costruita strategicamente attraverso il cosiddetto love bombing, con l’obiettivo di creare un legame molto forte prima che emergano i comportamenti controllanti”.

Una relazione abusante non lascia ferite solo fuori: cambia il modo in cui una persona pensa, sente e arriva a guardare sé stessa. Cosa accade nella mente di chi subisce e di chi agisce violenza?

“Si entra in quello che la psicologia definisce dissonanza cognitiva: la mente non riesce a sostenere contemporaneamente due realtà opposte, come “questa persona mi fa stare male” e “questa persona è il mio amore”. Per ridurre questo conflitto si attivano meccanismi di difesa come la minimizzazione, la razionalizzazione e la proiezione della colpa su sé stesse. È un processo inconsapevole, non una fragilità: è la mente che cerca di proteggere un legame affettivo a cui attribuisce un valore enorme.

Nel tempo, la persona inizia a vedersi attraverso gli occhi del partner abusante: si sente inadeguata, in colpa, non degna di amore. L’autostima si erode lentamente, fino a quando non riesce più a immaginare una vita diversa o a credere di meritarla. Possono comparire sintomi di PTSD, depressione e disturbi d’ansia. Il danno più profondo non è solo ciò che l’altro ha fatto, ma ciò che la persona ha finito per credere di essere. Dall’altra parte, chi agisce violenza in una relazione ha quasi sempre un profilo caratterizzato da un’autostima profondamente fragile, mascherata da un senso di superiorità e da un bisogno ossessivo di controllo. La violenza è, paradossalmente, un tentativo di gestire l’angoscia dell’abbandono e la paura di non essere abbastanza. Sia chiaro: queste fragilità non giustificano in alcun modo i comportamenti violenti. La responsabilità resta sempre piena e individuale”.

Se pensiamo alla violenza solo come a qualcosa di fisico, rischiamo di riconoscerla troppo tardi. Molto spesso ciò che distrugge arriva prima, lentamente. La violenza fisica è davvero l’unica forma che riconosciamo?

“Fermarsi alla violenza fisica significa non comprendere davvero il fenomeno della violenza maschile sulle donne. La violenza fisica è quasi sempre l’esito finale di un processo lungo, che ha già compromesso identità, autostima e libertà della persona. Concentrarsi esclusivamente sull’aspetto fisico lascia inoltre nell’ombra le tantissime donne che vivono situazioni gravemente abusive senza che venga mai alzata una mano contro di loro.

La violenza psicologica è un processo continuo di demolizione dell’identità. Si manifesta attraverso umiliazioni, critiche costanti, svalutazioni e gaslighting, cioè il tentativo di far dubitare la vittima della propria percezione della realtà. È una forma di violenza difficile da riconoscere perché non lascia segni visibili e si sviluppa in modo graduale, quasi impercettibile. Spesso la vittima finisce per convincersi di essere davvero “troppo sensibile”, “instabile” o “inadeguata”, esattamente come il partner abusante vuole che creda. La violenza economica si manifesta attraverso il controllo del denaro, l’impedimento a lavorare o la gestione esclusiva delle risorse familiari: strumenti che creano una dipendenza concreta e paralizzante. L’isolamento, invece, recide progressivamente i legami con amici e familiari, lasciando la vittima priva di una rete di supporto. Insieme, questi due meccanismi costruiscono una vera e propria prigione: la donna sa dove vorrebbe andare, ma non dispone né dei mezzi economici né delle risorse relazionali per farlo”.

Il modo in cui impariamo ad amare non nasce dal nulla. Prima di ogni relazione esistono modelli, ferite, confini e linguaggi emotivi appresi molto prima di incontrare qualcuno. Quanto pesano infanzia ed educazione emotiva nel modo in cui viviamo l’amore e impariamo a tollerare un “no”?

