«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Così si lamentava Aldo Aniasi, sindaco di Milano a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Non è escluso che, nel corso degli ultimi 40 anni, la situazione sia addirittura peggiorata. Di certo non è migliorata. A dispetto delle tante denunce sui mali italici della burocrazia e delle altrettante promesse di liberazione dalla medesima per mezzo della digitalizzazione.

Il miraggio della semplificazione della Pa e delle “3 I”
Correva l’anno 2001 e con il secondo governo Berlusconi spuntò Lucio Stanca, il primo ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella storia repubblicana. Le premesse e gli obiettivi dichiarati dell’incarico erano più che condivisibili e facevano riferimento alla “rivoluzione copernicana” che, grazie alle tecnologie digitali, avrebbe consentito la semplificazione e l’efficienza della PA. Uno degli obiettivi era eliminare la grande mole di certificazioni richiesta a cittadini e imprese. Per la cronaca, per dire qual era il contesto, erano gli anni in cui il Cavaliere e la ministra dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti lanciavano la «scuola delle 3 I» ( internet, inglese, imprese). Una promessa di modernizzazione e di cambiamento accelerato del Paese fatta propria e rilanciata anche dai successivi titolari del ministero, tra cui Mariastella Gelmini che brillò non tanto per avere dato concretezza alle 3 I, ma per l’ormai famoso tunnel per neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso.

Il rogo delle leggi inutili di Calderoli
Ma lo spettacolo più pirotecnico lo aveva organizzato il 24 marzo 2010 il ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli, già noto per il Porcellum, dando fuoco una torre di 32 scatoloni contenenti simbolicamente 375 mila leggi italiane ritenute inutili o obsolete. Lo show, consumatosi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle, fu definito dal coordinatore nazionale del sindacato di base indipendente RdB dei vigili del fuoco «una pagliacciata» degna di un «circo», che impegnò una trentina di pompieri. Tanto fumo ma niente arrosto, oltretutto, visto che nella classifica Ocse sulla qualità dei servizi erogati dalla PA italiana, su 36 Paesi l’Italia – 26esima nel 2000 – nel 2018 era scivolata al 33esimo posto, terzultima, davanti a Turchia e Messico.

Il costo economico della lentezza amministrativa
Ma stando al presente ed evidenziando le criticità più rilevanti per l’economia nazionale segnaliamo che la lentezza amministrativa costa secondo una stima della Cgia di Mestre del 2025, circa 184 miliardi di euro. Quella italiana è tra le peggiori burocrazie dell’Eurozona: siamo al primo posto per pressione burocratica sulle imprese, ma solo al 26esimo per fiducia nella Pa. In simile contesto non è affatto scontato che il PNRR riuscirà nell’impresa di sburocratizzare e velocizzare le procedure amministrative. Non fosse altro perché numerosi sono i casi in cui la promessa semplificazione si traduce in un ulteriore e forse non previsto aggravio di vincoli, obblighi e norme. La burocrazia che si autocontrolla, cioè che accumula norme su norme, è un fenomeno tipicamente italiano. Ma che risulta particolarmente biasimevole, oltre che paradossale, quando si abbatte su due settori che dovrebbero essere regolati in modo semplice, con vincoli burocratici ridotti all’osso e controlli perlopiù qualitativi e nel merito piuttosto che quantitativi e regolamentari. Mi riferisco al Terzo Settore, che riguarda il volontariato, le associazioni assistenziali e culturali, e l’Università, dove insegnamento e promozione del sapere dovrebbero avere come faro la libertà e non il regolamento.

Il Terzo settore sommerso dalle scartoffie
«Paradossi del Terzo settore: se la riforma anti-burocrazia genera ulteriore burocrazia». Così il Corriere della Sera titolava lo scorso 17 febbraio una riflessione di Paolo Venturi, direttore di AICCON (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione tra Università di Bologna e numerose realtà pubbliche e private) che segnalava come le diverse realtà di volontariato «sono sottoposte sul piano operativo a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa». Colpa dei bandi per chiedere i finanziamenti che sono sempre più complicati, con moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Al punto che per tante realtà no profit le energie anziché essere spese sul campo vengono impegnate nel compilare moduli su moduli. È così che la correttezza formale delle richieste e rendicontazioni diventa predominante rispetto alla creazione di valore e benefici per i territori e le fasce sociali più fragili.
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All’Università le procedure rubano tempo ed energia alla ricerca
Nel caso dell’Università, testo e contesto sono molto differenti, però logiche e dinamiche in azione sono identiche. Controllo e aumento delle procedure a scapito dell’insegnamento e della produzione di sapere. Meno ricerca e impegno scientifico e più attenzione e tempo dedicati a rendicontare attraverso i nuovi strumenti burocratici: indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali. L’elemento più sorprendente però non è tanto la burocratizzazione dell’attività universitaria, quanto il fatto che il problema è noto e stranoto da anni. Ma la sua denuncia non ha portato e non porta a niente. Se provate a googlare, sono almeno 15 anni che viene reiterata la litania di un’istituzione sempre più sopraffatta da una burocrazia pervasiva, spesso definita «neouniversità» o «ossessione burocratica», che stritola le attività didattiche e di ricerca.

La nuova burocrazia dei target e delle mission
Cosicché «è un brivido che vola via», come canta Vasco Rossi, leggere che il rilancio degli atenei italiani passa attraverso la sburocratizzazione. A dirlo è stata, nel gennaio del 2024, Giovanna Iannantuoni, al tempo rettrice dell’Università Bicocca di Milano e presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane). Che dire dunque? Qualche mese fa è uscito il libro di Luca Solari, Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili (Guerrini & Associati) che spiega come la proliferazione di regole e piattaforme per la valutazione si sia mangiata il tempo per insegnare e promuovere la cultura. Un fenomeno che è perfettamente allineato al contesto e al sistema Paese. Perciò molto italiano. Anche se sul piano generale fa più che mai testo quel che ha scritto Mark Fisher, sociologo di raro acume e capacità di leggere le trasformazioni sociali, in Realismo capitalista (Nero Editions): «Che le misure burocratiche si siano intensificate sotto un regime neoliberale che si presenta come anti-burocratico e anti-stalinista potrebbe dapprima sembrare un mistero. Eppure ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale (… ) che pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoliberismo il risveglio della burocrazia è assai più che un riflesso atavico o un’anomalia».
