Pasquale Auricchio con Arisa: Dal Barocco al Pop

Partito il tour di Arisa, un viaggio emotivo in cui momenti più intimi e delicati convivono con episodi più energici e luminosi, mantenendo sempre al centro quel rapporto diretto e autentico con il pubblico che da sempre caratterizza i concerti di Arisa, con lei il controtenore russo-campano Pasquale Auricchio, salernitano d’adozione, formatosi presso il Conservatorio “G.Martucci”, il quale condividerà un inedito con l’artista lucana. Abbiamo incontrato il controtenore in un giorno off che lo vedrà sui massimi palchi nazionali.

 

Di Olga Chieffi

 

Cosa significa per un controtenore salire sul palco accanto ad Arisa?

“È sicuramente un’emozione unica. Seguo Arisa fin dai suoi esordi e ricordo ancora quando conquistò il pubblico con la sua autenticità e la sua straordinaria vocalità. Ho sempre apprezzato non soltanto la cantante, ma anche la persona che traspare attraverso la sua musica: un’artista genuina, dotata di una sensibilità rara e di una grande umanità. Durante questo tour ho avuto il privilegio di utilizzare la mia vocalità di controtenore in diversi momenti dello spettacolo, contribuendo ad alcuni interventi corali e a particolari atmosfere sonore presenti nei brani del nuovo album Foto Mosse. Uno dei momenti che amo di più è l’interludio che segue la sezione unplugged dello spettacolo. In quel passaggio il Maestro Giuseppe Barbera ha costruito un raffinato intreccio musicale tra Magica Favola, il tema di Interstellar e il Primo Concerto per pianoforte di Tchaikovsky. Su questo tessuto sonoro la mia voce di controtenore si inserisce con vocalizzi e linee melodiche che dialogano con la voce di Arisa. Credo che sia uno dei momenti più affascinanti dello show perché riesce a creare un ponte tra mondi apparentemente lontani: la musica pop contemporanea e la tradizione della musica colta. È la dimostrazione di come linguaggi diversi possano convivere e arricchirsi a vicenda, offrendo al pubblico un’esperienza emotiva e culturale particolarmente intensa”.

 Come si è avvicinato al canto e cosa l’ha portato a dedicarsi al repertorio barocco? Poi altre esperienze col musical, con lo swing e il pop internazionale

 “La musica è entrata nella mia vita molto prima che decidessi di farne una professione. I miei genitori raccontano che già da bambino passavo ore ad ascoltare musica con una piccola radiolina che tenevo nella mia stanza. Mio zio mi aveva regalato alcune cassette e ricordo ancora l’entusiasmo con cui ascoltavo brani come Macarena, Be My Lover e molte delle grandi hit dance degli anni Novanta. Quelle canzoni hanno acceso la mia curiosità e la mia immaginazione. Fin da piccolo ho partecipato alle recite scolastiche, spesso con parti da solista, mentre parallelamente studiavo danza. La musica era sempre presente nelle mie giornate: a casa di mia nonna trascorrevo ore davanti a una piccola tastiera sperimentando suoni e melodie. Guardando indietro, mi rendo conto che il desiderio di esprimermi attraverso le arti performative è stato con me fin dall’infanzia. I primi studi musicali strutturati sono arrivati intorno ai sedici anni, quando ho iniziato a studiare canto pop e jazz. L’incontro con la lirica è avvenuto poco dopo, grazie a una rappresentazione della Cenerentola di Rossini. Fu un’esperienza folgorante: capii immediatamente che quella dimensione teatrale e musicale avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso artistico”.

 Cosa l’ha portata a dedicarsi al repertorio barocco e alla vocalità di controtenore?

“La scoperta della mia vocalità è stata graduale. Durante gli anni della formazione, e anche grazie alle indicazioni del professor Ugo Cesari, emerse con sempre maggiore evidenza una naturale predisposizione verso il registro acuto. Nei primi anni di Conservatorio ho studiato come tenore, ma con il tempo ho compreso che la mia voce possedeva caratteristiche che trovavano la loro espressione più autentica nella vocalità del controtenore. È stato un percorso di conoscenza e di accettazione artistica che mi ha portato ad abbracciare pienamente la mia natura vocale. Da quel momento ho iniziato ad approfondire il repertorio barocco, guidato dalla preziosa esperienza del mio mentore, il Maestro Sonia Prina. Mi ha affascinato la straordinaria capacità di questa musica di unire virtuosismo, eleganza e profondità emotiva. Il repertorio barocco richiede una continua ricerca espressiva e tecnica, e proprio questa complessità è ciò che ancora oggi mi spinge a studiarlo e ad amarlo”.

