Venezi, la vittoria della Musica

Di Olga Chieffi

O, gioia!” canta Violetta quando rivede Alfredo. “O, gioia!” abbiamo pronunciato ieri pomeriggio alla notizia che Beatrice Venezi era stata sollevata, definitivamente, indifendibilmente, dall’incarico di direttore musicale del Teatro La Fenice di Venezia. Non a caso abbiamo citato la Traviata, poiché quel 6 marzo del 1853 fu rappresentata per la prima volta proprio nel massimo veneziano. Una delle Fondazioni storiche più prestigiose d’Italia, certo non meritava quale direttore musicale, quale vestale di questo tempio, passato per la bacchetta di Myung-Whun Chung e tanti altissimi direttori, a Beatrice Venezi. Il sovrintendente Nicola Colabianchi, espressione di questo governo, si è cimentato nell’arduo impegno di difenderla dallo sdegno e dal sollevamento dell’intero mondo musicale, a cominciare da tutti i massimi teatri e fondazioni d’Italia, dall’ annuncio ancora non confermato dell’estate, sino al 26 aprile. Un esempio di sottomissione unicamente alla Musica, quella delle masse orchestrali e corali del massimo veneziano che sono entrati in un testa a testa continuo e incandescente con il sovrintendente, il sindaco di Venezia, a partire dal 22 settembre 2025, in seguito alla notizia dell’ arrivo della bacchetta lucchese, quale direttore musicale. Le contestazioni principali riguardavano la mancanza di dialogo con le maestranze, dubbi sull’adeguatezza del curriculum per un teatro di tale prestigio e questioni legate alla sua figura pubblica. Un clima al vetriolo, una resistenza senza eguali, con negazione dei fondi welfare da parte del direttivo della fondazione, quindi ponendo a rischio la serenità delle famiglie, da parte dei lavoratori, in questo cimento, in difesa dell’istituzione, della storia, e su tutto della Musica. Un esempio per tutti, l’affermazione che se si resiste, si combatte per una causa giusta e con il massimo rispetto per tutti, si può aver ragione di tutto e tutti e si R(i)esiste. Il comportamento di tutti i lavoratori, compatti del teatro La Fenice, non è poi tanto lontano dai protagonisti della Liberazione d’Italia celebrati il 25 aprile. Non una decisione imposta, quella, ma una scelta contro ciò che veniva imposto, una democrazia piena, vissuta come costante compartecipazione di tutti ai problemi, e alle scelte collettive: la democrazia più piena e più alta, che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Non deve essere retorica, non è agiografia, sono i tratti caratteristici della Resistenza, così come è stata vissuta da un popolo che si è dato organizzazione, contro il potere esistente. Un esempio per tutti quello de’ La Fenice, una luce di speranza in un regime di mediocrazia e governance, nell’essenza più becera del termine, in un sistema di “cricche” in tutti i campi, che ha vinto nel momento in cui la Venezi ha offeso gravemente i “suoi” musicisti, bollandoli di nepotismo, di tramandare seggiole e leggio da padre in figlio, sottolineando che nel proprio percorso non ha mai vantato padrini, in un’intervista su una delle massime testate argentine, La Naciòn. Un’affermazione che ha toccato un nervo scoperto. Già nelle ore successive, il sovrintendente Nicola Colabianchi aveva preso le distanze, difendendo “l’ottima qualità” dell’orchestra e respingendo implicitamente l’idea di un sistema chiuso o familistico. Affermazioni queste che hanno rivelato l’assoluta ignoranza in campo di reclutamento dei musicisti nelle massime fondazioni, nonché la sua partecipazione ad alcun concorso pubblico di rilievo, e che l’hanno resa indifendibile anche agli occhi di coloro che hanno fatto di tutto per salvarle il posto. Era stato proprio il sovrintendente Colabianchi, lo scorso settembre, a nominare tra le polemiche Venezi come direttrice del teatro, con incarico di quattro anni a partire dal 1° ottobre 2026, a 270000 euro l’anno. Da allora l’orchestra e il coro sono entrati in stato di agitazione, ritenendo non all’altezza del prestigio della Fenice il curriculum della direttrice, vicina ideologicamente al centrodestra (è diventata nota per la sua richiesta di essere chiamata “direttore” e non “direttrice”). La protesta dei lavoratori era stata messa in atto con particolare evidenza alla prima dello scorso anno, con una pioggia di volantini in platea, e durante il concerto di Capodanno del 2026, a cui musicisti e coristi si erano presentati indossando una spilla con il disegno di una chiave di violino. A marzo, al momento della ratifica della nomina da parte del Consiglio d’indirizzo della Fondazione, si erano dimessi sia il consulente del Teatro Domenico Muti, figlio del celebre direttore d’orchestra, assunto in Fenice in assenza di massima trasparenza, sia Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo nominato dal governo, così come gli abbonati storici avevano scritto ai dirigenti della Fondazione, presieduta dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, minacciando di stracciare la tessera. Ieri l’annuncio della liberazione de’ La Fenice, che ancora una volta è risorta illuminando d’entusiasmo orchestra e pubblico che hanno fatto festa, oltre che per la superba esecuzione, nell’ultima replica del Lohengrin. Ora “Tutto fiorirà, tutto splenderà!” (Turandot atto I).

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