Svolta nelle indagini sull’aggressione a colpi di pistola ad aria compressa esplosi contro una coppia di sessantenni militanti di Sinistra Italiana al parco Schuster di Roma alla fine del corteo del 25 aprile. È stato fermato un 21enne appartenente alla Comunità ebraica che, stando al Corriere della sera, avrebbe ammesso le proprie responsabilità dicendo di fare parte della Brigata ebraica. Decisivi per la sua identificazione i video delle telecamere della zona. Il ventenne a bordo di uno scooter con casco integrale aveva sparato almeno tre colpi contro i due manifestanti – Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano – con al collo il fazzoletto dell’Anpi, ferendoli in modo lieve.
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Premi e concorsi: Premi Hugo 2026, tutti i finalisti
Continua, anche se non più in modo totalizzante, il dominio delle autrici. Tra le altre Nnedi Okorafor, Emily Tesh, Amal El-Mohtar, Annalee Newitz, Sarah Pinsker, Martha Wells
Per qualche anno le categorie della narrativa sono state appannaggio quasi esclusivo di autrici. Del resto, secondo recenti sondaggi, anche i lettori della fantascienza sono stati sorpassati dalle lettrici: quello che un tempo era un genere quasi esclusivamente maschile è sempre più apprezzato dalle donne, che lo stanno rinnovando e rilanciando. Ecco i finalisti dell'edizione 2026, basati su circa millecinquecento voti espressi dai partecipanti della Worldcon 2025 e dai preiscritti della Worldcon 2026, che si terrà a fine agosto a Los Angeles e dove saranno annunciati... - Leggi l'articolo
LIBRI - Premi e concorsi - 29 aprile 2026 - articolo di S*
Trump: «L’Iran mi ha chiesto di aprire lo stretto di Hormuz il prima possibile»
Nuova dichiarazione di Donald Trump sull’Iran e lo stretto di Hormuz. Affidandosi come di consueto alla sua piattaforma social Truth, il presidente Usa ha affermato che Teheran ha «appena informato» Washington di trovarsi in uno «stato di collasso», chiedendo che gli Stati Uniti di «aprire il prima possibile» il braccio di mare, «in attesa di definire la leadership» del Paese.
Trump è scettico sulla proposta per riaprire Hormuz e rinviare sul nucleare
Secondo il Wall Street Journal, che cita fonti di Washington, c’è grande scetticismo da parte di Trump e dei suoi consiglieri alla sicurezza nazionale sulla proposta avanzata dall’Iran per riaprire Hormuz e sospendere le trattative sul nucleare.
The Donald intanto incassa la “vittoria” dell’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec
L’ultima dichiarazione di The Donald, peraltro, arriva in un giorno segnato dall’addio degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, che di fatto può essere considerata una vittoria per il tycoon, il quale in passato ha accusato l’organizzazione di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Come la guerra in Iran cambia la mappa energetica della Cina
Russia, Indonesia, Australia. Con la guerra in Medio Oriente, la Cina sta riscrivendo la mappa delle sue importazioni di energia. Pechino sta riducendo l’esposizione dall’Iran e dai Paesi del Golfo, che insieme rappresentavano sin qui il 45 per cento delle sue importazioni totali di petrolio. A marzo, cioè dopo l’inizio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro Teheran, gli acquisti di greggio dal Medio Oriente sono crollati del 25 per cento. Un chiaro segnale di rimodulazione strategica della propria sicurezza energetica e dell’architettura dei mercati internazionali.
Il nodo di Hormuz agita Xi Jinping
Alla base di questa trasformazione vi è lo shock provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, su cui persino Xi Jinping si è inusualmente espresso direttamente, chiedendone la riapertura durante un colloquio col principe ereditario e premier saudita Mohammed bin Salman. Episodio tutt’altro che frequente, visto che il presidente cinese solitamente si limita a indicare principi generali, senza entrare nei nodi specifici delle crisi globali. Un chiaro sintomo della preoccupazione di Pechino, nonché della sua speranza di un ritorno alla stabilità. Non solo per una questione di approvvigionamenti energetici, ma anche per il timore di uno shock prolungato della domanda globale, che potrebbe avere un impatto rilevante su un’economia ancora dipendente dall’export come quella cinese.

