Sanremo senza Vessicchio: chi sono i nuovi signori della bacchetta

Si fa presto a dire «dirige l’orchestra». Per il pubblico sovrano del televoto e per chi consuma il Festival tra un post su X e una pizza a domicilio, quella frase è una liturgia più solenne di una stecca in mondovisione. Ma Sanremo 2026 apre i battenti dovendo gestire assenze che non si colmano con i fiori di corso Imperatrice. Non parliamo solo del patriarca Pippo, a cui hanno appaltato un’insegna e idealmente l’intera baracca, ma di quel barbone rassicurante, da gentiluomo d’altri tempi, che risponde al nome di Beppe Vessicchio. Che poi si chiamava Peppe, e pareva uscito da una réclame di sigari toscani: l’uomo che è riuscito nel miracolo laico di rendere pop un pezzo di legno, trasformando un direttore d’orchestra in una reliquia da figurine Panini, un santino da invocare quando la nota non tiene.

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Beppe Vessicchio a Sanremo 2020 (Ansa).

Valeriano Chiaravalle, il sarto invisibile della tv italiana

Proprio lunedì, mentre la terra dei cachi si riempieva di addetti ai lavori e imbucati di lusso, si è aperta Casa Vessicchio, asilo politico per giovani artisti per parlare di spartiti senza l’assillo della gara, perché per anni Vessicchio è stato Sanremo. Ma lo spettacolo, per quella cinica e ferrea legge, deve andare avanti, e per bontà del dio delle canzonette, la sua eredità non è andata persa: è finita dritta nelle mani di chi la musica la scrive, la smonta e la rimonta con la precisione di un orologiaio svizzero. Parliamo di Valeriano Chiaravalle. Se il suono dei promo di questo Festival vi è rimasto piantato nelle orecchie, è colpa sua. Figlio d’arte, DNA napoletano (il padre Franco era uno stimato autore e arrangiatore), Chiaravalle è il prototipo del professionista perfetto, un incrocio tra un pentagramma e una lucina della telecamera che lo ha reso il sarto invisibile della tv italiana. Lo trovi ovunque: da The Voice a LOL, dagli show della Mannoia a Michelle Impossible. Fu proprio Vessicchio a battezzarlo appena uscito dal Conservatorio G. Verdi di Milano, chiedendogli un arrangiamento per orchestra, e aprendogli di fatto le porte di una carriera che dal 1999 lo vede inquilino fisso dell’Ariston, guidando gente come Tiziano Ferro, Giorgia, Mika, Elisa, e la stessa Mannoia. Mentre la SIAE lo tiene nei comitati di rielaborazione e il Conservatorio di Parma lo mette in cattedra per insegnare composizione pop, a Sanremo 2026 dovrà gestire un traffico da ora di punta: la strana coppia Fedez & Masini, Francesco Renga, il ritorno di Sal Da Vinci (dato per super-favorito), Eddie Brock e la nuova proposta Angelica Bove.

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Valeriano Chiaravalle (dal sito del Politecnico delle Belle Arti di Bergamo).

Enrico Melozzi, il performer esploso con i Måneskin

Sullo stesso podio si muove il terremoto abruzzese Enrico Melozzi. Uno che ha capito prima di altri che nell’era di TikTok il direttore d’orchestra deve essere un performer, un animale da palcoscenico. Capelli eccentrici, popolarità esplosa con i Måneskin (ma il cuore che batte anche per Mozart), Melozzi si porta dietro quella foto simbolo del 2023, quando diresse Grignani e Arisa a quattro mani con Vessicchio. Un’eredità affettiva che oggi spende mentre guida le Bambole di Pezza, Leo Gassman e una pattuglia di nuove leve: Blind, El Ma & Soniko.

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Enrico Melozzi all’Ariston (Instagram).

Carmelo Patti, maestro di colonne sonore

Diverso il piglio del milanese Carmelo Patti, che ha esordito a Sanremo nel 2019, e ha apposto la sua firma sulla vittoria di Mahmood e Blanco con Brividi, è quello che mette le mani sulle colonne sonore per produzioni Rai e Netflix, e che deve tenere a bada un mix che va da J-Ax a Maria Antonietta & Colombre fino a Tommaso Paradiso e la nuova proposta Nicolò Filippucci.

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Carmelo Patti (da Instagram).

Enzo Campagnoli al suo nono podio sanremese

A chiudere il cerchio dei più richiesti, c’è il verace Enzo Campagnoli. Bacchetta napoletana di Afragola, diplomato in oboe al San Pietro a Majella, una vita accanto a Mario Merola e un rapporto con l’Ariston che sfiora la domiciliazione: nona volta sul podio, senza contare le 11 da musicista. Tocca a lui domare Dargen D’Amico, Elettra Lamborghini e Samurai Jay.

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Enzo Campagnoli (da Instagram).

Pinuccio Pirazzoli alla guida dell’orchestra

Ma chi è il signore del podio? Per la casalinga di Voghera e per i critici che guardano il Festival col monocolo della superiorità, è soltanto colui che agita un bastoncino a favore di telecamera. Ma quella è solo la parte visual, la superficie scenica, pensata per chi mangia pane e televisione. Sotto c’è il lavoro sporco, con la band e l’orchestra, che inizia un mese prima. Per ogni artista c’è una prova a Roma, due a Sanremo, una generale e poi quei tre minuti di gloria. Quest’anno l’intera macchina è nelle mani di Pinuccio Pirazzoli, ma sul ring si alterneranno 20 bacchette. Il resto è televisione, possibilmente con qualche polemica cucita su misura per non far scazzare lo share.

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