Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parteBeatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia. E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
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Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
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Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina

La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serva a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck  in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato. 

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).

L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista

Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.

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Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).

Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima

E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra

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Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).

La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?

Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.  

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Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.