Le contromosse: scorte e aumento dell’import russo
Nel frattempo, la Cina sta già ridisegnando la sua catena di fornitura energetica. Il drastico calo dei flussi passati da Hormuz, crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a meno di 4 milioni nelle fasi più acute della crisi, ha reso evidente ciò che gli strateghi cinesi discutono da anni: la dipendenza strutturale da rotte marittime controllate da altri attori costituisce una vulnerabilità sistemica. Pechino ha risposto in due modi. Innanzitutto, dando fondo alle sue riserve strategiche. Proprio per far fronte a questo scenario, nel 2025 la Cina ha aumentato nettamente le importazioni, accumulando scorte per 430 mila barili al giorno. All’inizio di gennaio, Pechino disponeva di 1.206 miliardi di barili di petrolio stoccati a terra, sufficienti a coprire 104 giorni di importazioni nette di greggio ai livelli del 2025. Oltre a questo, la Cina si è trovata costretta a operare una riallocazione rapida delle proprie fonti di approvvigionamento. L’aumento del 13,3 per cento delle importazioni dalla Russia, fino a 74,5 milioni di barili, rilancia il ruolo di Mosca come pilastro energetico di Pechino. L’anno scorso, le esportazioni russe di greggio verso la Cina erano diminuite del 6,9 per cento, in particolare dopo che le grandi compagnie petrolifere statali della Repubblica Popolare avevano interrotto gli acquisti via mare per timore di sanzioni secondarie. Ora l’inversione di tendenza.

Il boom dell’export indonesiano verso Pechino
Ancora più sorprendente è il caso dell’Indonesia, le cui esportazioni verso la Cina sono aumentate oltre 100 volte su base annua, raggiungendo 40,6 milioni di barili e diventando il terzo fornitore del mese. Questo balzo, apparentemente anomalo, segnala due dinamiche profonde. Da un lato, la capacità della Cina di attivare rapidamente fornitori alternativi, anche marginali nel sistema globale, sfruttando la propria leva commerciale e finanziaria. Dall’altro, l’emergere di un mercato energetico sempre più fluido e opportunistico, in cui i flussi si riconfigurano rapidamente in risposta a shock geopolitici. Nel medio periodo, Pechino guarda anche al Canada, con cui di recente sono stati sottoscritti dei memorandum d’intesa, a margine dell’incontro tra il premier Mark Carney e Xi.

L’Australia è diventata il principale fornitore di Gnl
Attenzione, perché il riassestamento potrebbe essere strutturale. La riduzione delle importazioni da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar sembra destinata a durare anche nel caso si arrivi a una tregua duratura, perché dopo la crisi resterà il riflesso di un rischio politico diventato improvvisamente insostenibile. Il conflitto ha anche modificato le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (GNL), che sono diminuite del 19,2 per cento, a 3,95 milioni di tonnellate. Le spedizioni dal Qatar, in precedenza il principale fornitore, sono calate del 42,8 per cento a 988 mila tonnellate, consentendo all’Australia di conquistare il primo posto. Le consegne dalla Russia sono aumentate del 43,8 per cento a 558 mila tonnellate, ma non sono state sufficienti a colmare il divario.
Non solo Mosca: il rafforzamento della partnership con il Turkmenistan
In tal senso, la Cina sembra intenzionata a evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti di Mosca. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato Pechino, dichiarando che la Russia è pronta a «compensare il deficit di risorse» causato dalla guerra. Certo, Xi potrebbe dare il via libera definitivo al maxi gasdotto Power of Siberia 2, dopo anni di pressioni da parte di Vladimir Putin. Ma, allo stesso tempo, continua a coltivare altri canali. Nei giorni scorsi, il vicepremier Ding Xuexiang è stato in Turkmenistan, in una missione volta proprio al rafforzamento della partnership energetica con la repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Un segnale anche alla Russia, che vede nel caos in Medio Oriente un’opportunità per riequilibrare i rapporti con la Cina, nettamente sbilanciati a favore di quest’ultima dopo la guerra in Ucraina. Ding ha partecipato alla posa della prima pietra della nuova fase di sviluppo del giacimento di Galkynysh e nel rilancio del progetto di un nuovo gasdotto verso la Cina. Il Turkmenistan possiede una delle più grandi riserve di gas al mondo e, già oggi, destina circa il 90 per cento delle sue esportazioni proprio alla Cina. La decisione di investire ulteriormente nel giacimento di Galkynysh e nella sua espansione, con la partecipazione diretta del colosso statale China National Petroleum Corporation, consolida ulteriormente una direttrice energetica alternativa.

Meno rotte marittime e più gasdotti per garantire stabilità
Pechino intende investire ulteriormente sui collegamenti terrestri. A differenza delle forniture marittime, che possono essere rapidamente riorientate ma sono vulnerabili a blocchi e interruzioni, i gasdotti rappresentano investimenti di lungo periodo, che creano interdipendenze stabili e difficilmente reversibili. Proprio tutte le qualità che rispondono al mantra di Xi: stabilità.
Caso Venezi, i sindacati della Fenice: «Minacce di morte ai lavoratori dopo il licenziamento»
Non si placa il caso del licenziamento di Beatrice Venezi, silurata dal Teatro La Fenice prima ancora di assumere l’incarico di direttrice musicale a causa dei contenuti di un’intervista al quotidiano argentino La Nación. I sindacati della Fenice, in una nota, fanno sapere che i lavoratori del teatro veneziano «in questi giorni stanno ricevendo, soprattutto sui social, valanghe di insulti e minacce, anche di morte».

