Chiunque voglia trovare prove inoppugnabili della disumanità, della criminalità, degli abusi, delle distruzioni e delle miserie inflitte dalla dittatura sanguinaria comunista ai venezuelani non ha che da leggere le cronache delle brutali repressioni, i racconti delle torture o ascoltare le infinite testimonianze di gente comune sulle proprie sofferenze e umiliazioni. Il Partito Socialista Unito del Venezuela, nelle sue varie incarnazioni, capeggiato da Chavez e poi da Maduro, ha adottato ogni forma di costrizione violenta al fine di mantenere il potere per 27 anni grazie anche all’aiuto di cubani, russi, cinesi, iraniani, narcotrafficanti, mafie dei quattro angoli del globo. Una sordida alleanza globale che si è avvalsa della noncuranza (e spesso della complicità) delle organizzazioni internazionali e degli Stati democratici che avrebbero potuto, in tempi diversi e in forme diverse, intervenire concretamente per contrastare, dissuadere e forse spazzare via il regime trasformatosi gradualmente in una sorta di narcostato.

Se il diritto internazionale è usato come foglia di fico
Chi guarda la luna vede che un regime criminale è stato finalmente abbattuto: otto milioni di venezuelani che hanno dovuto lasciare il Paese per sopravvivere, quasi il 30 per cento della popolazione, stanno festeggiando nelle piazze di tutti i Paesi in cui si sono rifugiati, per l’avverarsi di un sogno che avevano ormai smesso di coltivare dopo anni di delusioni cocenti. I compari di Maduro si stanno acconciando a negoziare la loro sopravvivenza fisica e possibilmente una fetta di potere che consenta loro di godersi il bottino accumulato con le ruberie di Stato. Assisteremo a un’oscena gara tra chavisti a chi tradisce più velocemente il sodale di ieri, per cercare di salvarsi la pelle e assicurarsi un domani. Chi guarda il dito nota che l’intervento statunitense, ordinato da un presidente umorale e inaffidabile, viola le forme astratte del diritto internazionale che proibisce gli atti di forza tra Stati sovrani. Ma quel diritto internazionale è da sempre una foglia di fico priva di organismi, strutture, gendarmerie o eserciti sovranazionali in grado di farlo rispettare. La nuova National Security Strategy americana sembra dichiarare implicitamente un “liberi tutti” che permetterà ad altri attori come Russia e Cina di perseverare nelle atrocità in Ucraina o di invadere Taiwan. Ma non è che prima dell’arresto di Maduro questi soggetti si siano fatti dissuadere dal diritto internazionale. Tibet, Ungheria, Cecoslovacchia, Vietnam, Bosnia, Georgia, Cecenia, Crimea, Donbass sono non esaustivi esempi delle miriadi di violazioni impunite (e di fatto impunibili), perpetrate da regimi che del diritto internazionale fanno strame. Possiamo consolarci con l’idea che anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta, ma sembra un po’ come specchiarsi nella faccia di Guterres, ultima icona dell’ennesimo fallimento Onu.

Il Venezuela un presidente ce l’ha: è Urrutia
Chi guarda oltre, dopo aver riflettuto sul fatto inoppugnabile che quasi nessuna dittatura sostenuta da un partito unico e da apparati repressivi è caduta senza un deciso intervento esterno, potrebbe rinfrancarsi ricordando che alle ultime elezioni presidenziali del 2024, annullate di fatto da Maduro, emerse un vincitore: il leader dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, attualmente in esilio in Spagna, che venne riconosciuto come presidente eletto dalla maggioranza degli Stati americani ed europei, Usa compresi. Se qualcuno nell’amministrazione Trump ne prendesse atto ci si potrebbe illudere che una ragionevole soluzione per il Venezuela si fondi su quel risultato elettorale. È auspicabile che in questo modo il tessuto slabbrato della legalità e la funzionalità delle istituzioni possa essere rammendato per riportare il Paese nel novero delle democrazie, con un impegno tenace delle società aperte, incluse quelle latinoamericane.

