Il record è stato toccato al minuto 65 della partita contro il Brasile. È stato quello il momento in cui il commissario tecnico della nazionale del Marocco, Mohamed Ouahbi, ha effettuato le prime due sostituzioni. Una di queste ha riguardato Azzedine Ounahi, centrocampista classe 2000 tesserato dal Girona. Che nella partita contro la selezione brasiliana guidata da Carlo Ancelotti deteneva uno status particolare: nella formazione iniziale marocchina era l’unico calciatore nato in Marocco. Tutti gli altri sono nati in Europa, dividendosi tra Belgio, Francia, Paesi Bassi e Spagna. Il posto in campo di Ounahi è stato preso da Samir El Mourabet, calciatore nato a Strasburgo e tesserato dalla società locale che è anche un satellite del Chelsea. Dunque, dal 20′ del secondo tempo, il Marocco ha schierato 11 calciatori su 11 nati all’estero.

Una situazione che per la nazionale dei Leoni dell’Atlante è stata una sorta di chiusura del cerchio. Nelle due precedenti edizioni dei Mondiali il Marocco era stato primatista per numero di calciatori non nativi inseriti nella lista dei convocati: 17 a Russia 2018, 14 a Qatar 2022. In questa edizione di Canada-Messico-Usa il numero si è impennato a 19, ma la novità è che la nazionale marocchina ha perso il primato della squadra con il maggior numero di foreign-born athletes. Scivolando addirittura al terzo posto, preceduta da Curaçao con 25 e Repubblica Democratica del Congo con 20.
La diaspora che ha trasformato il Marocco in una potenza
Siamo partiti dal caso del Marocco perché è emblematico. Grazie all’utilizzo dei calciatori provenienti dalla vasta diaspora, la nazionale allenata prima da Walid Regragui (marocchino nato in Francia) e poi da Mohamed Ouahbi (marocchino nato in Belgio) è diventata una potenza emergente del calcio mondiale, capace di raggiungere le semifinali a Qatar 2022 (massimo risultato per una nazionale africana) e di dominare sul piano del gioco il Brasile (pur fermandosi sull’1-1) nella gara d’esordio della manifestazione del 2026. Ma molti altri esempi possono essere riportati, sia guardando i numeri sia le storie personali.
Sui 1.248 calciatori convocati dalle 48 selezioni, 292 sono “nati all’estero”
Quanto ai numeri, il conto è presto fatto: sui 1.248 calciatori convocati dalle 48 selezioni finaliste, 292 sono “nati all’estero”, una cifra che corrisponde al 23,6 per cento del totale, come riferiscono i dati elaborati dall’Oxford Migration Observatory. Va specificato che nell’insieme vengono conteggiati casi in cui la mera nascita all’estero ha un significato relativo, perché non connessa con un procedimento di naturalizzazione o con uno status di doppia nazionalità. Un esempio di questi riguarda l’interista Marcus Thuram, nazionale francese ma nato in Italia (a Parma) durante la militanza del padre Lilian in Serie A.

Ma nella quasi totalità dei casi si tratta di calciatori che si sono ritrovati a scegliere fra due nazionali: quella del Paese di nascita e quella del Paese che offre un’altra opportunità per ius sanguinis o per procedimenti di acquisizione della cittadinanza. In questa condizione, che vede quasi un quarto del plotone di convocati al Mondiale portatore dello status di foreign-born player, le percentuali registrate dalle tre nazionali menzionate in precedenza sono soverchianti: Marocco 73 per cento, Repubblica Democratica del Congo 85 per cento, Curaçao 96 per cento. Né queste cifre esauriscono la vastità della casistica. Probabile che esse raddoppierebbero se si facesse il computo dei calciatori convocati che si trovano in una condizione di doppia o multipla nazionalità, e che dunque potrebbero o avrebbero potuto optare per una nazionale diversa da quella del Paese di nascita.
Lo svedese di padre tunisino che ha affossato la Tunisia
È il caso di Yasin Ayari, che ci permette di spostare il discorso dalla dimensione dei numeri a quella delle storie personali. Attaccante del Brighton e della Svezia che ha siglato una doppietta nella gara vinta 5-1 dalla sua nazionale contro la Tunisia, Ayari è svedese di padre tunisino e madre nata in Svezia da genitori marocchini. Con i suoi due gol (dopo il primo non ha esultato in segno di rispetto, dopo il secondo… sì) ha provocato l’immediato esonero del commissario tecnico tunisino Sabri Lamouchi, ma avrebbe potuto ritrovarsi schierato sul versante opposto o essere l’ennesimo calciatore reclutato dal Marocco.

La casistica è molto ampia e comprende anche lo schema dei fratelli separati. Come succede ai due Doué: Désiré, centrocampista, gioca nel Paris Saint-Germain e milita nella nazionale francese; Guéla, difensore dello Strasburgo, ha scelto di difendere i colori della Costa d’Avorio. I due si sono ritrovati da avversari in occasione dell’amichevole pre-Mondiale vinta 2-1 dagli ivoriani sulla Francia.
E alla lista degli incroci familiari potrebbero essere aggiunti quelli mancati. Per esempio, il confronto tra i fratelli Reijnders: Tijjani, ex milanista che adesso gioca nel Manchester City, disputa questa edizione del Mondiale con la nazionale olandese; il fratello Eliano, centrocampista ex PEC Zwolle poi emigrato al Persib (Indonesia), ha provato ad arrivarci con la nazionale indonesiana, ma l’obiettivo è stato mancato.
Il quadro che se ne ricava parla di un panorama delle appartenenze nazionali di grande complessità. In tutto ciò il calcio, e lo sport in generale, dimostrano una volta di più di essere efficaci lenti d’ingrandimento sui processi di mutamento globale in corso. Le società sono sempre più differenziate dai fenomeni migratori, ciò che crea spazi di doppia appartenenza.
Nuove opportunità nell’era della propaganda sulla remigrazione
I soggetti che si trovano entro questi spazi compiono delle scelte e lo fanno a partire da motivazioni che possono variare, ma che in ultima analisi sono legittime e disciplinate dai regolamenti. Per molte federazioni nazionali la possibilità di attingere alle diaspore è una straordinaria opportunità, così come lo è per tanti calciatori che non troverebbero spazio nelle nazionali dei Paesi di nascita. In tutto ciò, c’è chi continua a parlare di remigrazione. No comment.