 Altre esperienze con il musical, lo swing e il pop internazionale?

“Prima ancora di avvicinarmi alla musica antica, il mio mondo era il pop. Sono cresciuto ascoltando gli artisti che hanno segnato gli anni Novanta e Duemila, da Madonna a Britney Spears, passando per Alexia e molte delle produzioni dance internazionali che hanno accompagnato la mia adolescenza. Parallelamente ho studiato anche canto jazz e swing, generi che continuo ad amare profondamente. Del jazz mi affascinano soprattutto la libertà interpretativa, la raffinatezza armonica e la capacità della voce di raccontare emozioni con naturalezza. Tra i brani che porto nel cuore ci sono Lush Life di Billy Strayhorn e molti classici del repertorio di Frank Sinatra. Il musical, invece, è stato soprattutto una grande passione da spettatore. Produzioni come Notre-Dame de Paris di Riccardo Cocciante hanno contribuito a formare il mio immaginario artistico e il mio amore per il teatro musicale. Anche se il mio percorso professionale si è sviluppato principalmente tra musica antica, lirica e musica contemporanea, considero ogni genere musicale una fonte di crescita e di ispirazione”.

 Chi riconosce come Maestri?

“Nel corso della mia formazione ho avuto la fortuna di incontrare numerosi insegnanti che hanno contribuito alla mia crescita artistica, dalla mia prima docente privata fino ai maestri incontrati durante gli anni di Conservatorio. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di prezioso, aiutandomi a comprendere non soltanto la tecnica vocale, ma anche il valore culturale e umano dell’arte musicale. Se però devo individuare una figura determinante nel mio percorso, non posso che citare il Maestro Sonia Prina. A lei ho affidato la mia voce e gran parte della mia maturazione artistica. È stata la persona che mi ha insegnato a conoscere davvero il mio strumento vocale, a svilupparlo con consapevolezza e a metterlo al servizio dell’espressione musicale. Da lei ho imparato il rigore, la precisione, la disciplina e il rispetto per un mestiere che richiede studio quotidiano e continua ricerca. Oltre ai maestri incontrati nel percorso accademico, esistono poi quelle figure che diventano punti di riferimento per il loro esempio artistico e umano. Per me una di queste è senza dubbio Lady Gaga. Ho sempre ammirato la sua capacità di reinventarsi senza perdere autenticità, il coraggio con cui affronta ogni nuova sfida artistica e la straordinaria versatilità che le ha permesso di affermarsi come cantante, compositrice, performer e attrice. Pur appartenendo a mondi musicali molto diversi, considero il suo percorso un esempio di dedizione, studio e continua evoluzione. È una figura che mi ha insegnato quanto sia importante non limitarsi a una sola definizione artistica, ma coltivare con sincerità tutte le sfaccettature della propria identità creativa”.

 Come è stato scelto dal Team Arisa?

“Il mio ingresso nel team di Arisa è nato in modo molto naturale. Una mia collega e amica, Priscilla, con la quale ho condiviso parte del percorso di studi in Conservatorio, ha suggerito il mio profilo Instagram al produttore Fabio Dalè. Attraverso i contenuti musicali pubblicati sui social ha avuto modo di conoscere il mio percorso artistico, la mia vocalità e le diverse esperienze maturate negli anni, dal repertorio barocco fino alle produzioni contemporanee. Successivamente mi ha contattato personalmente per presentarmi il progetto e approfondire la possibilità di una collaborazione. Da quel primo confronto è nato un dialogo professionale che ha portato poi al mio coinvolgimento ufficiale nel tour attraverso l’entourage di Arisa. È stata una bellissima sorpresa e, al tempo stesso, la conferma di quanto oggi sia importante raccontare il proprio lavoro con autenticità e costanza, perché spesso le opportunità più significative arrivano proprio attraverso la visibilità del proprio percorso artistico”.

 Cosa ha scoperto di Arisa lavorando con lei lontano dai riflettori?

“La prima cosa che ho scoperto è il suo straordinario lato umano. Rosalba, prima ancora di essere Arisa, è una persona autentica, generosa e profondamente dedicata al proprio lavoro. Durante le prove ho avuto modo di osservare da vicino la sua attenzione per ogni dettaglio dello spettacolo. Possiede una visione artistica molto precisa e al tempo stesso una creatività sorprendente, che emerge continuamente sia nelle scelte musicali sia negli aspetti più teatrali della messa in scena. Molte delle idee che rendono unico questo tour portano chiaramente la sua firma artistica. Quello che mi ha colpito maggiormente, però, è la capacità di mettersi in gioco senza filtri. In questo nuovo spettacolo emerge una dimensione molto intima di Arisa, che si racconta al pubblico con sincerità, condividendo fragilità, emozioni e riflessioni personali. A questo, si aggiunge una grande generosità artistica. Il fatto che abbia voluto affidarmi l’interpretazione completa di un suo brano inedito, Medea, è un gesto di fiducia che considero un privilegio e che porterò sempre con me.

