di Aldo Primicerio
Una premessa è necessaria. Conosco De Luca dagli anni ’70. Ci vedevamo quasi tutti i giorni in una palazzina di via Manzo a Salerno. Dove, al piano terra, io ero direttore responsabile dell’allora Telecolor Salerno Spa di Saverio Benvenuto. Lui, al primo piano, era con Paolo Nicchia alla segreteria provinciale del Partito Comunista. Da allora, lui lo sa, siamo stati sempre amici, uniti da una reciproca inossidabile stima e simpatia. Allora, come oggi. E, se si vuole, anche domani. Detto questo, diventa più facile per me esprimere sul suo 5° mandato alcune riflessioni. Assolutamente costruttive, perché finalizzate al bene comune della nostra amata città. Anzi, chiamiamolo pure 8° mandato, perché Mario De Biase e Vincenzo Napoli sono stati dignitosi sindaci oltre che notevoli persone, ma pur sempre dei viceré dell’indiscusso monarca.
La forza del consenso e l’enigma del tempo
La riconferma di “don Vicienzo” secondo me apre una stagione radicalmente diversa dalle precedenti. Il voto ha confermato che il legame tra il leader e la sua città conserva radici profonde, capaci di resistere all’usura del tempo e alle mutazioni dei cicli politici nazionali. È il trionfo di un modello di leadership personalistica, che per decenni ha offerto ai salernitani una percezione di stabilità, di decisionismo e di identità forte. Ma qui l’applauso di facciata non basta. Il punto non è più il quanto si vince ma il come si governa una città complessa. Che si avvia, che deve avviarsi ad una transizione precisa su cui occorre decidere.
Il cortocircuito tra lo straordinario e l’ordinario
Il modello Salerno ha sempre nutrito ambizioni internazionali, attraendo firme mondiali dell’urbanistica come Bohigas, Bofill e Zaha Adid. Ma, dietro le suggestioni della città-polcoscenico si consuma da anni un cortocircuito tra lo straordinario e l’ordinario. Salerno – con aeroporto, stazione crocieristica, arrivo delle grandi navi, Luci d’Artista, Giardini della Minerva – vanta una sicura proiezione internazionale. Ma, dietro, la città sperimenta la fatica di una macchina amministrativa in affanno sui servizi minimi. Le trascuratezze sono davanti agli occhi di tutti. Eccone solo alcune: l’affannosa gestione dei rifiuti sia urbani che commerciali ed il disdoro urbano, il verde pubblico e l’impoverimento di uno tra i più bei lungomare del mondo, il mancato controllo sulle violazioni quotidiane alle norme sugli scarichi DbKiller alterati delle moto che gareggiano in C.so Garibaldi e via Roma, le inosservanze clamorose del Regolamento Comunale sulle Insegne Luminose Commerciali soprattutto nel centro-città, lo stato pietoso delle strade cittadine piene di buche o sfregiate ogni giorno da continui scavi per la posa dei cavi, le opere urbane incompiute da anni come Piazza Cavour, il sottopassi ferroviario di via SS. Martiri, Porta Ovest, il caotico sviluppo urbanistico sotto la collina di Giovi, i grattacieli in area stadio Arechi, suggestivi ma cattedrali carenti di servizi.
Il nodo delle promesse e il ricambio mancato
La città non ha bisogno di nuove visioni faraoniche e di autocompiacimenti. Occorre un bagno di realtà. Salerno la Montecarlo d’Italia? Un bell’annuncio effervescente che, certo, fa gonfiare il petto. Ma è solo un annuncio e niente più. Montecarlo è ricca di sé, non dei ricchi che vi sbarcano. Ha il reddito pro-capite più alto del mondo, € 153mila/anno per ogni cittadino, 8 volte più di quello di Salerno che si ferma a € 23mila pro-capite, secondo il MEF. E poi decine di hotel con 2500 camere ed una rete di servizi intessuta per fare, da sempre, un turismo di grandissimo livello. Salerno uscirebbe tramortita da un confronto senza un inesistente, insostenibile, impossibile impianto economico. E poi l’altro nodo, di cui abbiamo già scritto: l’accentramento decisionale senza un ricambio generazionale. Il deluchismo ha in sé la sua indiscutibile grandezza, ma anche il suo limite. Una leadership ancora oggi tra le più forti d’Italia non ha saputo favorire la nascita di una classe dirigente colta, preparata, forte e riconoscibile. Intorno ad un grandissimo come Vincenzo c’è – tranne qualche assai rara eccezione – il vuoto assoluto. E qui l’errore di riconfermare in blocco una giunta che ha fatto arretrare la città. La sfida ora è dimostrare che si può governare non per alimentare un mito personale, ma per preparare la Salerno del futuro, quella dei nostri figli e nipoti. Lui lo sa. Non sarà facile. Ma noi sappiamo che lui sa bene come fare.
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