Anche per l’Iran, dopo oltre due settimane di proteste e le minacce di Donald Trump – che per ora restano tali, visto che il presidente ha fatto sapere che la repressione si sarebbe fermata – si parla di regime change. Chi potrebbe guidare il Paese nell’era post-Repubblica Islamica, al netto delle possibili ingerenze Usa? La questione è piuttosto spinosa. Perché se è vero che sono tanti i movimenti a volere la caduta del regime teocratico, al tempo stesso l’opposizione – per quanto determinata – è frammentata e con visioni diverse sul futuro percorso del Paese, stretto nella morsa degli ayatollah dal 1979. Inoltre si troverebbe (o troverà, chissà) ad affrontare una sfida logistica oltre che ideologica: tradurre le proteste di piazza in un potere politico organizzato prima che le forze di sicurezza riprendano il controllo.
La figura di Reza Pahlavi, figlio dello scià, non scalda l’opposizione
Behnam Ben Taleblu, esperto della Foundation for Defense of Democracies, ha detto alla trumpiana Fox News che decenni di repressione hanno reso quasi impossibile coltivare una leadership politica all’interno dell’Iran, che pertanto «deve essere costruita all’esterno». Reza Pahlavi, 65enne figlio in esilio dello scià deposto dalla rivoluzione di Khomeini, si è detto pronto a tornare in patria per gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare. Ma è un nome che non scalda l’opposizione né in patria, né all’estero. Sì, ci sono manifestanti che hanno invocato il suo ritorno, ma la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare. Innanzitutto non ha mai messo piede nel Paese, dunque non ne conosce la realtà. E poi è pur sempre figlio di un dittatore, per quanto modernizzatore. A sostenere Reza Pahlavi è soprattutto Israele.

Maryam Rajavi guarda avanti, ma i suoi Mojahedin non sono amati
Puntano a governare il Paese anche i Mojahedin del Popolo Iraniano, organizzazione che aveva partecipato alla rivoluzione contro lo scià per poi entrare in contrasto con Khomeini, circostanza che li portò all’inizio degli Anni 80 a cercare rifugio da Saddam Hussein, che fornì loro armi e protezione. Il gruppo, a lungo designato organizzazione terroristica dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, è stato in realtà utilizzato dalla Casa Bianca per diverse azioni contro il programma nucleare iraniano ed è guidato da Maryam Rajavi.

Moglie di Massoud Rajavi scomparso nel 2003 in Iraq, è anche a capo del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri) e dall’inizio delle proteste ha diffuso resoconti quotidiani grazie alla sua rete di informatori, diffuso video della repressione e denunciato il massacro dei manifestanti. Rajavi propone un periodo provvisorio di sei mesi dopo il rovesciamento del regime, che culminerebbe poi in libere elezioni per un’assemblea costituente. «L’uguaglianza di genere in tutte le sue sfaccettature, la separazione tra religione e Stato, l’autonomia del Kurdistan iraniano e molte altre questioni urgenti sono state ratificate in dettaglio dal Cnri», ha dichiarato. C’è un problema: i Mojahedin del Popolo Iraniano non godono di buona fama in patria a causa del sostegno all’Iraq nella guerra combattuta tra i due Paesi dal 1980 al 1988. Tuttavia hanno ricevuto nel corso degli anni il sostegno dagli Usa di alcune importanti figure politiche repubblicane, tra cui l’ex vicepresidente Mike Pence, l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e Rudy Giuliani.
On Monday night, on the sixteenth day of Iran uprising, with wounded bodies and grieving hearts yet with unbreakable resolve, the people of Tehran, Isfahan, Shiraz, Meshkan in Fars Province, Falahieh (Shadegan), and many other cities once again took to the streets.
— Maryam Rajavi (@Maryam_Rajavi) January 13, 2026
Hand in hand… pic.twitter.com/YI2j558Txq
Il Tūdeh sta partecipando alle proteste, ma difficilmente avrà un ruolo significativo
Anche il Partito Iraniano del Tūdeh, formazione comunista e attore chiave della rivoluzione del 1979, fu vittima negli anni successivi di purghe ordinate da Khomeini, con arresti ed esecuzioni di numerosi membri. Messo al bando in Iran dal 1983 il Tūdeh continua a operare come organizzazione politica clandestina. Durante la guerra di giugno 2025, il Tūdeh si era alleato con il Partito Comunista Israeliano per chiedere la fine delle ostilità e oggi i suoi membri, stando a quanto dichiarato, stanno partecipando attivamente alle proteste. Appare improbabile un ruolo significativo nel futuro del Paese.
Curdi e beluci non hanno una rappresentanza sufficientemente ampia
Ci sono poi i curdi e i beluci. I primi, che costituiscono circa il 10 per cento della popolazione iraniana, avevano già manifestato con forza nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale. Anche gli abitanti del Belucistan, regione a cavallo tra Iran e Pakistan, sono stati coinvolti in numerosi scontri con le forze del regime negli ultimi anni. All’interno delle due minoranze, però, coesistono molte figure e movimenti e non esiste un’organizzazione con una rappresentanza sufficientemente ampia da avere influenza a livello nazionale.
La coalizione di sinistra Hamgami è relativamente sconosciuta in Iran
Nel 2023 alcuni gruppi di sinistra della diaspora hanno dato vita alla coalizione Hamgami, che propone una repubblica laica e democratica, con una magistratura indipendente e una stampa libera. Hamgami ha acquisito visibilità al di fuori dell’Iran dopo le proteste del 2022. Tuttavia il movimento rimane relativamente sconosciuto in Iran e, come ha affermato l’accademica Maryam Alemzadeh un’intervista ad Al Jazeera «non ha alcuna influenza nella sfera pubblica». Nonostante le speculazioni, gli esperti concordano su un punto: all’orizzonte non c’è un chiaro successore degli ayatollah.