Qual è stato il momento più emozionante vissuto finora durante il tour?

“I momenti emozionanti sono stati molti, a partire dai primi giorni di prova e dalla possibilità di contribuire alla costruzione e all’interpretazione di Medea, un brano che occupa un posto speciale all’interno dello spettacolo. Se però devo scegliere un momento preciso, penso alla parte più intima del concerto, quando la grande macchina scenica si ferma e rimangono soltanto le voci. In quel segmento condivido il palco con Arisa e con Martina Zaghi, una collega straordinaria con cui si è creato un bellissimo equilibrio musicale e umano. Sono istanti di grande verità artistica, nei quali ogni parola e ogni nota arrivano al pubblico senza mediazioni. Ma il momento che più mi tocca personalmente è l’esecuzione di Canta ancora, il brano che Arisa ha dedicato a sua madre e che molti hanno conosciuto attraverso il film Il ragazzo dai pantaloni rosa. È una canzone che risuona profondamente nella mia storia personale. Mi riporta alla mia adolescenza, segnata anche da esperienze di bullismo, e al rapporto speciale che ho con mia madre, una figura alla quale devo moltissimo. Ogni sera, quando ascolto quel brano dal palco, mi è impossibile non commuovermi e pensare a quanto il bullismo possa toccare nel profondo una persona fino quasi a demolirla e ripensando alla forza che ho dovuto raccogliere in passato per non crollare, credo sia opportuno che passi il messaggio che i bulli non sono “quelli fighi”, ma solo persone che esprimono il loro disagio nel non sentirsi adeguati denigrando e ferendo altri. È uno di quei momenti in cui la musica smette di essere soltanto spettacolo e diventa memoria, gratitudine e verità”.

Cosa le sta lasciando questa esperienza?

“Questa esperienza mi sta lasciando moltissimo, sia dal punto di vista artistico che da quello umano. Avere la possibilità di lavorare ogni giorno accanto a professionisti che hanno contribuito a creare alcune delle pagine più belle della musica italiana contemporanea è una scuola straordinaria, che va ben oltre il semplice palcoscenico. Osservare da vicino il lavoro di figure come Fabio Dalè, Carlo Frigerio, il Maestro Giuseppe Barbera e di tutti i musicisti coinvolti nel progetto mi sta insegnando quanto talento, studio, dedizione e sensibilità siano necessari per trasformare un’idea artistica in uno spettacolo capace di emozionare migliaia di persone. Ma la cosa più preziosa che porto con me è il rapporto umano che si è creato all’interno del tour. Condividere viaggi, prove, palchi, momenti di stanchezza e momenti di gioia crea legami particolari, difficili da spiegare a chi non vive questo mestiere. Con Martina Zaghi, mia collega corista, con Donato Emma, Chris Lavoro, con gli archi Tommaso Losito, Rebecca Crosetti ed Alessia Giuliani, con tutto lo staff tecnico e con Antonio Cooper, il nostro ingegnere del suono, si è sviluppato un senso di fiducia reciproca e di sostegno che rende ogni concerto qualcosa di più di una semplice esibizione. Quando si sale sul palco si canta insieme, ma prima ancora si vive insieme. E credo che il pubblico percepisca questa energia, perché nasce da relazioni autentiche costruite giorno dopo giorno. Forse, è proprio questo il regalo più grande che mi sta lasciando questo tour: la consapevolezza che la musica è certamente studio, disciplina e lavoro, ma è soprattutto condivisione. Le canzoni creano legami tra chi le esegue e chi le ascolta, ma prima ancora uniscono le persone che le costruiscono ogni giorno dietro le quinte. È una crescita artistica importante, certamente, ma è soprattutto una crescita umana che porterò con me ben oltre l’ultima data del tour”.

 Tra palco, insegnamento e attività in studio, come vive il rapporto con la voce oggi?

