La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​