“Il modello di attaccamento che sviluppiamo nell’infanzia diventa una traccia inconsapevole che ci accompagna nelle relazioni. Chi è cresciuto in contesti in cui l’amore, o ciò che veniva percepito come tale, era associato ad angoscia, tensione e conflitto, tende a riconoscere quelle stesse dinamiche come familiari. E spesso ciò che è familiare viene scambiato per normalità. Non è un destino, ma una vulnerabilità reale che può essere riconosciuta e trasformata attraverso un percorso consapevole. Il rapporto con il “no” è centrale. Chi non ha mai imparato a tollerare la frustrazione, a rispettare un confine altrui o a regolare le proprie emozioni di fronte a un rifiuto, sviluppa una vulnerabilità specifica nelle relazioni intime. Questo riguarda l’educazione familiare, ma anche quella scolastica e culturale. Insegnare ai bambini — e in particolare ai bambini maschi — che il “no” dell’altro va rispettato sempre e senza negoziazioni è uno degli atti preventivi più potenti che esistano. La famiglia è il primo laboratorio relazionale: è lì che impariamo cosa significa amare, come si gestisce il conflitto e quale posto occupa ciascuno nelle relazioni.

Il rapporto con la madre può diventare una traccia importante: il materno funge da specchio nel modo in cui si vivono l’intimità e la dipendenza affettiva”.

La violenza di genere non nasce nel vuoto. Vive dentro un linguaggio, immagini e narrazioni che, troppo spesso, rendono il controllo qualcosa di normale o perfino romantico.

Qual è la radice culturale della violenza di genere? E dove si può intervenire davvero per prevenirla?

“Il maschilismo non è scomparso: si è messo un vestito elegante. Oggi si nasconde nella battuta “innocente”, nel linguaggio che normalizza il controllo, nel cinema e nella musica che romanticizzano la gelosia come segno d’amore.

I giovani crescono immersi in narrazioni in cui il possesso viene scambiato per passione e la dipendenza per dedizione. Il problema culturale è proprio questa normalizzazione: rende invisibile ciò che è già violenza e rende pericolosamente attraente ciò che invece dovrebbe essere riconosciuto come segnale d’allarme. Per questo la leva più concreta è l’educazione emotiva e affettiva nelle scuole, a partire dalla primaria. Non basta parlare di violenza di genere come emergenza sociale: bisogna insegnare a riconoscere le emozioni, a gestire i conflitti e a rispettare i confini propri e altrui. Ogni ora dedicata a questo nelle scuole vale più di molte campagne di sensibilizzazione.

La prevenzione vera non si fa dopo che la violenza è accaduta: si fa prima, costruendo persone capaci di relazioni libere e rispettose”.

Uscire da una relazione abusante non inizia sempre da una fuga. A volte il primo passo è molto più piccolo, silenzioso e difficile: riuscire finalmente a dare un nome a ciò che si sta vivendo. Se potesse parlare direttamente a una giovane donna dentro una relazione abusante, quale sarebbe il primo passo?

“Il primo passo reale è chiedere aiuto: rompere il silenzio con almeno una persona di fiducia, rivolgersi a un CAV o parlare con un operatore specializzato. Non serve avere un progetto completo, né essere “pronte”: serve dire ad alta voce, per la prima volta, cosa sta accadendo. Quel momento ha un valore trasformativo enorme: riduce la vergogna, rompe l’isolamento e apre uno spazio in cui la donna può cominciare a rispecchiarsi in uno sguardo diverso da quello dell’abusante. Da lì, è possibile costruire insieme un percorso di uscita sicuro e sostenuto.

E a chi si trova dentro queste dinamiche senza riuscire ancora a riconoscerle, il messaggio è chiaro: se ti senti spesso in colpa senza sapere perché, se hai paura delle reazioni di chi ami, se hai smesso di vedere le persone che ti vogliono bene, non è amore, è controllo. Meriti molto di più: una relazione in cui puoi essere te stessa senza paure. Non sei esagerata, non sei fragile, non sei sbagliata: stai solo cercando di sopravvivere in una situazione che non dovresti dover sopportare. Chiedi aiuto: esiste, ed è lì per te”.

La prevenzione comincia prima della paura: nel linguaggio che scegliamo, nei segnali che impariamo a riconoscere e nel coraggio di chiamare controllo ciò che troppo spesso continuiamo a chiamare amore. Perché la violenza non entra all’improvviso: arriva piano, abbassa la voce di chi la vive e, poco alla volta, la convince di meritare meno amore di quanto meriti davvero.

 

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