“L’ultimo anno è stato particolarmente intenso e ricco di soddisfazioni. Ho consolidato un progetto al quale tenevo molto: la nascita di EMIOLIA, il mio atelier vocale e studio di registrazione, un luogo pensato per mettere la voce al centro del processo creativo. L’idea di EMIOLIA nasce proprio dal significato musicale della parola “emiolia”, quella figura ritmica che interrompe e trasforma temporaneamente l’equilibrio di una composizione. Allo stesso modo, il nostro obiettivo è cercare nuove prospettive artistiche senza rinunciare alla qualità e alla tradizione che hanno fatto la storia della musica. In studio lavoriamo con strumenti e tecnologie che hanno contribuito a creare il suono di intere generazioni di artisti, ma allo stesso tempo cerchiamo di guardare al futuro, sperimentando e valorizzando le idee dei musicisti che scelgono di affidarsi a noi. Mi piace pensare a EMIOLIA come a un luogo in cui tradizione e innovazione possano dialogare continuamente. Parallelamente porto avanti l’insegnamento, che considero una parte fondamentale della mia vita artistica. Il rapporto con gli allievi è uno scambio continuo: loro apprendono da me, ma ogni lezione rappresenta anche un’occasione di crescita e ricerca personale. Insegnare significa interrogarsi costantemente sul modo migliore per trasmettere la tecnica, la musicalità e il rispetto per questo mestiere. Oggi vivo la voce come qualcosa che unisce arte e conoscenza. È certamente uno strumento espressivo capace di raccontare emozioni, ma è anche una macchina straordinariamente complessa che merita di essere studiata, compresa e utilizzata con consapevolezza. È proprio questo equilibrio tra sensibilità artistica e ricerca tecnica che continua ad affascinarmi ogni giorno”.

 Dopo questo tour, quale direzione immagina per il suo percorso artistico?

“Questo tour rappresenta per me un punto di arrivo, ma soprattutto un nuovo punto di partenza. Negli ultimi anni ho lavorato intensamente al mio progetto artistico personale, MADM, un percorso musicale che raccoglie esperienze, emozioni e riflessioni maturate durante il mio cammino umano e professionale. Il progetto nasce dal desiderio di raccontare storie autentiche e affrontare temi che considero fondamentali: il rispetto per sé stessi e per gli altri, l’uguaglianza, l’accettazione delle proprie fragilità, la forza di trovare la propria identità e il coraggio di viverla pienamente. La musica ha la capacità di creare connessioni profonde tra le persone e credo che oggi, più che mai, ci sia bisogno di messaggi che invitino all’ascolto reciproco, all’empatia e alla comprensione. Spero che l’esperienza maturata durante questo tour e gli incontri straordinari che sto vivendo possano confluire nel progetto Mad.am. Mi piacerebbe continuare a collaborare con alcuni dei professionisti che ho conosciuto in questi mesi e trasformare tutto ciò che sto imparando in musica capace di lasciare un segno positivo nelle persone. Se c’è una direzione che immagino per il futuro, è quella di costruire un ponte sempre più solido tra il mio percorso nella musica colta, la mia esperienza nel pop contemporaneo e il desiderio di utilizzare l’arte come strumento di dialogo, crescita e inclusione”.

Quanto conta avere accanto persone che credono in lei, dentro e fuori dal palcoscenico?

“Conta moltissimo. Nessun percorso artistico si costruisce davvero da soli. La prima forma di sostegno arriva dalla mia famiglia, che mi ha accompagnato sin dall’inizio, incoraggiando una passione che nel tempo è diventata una professione. Accanto a loro ci sono gli amici di sempre, quelle persone che hanno creduto in me quando i palchi, i tour e i progetti futuri erano ancora soltanto sogni. Ho la fortuna di avere accanto persone che condividono la mia visione della musica e della vita, che sostengono il mio percorso con sincerità e che continuano a ricordarmi chi sono anche nei momenti più complessi. Negli ultimi tempi, inoltre, è entrata nella mia vita una persona speciale, Alessandro, che sta contribuendo in modo importante alla mia crescita umana. Il suo sostegno, la sua presenza e la fiducia che ripone in me mi hanno aiutato a guardare alcune cose da una prospettiva nuova, ritrovando energie e motivazioni che pensavo di aver smarrito nei confronti del sentimento dell’amore e di me stesso. Credo che l’amore autentico non consista nel cambiare qualcuno, ma nel creare le condizioni perché ciascuno possa esprimere la versione migliore di sé stesso. È questo che sto vivendo oggi: un rapporto fondato sul sostegno reciproco, sul rispetto e sulla volontà di crescere insieme senza smettere di crescere anche come individui. In fondo, la musica mi ha insegnato che ogni armonia nasce dall’incontro di più voci. La vita, credo, funziona esattamente allo stesso modo”.

 

 

 

 

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