La denuncia dei rappresentanti dei lavoratori della Fenice
«Vogliamo far sapere che ci siamo già rivolti ai nostri uffici legali per difenderci da tanta inutile meschinità», si legge inoltre nella nota. «I rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori mai e sottolineiamo mai, hanno offeso o calunniato né la Maestra Venezi né nessun’altra persona o istituzione», spiegano i sindacati. E poi: «La nostra istanza, durata sette mesi, è stata costantemente e unicamente finalizzata al ripristino di quella ordinaria prassi consolidata che garantisce un clima di fiducia e rispetto, presupposto indispensabile per la gestione di un Teatro e che garantisce la più alta resa artistica possibile». Domenica 26 aprile, prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, l’orchestra della Fenice ha esultato alla notizia della cancellazione di ogni collaborazione con Venezi.

Bignami: «Deve andare avanti anche chi è bravo e non di sinistra»
Intanto sulla questione si è espresso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: «Reputavo arrogante la sinistra quando contestava il sovrintendente Nicola Colabianchi perché nella sua autonomia aveva nominato Venezi, non ho intenzione di essere altrettanto arrogante e commentare oggi che con la solita autonomia ha scelto diversamente. Beatrice è brava e giovane. Fino ad oggi ha pagato non essere figlia di musicisti e non essere di sinistra. Noi ci batteremo sempre per una nazione in cui chi è bravo può andare avanti anche se non è di sinistra».
Spaccatura nel cartello del petrolio: gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’Opec
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) e da Opec+ a partire dal primo maggio, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di greggio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita. La mossa, clamorosa, arriva nel bel mezzo di discussioni in corso e considerazioni strategiche all’interno del mercato globale, in difficoltà a causa di quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’uscita degli Emirati Arabi è una vittoria per Trump
Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese del Golfo a lasciare l’alleanza in decenni. L’uscita di questo membro storico dell’Opec potrebbe creare disordine e indebolire l’organizzazione, che ha sempre tentato di mostrare unità nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione. L’uscita degli Emirati rappresenta una vittoria per Donald Trump, che ha accusato l’Opec di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.

Le critiche al Consiglio di Cooperazione del Golfo
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati degli Usa, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non dal Consiglio di Cooperazione del Golfo», ha aggiunto, puntando il dito contro Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait e Qatar.

Quali sono i Paesi che fanno parte dell’Opec
L’Opec, fondata nel 1960, comprende 12 Paesi (presto 11, a questo punto), che assieme negoziano con le compagnie aspetti riguardanti produzione di petrolio, prezzi e concessioni: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Gabon.
Nordio a Palazzo Chigi: incontro con Mantovano
Di nuovo sotto pressione per il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato ricevuto alle 13 a Palazzo Chigi. Il Guardasigilli, spiegano fonti di governo, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il colloquio non sarebbe legato al caso-Minetti, in quanto già previsto «per questioni pregresse» e sull’esame di alcuni provvedimenti. Nordio è stato nella sede del Governo per oltre un’ora.
La figlia del ministro Giorgetti valuta l’addio all’Inter
Mentre la questione delle elezioni a presidente della Figc sta agitando il governo, che spinge per il commissariamento della federazione calcistica mentre la Lega Serie A ha candidato l’ex numero uno del Coni Giovanni Malagò – in tempi rapidi e “inaspettati” per l’esecutivo, che sperava ci avrebbe messo più tempo nel selezionare un candidato in grado di vincere e quindi pensava di avere lo spazio di manovra per arrivare al commissariamento – c’è un altro tema più personale che coinvolge un membro del Cdm, ovvero il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Secondo quanto riportato da Calcio Finanza, sua figlia Marta potrebbe presto terminare il suo percorso lavorativo all’Inter (uno dei club che ha insistito per la candidatura di Malagò) dove attualmente ricopre la carica di Football Travel Officer. L’idea sarebbe quella di trasferirsi nella Capitale.
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Venezia non dà pace alla destra. Tra il caso Venezi, che pare tutt’altro che chiuso, la bufera alla Biennale e i presunti rapporti di amicizia tra Carlo Nordio e la famiglia Cipriani, il cui erede Giuseppe è il compagno di Nicole Minetti, l’epiteto Serenissima fa quasi sorridere.
La risposta di Venezi e l’ombra delle Comunali
Partiamo dalla Fenice. Dopo l’annullamento da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi di tutte le collaborazioni future con la cosiddetta “Bacchetta nera”, la direttrice – pardon, direttore – d’orchestra 34enne si è tolta qualche sassolino dalla scarpa. «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», ha scritto Beatrice Venezi in una nota, lasciando intendere un possibile ricorso alle vie legali.
Le dichiarazioni rese a La Nación, ufficialmente alla base del “siluramento”, «avrebbero dovuto essere lette nel contesto dell’intervista e non distorte e strumentalizzate». Di più: non solo Venezi assicura di non aver mai mancato di rispetto ai lavoratori, ma sarebbe lei stessa vittima delle maestranze del teatro veneziano che in otto mesi «mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera». Insomma «in Italia essere giovane è un handicap e poi donna una aggravante», prosegue la nota. «Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta». L’underdog della classica però non ha convinto il melonianissimo presidente della commissione Cultura alla Camera, Federico Mollicone, che a La Stampa ha ammesso che Venezi, a cui ha confermato la sua stima, «è andata troppo oltre». Anche se resta convinto che l’orchestra «sia stata strumentalizzata dalla sinistra». Nonostante il governo abbia prontamente negato di aver avuto un ruolo nell’affaire Fenice, c’è chi sostiene che dietro lo scaricamento della direttrice ci siano calcoli poco lirici e molto politici. Come scrive Il Fatto Quotidiano, infatti, alle Comunali del 25 e il 26 maggio dopo il decennio di Luigi Brugnaro, strenuo difensore di Venezi, il centrodestra che schiera l’assessore uscente Simone Venturini rischia di perdere. Stando a rilevazioni riservate e visionate da Fratelli d’Italia, il caso Venezi poteva costare 4-5 punti percentuali. Un lusso che non ci si poteva permettere. E poi, come ha ricordato Mollicone, «alcuni referenti dell’orchestra, non è certo un segreto, hanno legami con chi si candiderà alle prossime elezioni comunali di Venezia. Sono vicini a liste e comitati di centrosinistra»…

