Inutile girarci intorno: per sopravvivere alla prima serata del Festival di Sanremo 2026 serve un fegato d’acciaio e una scorta industriale di caffeina. Carlo Conti inaugura la sua quinta gestione con l’estetica raggelante di un congresso democristiano, scendendo le scale dell’Ariston con la foga di un liquidatore che ha fretta di chiudere la pratica. Malgrado l’ingorgo dei 30 big (erano tutti necessari?) corre già con cinque minuti di anticipo sulla scaletta, forse ansioso di tornare a dormire o di evitare il gelo polare che cala in studio ogni volta che corregge la “co-cò” Laura Pausini.

La nostalgia apre la serata, con la voce registrata di Pippo Baudo, il patriarca a cui è dedicata l’edizione, mentre la sigla storica del Maestro Pippo Caruso risuona per un’ovazione. «Perché Sanremo è Sanremo. Parappappapapparà». L’Abbronzatissimo saluta in platea i figli del Re di Militello, Alessandro e Tiziana, e la storica assistente Dina Minna, con buona pace di una Katia Ricciarelli lasciata a masticare amaro davanti alla tivù. Ma non si processa un’emozione che sia una: la memoria dei grandi scomparsi, da Peppe Vessicchio a Maurizio Costanzo, viene sparata a caso tra una canzonetta e l’altra, quasi fosse un fastidio burocratico.

In questo deserto di idee la signora di Solarolo riesce nell’impresa titanica di far rivalutare Chiara Ferragni. Ci vuole lo scatto della centenaria antifascista per far saltare il banco di questa normalizzazione coatta, proprio mentre alle sue spalle la Rai proietta il refuso «Repupplica» con la “p”. Che sia stato un allievo di Petrecca?
I top (o presunti tali) della prima serata
Pippo, «L’ho inventato io»
La voce del patriarca che apre la serata è l’unico brivido nostalgico che tiene in piedi la baracca. Un omaggio doveroso, anche se il trattamento riservatogli è di una pigrizia visiva imbarazzante, senza nemmeno una clip degna di questo nome. Baudo resta il fantasma che aleggia sul teatro: tutti lo evocano, nessuno riesce a imitarlo, men che meno Conti che corre verso il traguardo per chiudere bottega in anticipo, visibilmente alterato per non aver trovato un video unico che contenesse tutti i morti dell’anno. Giudizio: memoria istituzionale smaltita come una pratica dell’Inps.
LEGGI ANCHE: Sanremo senza Vessicchio, chi sono i nuovi signori della bacchetta
Gianna Pratesi, 105 anni di schiaffi alla censura
Ha fatto più opposizione lei in tre minuti che l’intera minoranza negli ultimi tre anni. La 105enne Gianna Pratesi rivendica il voto per la Repubblica nel ’46 mettendo in imbarazzo chi oggi scrive i testi di Tele-Meloni e sperava in una serata anestetizzata. Il suo «bye bye» ai fascisti è l’unica scintilla in una serata che puzza di naftalina. Se volete campare a lungo, il consiglio è chiaro: siate antifascisti. La Russa è avvisato. Giudizio: meglio la vecchia che parla della vecchia che balla.

Kabir Bedi e lo scazzo della “Tigre”
Solo dopo la mezzanotte, quando ormai la bava alla bocca è diventata schiuma da barba, è arrivato il confronto tra i due Sandokan. Kabir Bedi ha smontato con classe la sceneggiatura del nuovo remake con Can Yaman, definendola «molto fantasiosa». Tradotto dal linguaggio diplomatico di Mompracem: «Avete scritto una porcata». Giudizio: la superiorità della vecchia Malesia sul silicone turco.

I flop (o presunti tali) della prima serata
Sua Umiltà da Solarolo
La co-cò dimentica che un conto è gorgheggiare, un altro è reggere il moccolo al Festival, e inciampa sistematicamente nei tempi televisivi. Tra gag imbarazzanti, regala l’unico sfondone della serata: «Prima me l’avevate messo qui e ora me l’avete messo in mano», dice riferendosi al microfono, e si vola mentre Carlo Conti prova a spronarla bacchettandola sulla doppia zeta romagnola. Giudizio: una co-cò che fa rimpiangere il mutismo.

Il Sandokan di plastica
Can Yaman sbarca a Sanremo col ruolo di co-conduttore e la profondità espressiva di un flacone di doposole. Il fusto di Istanbul si limita a esibire i bicipiti a favore di telecamera, trascinando la Pausini in un duetto turco da dimenticare, prima di rintanarsi nel silenzio rassicurante dei suoi pettorali. Giudizio: il trionfo del testosterone sul carisma di Mompracem.

Lo zoo del main sponsor
Sulle note di Papaveri e papere, il main sponsor Tim decide di infestare i sonni degli italiani con una trasformazione del pubblico in uno zoo di volatili deformi. Un incubo estetico spacciato per avanguardia e risolto con la qualità grafica di un videogame degli Anni 90. Giudizio: i nuovi mostri.
Momento IA terribile. Una roba molto imbarazzante. Ed era pure sponsorizzata dal main sponsor
— giovanni mercadante (@giuvannuzzo) February 24, 2026#Sanremo2026 pic.twitter.com/LtIFlvn0bK
I rimandati: chi poteva o doveva fare di più
Tiziano Ferro. Accolto come una liberazione dopo una sfilza di canzoni ignote, trasforma l’Ariston nella sua personale gabbia dorata. Sui divani madri e figli si abbracciano cantando i vecchi successi, ma l’operazione inizia a mostrare le corde. Il divo di Latina fattura grazie ai fasti del passato ma fatica a far parlare la sua nuova musica, riducendosi a jukebox. Dalla nave arriva il gemello diverso Max Pezzali, un rito collettivo che sa di muffa e ritardi tecnici. Giudizio: giganti del pop che preferiscono la rendita al confronto.

Il meglio della gara: gli insospettabili
Sal Da Vinci – Per sempre sì. Lo spirito di Massimo Ranieri si impossessa di Sal per servire il banchetto nuziale definitivo: arrevota l’Ariston e prenota la vittoria. Fedez & Masini – Male necessario. La strana coppia porta una prova solida, tra cinismo e fragilità, malgrado i pregiudizi. Sayf – Tu mi piaci tanto. Il rapper ligure sbarca col Porter del padre e porta un testo intelligente, che sa di Ghali e Silvestri. La sua genuinità contagiosa fiorisce su una camionetta.









