Perché Meloni non può abbandonare Merlino

Emanuele Merlino silurato. Viva Emanuele Merlino. Lo strappo del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ha dimissionato, così de botto, il capo della segreteria tecnica insieme con la segretaria particolare, Elena Proietti, è vissuto come un affronto dalle parti di Palazzo Chigi. Prova, per i retroscena, sia della tensione che si respira in Fratelli d’Italia (puntualmente smentita) sia del fatto che Giuli evidentemente non ne può davvero più.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Giuli ha deciso di giocare duro

Dopo “imperdonabili” divergenze di opinione in cdm con Matteo Salvini (con tanto di punzecchiature reciproche) e pure con una spazientita Giorgia Meloni – a cui ha chiesto scusa per i toni usati – e ancora dopo le tensioni con Pietrangelo Buttafuoco per il padiglione russo in Biennale, dopo il caso Venezi, il pacato Giuli ha rotto gli indugi revocando gli incarichi ai due fedelissimi della Fiamma Magica: Merlino, uomo di Giovanbattista Fazzolari, e Proietti, data molto vicina ad Arianna Meloni. Che a sua volta è amica di vecchissima data di Antonella Giuli, ora all’ufficio stampa della Camera e per anni addetta stampa di Francesco Lollobrigida (tout se tient). C’è chi ha definito quello di Giuli un seppuku politico, visto che dopo il bel daffare dato al partito difficilmente verrà candidato alle prossime Politiche (ammesso e non concesso che la candidatura sia tra le ambizioni del ministro). Insomma, una mossa alla Yukio Mishima, uno degli autori più amati dal titolare del Collegio Romano.

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Giovanbattista Fazzolari (Ansa).

Perché a Palazzo Chigi si sono sentiti traditi

Giuli, sempre secondo i ben informati, avrebbe optato per la linea dura anche nella convinzione di non essere sostituibile. E deriverebbe da questo il senso di tradimento vissuto ai piani alti di Palazzo Chigi. Rimuoverlo per Meloni equivarrebbe ad ammettere l’ennesimo errore in un ministero già tormentato (si cominciò con la cacciata del sottosegretario Vittorio Sgarbi, per arrivare alle dimissioni di Gennaro Sangiuliano a causa dell’affaire Boccia e pure al niet alla nomina di Francesco Spano che Giuli avrebbe voluto come capo di gabinetto). Meloni poi non può permettersi il lusso di un altro cambio nella squadra di governo prima di ottobre, quando raggiungerà l’agognato record di premier più longeva di sempre. In altre parole Giuli avrebbe agito sapendo che Giorgia ha le mani legate. Sebbene si tratti di auto-Shibari, per restare nelle metafore nipponiche.

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Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Merlino e la controegemonia

Ma torniamo a Merlino, il fedelissimo che non si può abbandonare. Tanto che, come scrive Repubblica, in via della Scrofa starebbero già pensando a un ricollocamento all’altezza. Ossia con uno stipendio annuo che non scenda sotto gli attuali 133 mila euro, magari ai vertici di un altro ministero. Lo stesso trattamento, con ogni probabilità, sarà riservato anche a Proietti, esponente di spicco di FdI in Umbria.

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Elena Proietti (dal profilo Instagram).

In un’intervista a Repubblica, ha raccontato di essere stata informata ufficialmente del licenziamento tramite una Pec e ha smentito le voci che la vorrebbero in conflitto con Chiara Sbocchia, la capo segreteria che Giuli si è portato con sé dal Maxxi. Ma ha messo pure ben in chiaro che con il ministro non ha mai litigato, perché «sia io sia Emanuele siamo persone di partito e continueremo a sentire il partito come casa nostra». Partito da cui si sente ovviamente «sostenuta». Vedremo. Sicuramente FdI è la casa di Merlino, il cui ruolo di capo della segreteria tecnica al MiC di tecnico non aveva proprio nulla. La sua funzione è sempre stata squisitamente politica. C’è addirittura chi lo ha descritto come un ministro ombra, il filo diretto tra Collegio Romano e Chigi (cioè Fazzolari). Di più: figlio di Mario Merlino, noto esponente di Avanguardia nazionale morto a febbraio del 2026, Emanuele è uno degli spin doctor culturali di Meloni, il padre della controegemonia.

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Emanuele Merlino (Imagoeconomica).

Il piano per imporre gli intellettuali di destra

Nel primo bollettino editoriale di FdI del novembre 2023, in qualità di vice responsabile nazionale del Laboratorio Editoria guidato da Alessandro Amorese, Merlino illustrava senza giri di parole il piano d’azione per ribaltare il tavolo e la narrazione mainstream. «Gli intellettuali d’area sono quelli che poi creano suggestioni, vengono intervistati e possono rappresentare il partito, o le idee a noi vicine, ovunque sia necessario ma per farlo devono acquisire una visibilità che i media mainstream non concedono», scriveva nel suo editoriale. «Come sempre è dal basso, dal territorio, dagli enti locali che possono e devono nascere opportunità, visibilità, finanziamenti». Merlino puntava il dito, con il ben noto vittimismo della Fiamma, contro l’intellighenzia: «Possiamo continuare a subire passivamente gli insulti dei grandi “intellettuali” di sinistra, è inutile che faccia i nomi, e le loro esternazioni sui giornali e in televisione? Fratelli d’Italia è in crescita perché rappresenta le idee degli italiani. Il successo straordinario di Io sono Giorgia dimostra, oltre al valore della nostra leader, che c’è voglia di idee di Controegemonia». Eccola là la parola d’ordine. E la necessità di proporre «un’alternativa alla narrazione dominante dando spazio e visibilità ai nostri autori. Bisogna organizzare e, se si è al governo, finanziare festival, rassegne, presentazioni, momenti di dibattito con autori nostri». E se non hanno successo, poco importa: «Certo presentare il libro di un grande nome televisivo vuol dire riempire le piazze, ma a quale costo? Quello di aver finanziato chi da quel palco ci insulterà, ci sminuirà e farà, grazie al microfono che gli avremo dato, campagna elettorale per la sinistra».

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L’editoriale di Emanuele Merlino sul bollettino editoria di FdI.

Insomma: i nostri contro i loro. Una guerra di religione senza quartiere: «Oggi, grazie ai social, e ai giornali locali, è possibile fare così tanta promozione che i nostri autori, le nostre case editrici e, soprattutto, le nostre idee possono acquisire così tanta forza da sfondare il ghetto dell’area e arrivare ovunque. Possiamo continuare a sprecare occasioni? Possiamo continuare a subire un’egemonia che non ha più ragione d’essere e che è, soprattutto, anti-italiana?».

Il problema della Fiamma con la cultura

Una dichiarazione di intenti bellicosa che però, al momento, non ha portato i frutti sperati. La controegemonia si è arenata davanti alla mancanza di teste. Gli intellettuali d’area – da Buttafuoco a Veneziani e Giordano Bruno Guerri – non sono stati totalmente fedeli alla linea e hanno criticato apertamente la politica culturale della destra. Finanziare documentari e film sovranisti e arci-italiani ha innescato un processo di autocombustione. Imporre Beatrice Venezi alla Fenice è stato un boomerang, e non perché il “direttore” fosse una donna (argomento spesso usato dalla underdog per eccellenza), ma perché sprovvista di un curriculum ritenuto adeguato al ruolo. Pure nella tivù pubblica, la mamma Rai «dell’Italia profonda», TeleMeloni ha inanellato un flop dietro l’altro, fatta eccezione per De Martino. Forse anche in via della Scrofa si sono accorti che la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma nemmeno un picnic con Pio e Amedeo.