Cipriani, i presunti legami con Nordio e l’affaire Minetti
Se Pietrangelo Buttafuoco inaugurerà la Biennale senza il ministro Alessandro Giuli dopo la rottura sul padiglione della Russia, Venezia resta al centro della cronaca, sebbene in modo indiretto, anche per l’ultima grana del governo Meloni: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Dopo la richiesta da parte del Quirinale di ulteriori verifiche al ministero della Giustizia e alla Procura di Milano, dalle parti di Via Arenula c’è chi punta il dito contro Giusi Bartolozzi, l’ex zarina “dimissionata”, che avrebbe gestito il dossier. Ma c’è anche chi ricorda i (presunti) rapporti di amicizia tra il Guardasigilli Carlo Nordio, che in Laguna fu procuratore aggiunto, e la famiglia Cipriani, legata al celebre Harry’s Bar aperto nel 1931 da Giuseppe Cipriani a due passi da Piazza San Marco. Erede della dinastia è un altro Giuseppe Cipriani, 60 anni, compagno dell’ex igienista dentale del Cav ed ex consigliera regionale in Lombardia…

Festa all’Ucid con Abodi
Il cardinale Giovanni Battista Re, classe 1934, alla fine non ha partecipato alla cena sociale dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid) Lazio, organizzata da Riccardo Pedrizzi, preferendo una cena casalinga. Grande protagonista dell’evento è stato il ministro dello Sport, Andrea Abodi, tempestato di domande su chi governerà il calcio italiano, ben sapendo che Giancarlo Abete è sempre stato ai vertici proprio dell’Ucid, il gotha del potere (quasi totalmente romano) legato al Vaticano e ai suoi molteplici interessi. Abete è il “concorrente” di Giovanni Malagò nella corsa alla conquista della poltrona che è stata di Gabriele Gravina. Tra l’altro, e pochi lo ricordano, Abodi è stato presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B. Comunque, se non c’è stato Re, era presente l’avvocato Giorgio Assumma, anche lui classe 1934, «che senz’altro è più potente del nostro amico cardinale», spifferavano i maligni nella sala dell’Eur.

Giavazzi torna a Roma. E Tremonti parla con Fratoianni
Francesco Giavazzi torna a farsi vedere a Roma. Tanto che davanti a Palazzo Chigi si sente dire che «appena un governo scricchiola, subito arrivano nella Capitale i cosiddetti tecnici». Pronti a rientrare nell’edificio simbolo del potere (o di quel che ne rimane): Giavazzi, ai tempi di Mario Draghi “regnante”, entrava e usciva dalla Presidenza del Consiglio a velocità supersonica, impegnatissimo con i dossier delle nomine delle società statali. Nella mattina di martedì, al Senato, nella sala Nassiryia, si tiene l’incontro intitolato “Tornare a crescere. Oltre l’Italia dello zero virgola”, con il docente milanese Marco Leonardi autore del volume Il prezzo nascosto, Giavazzi, i parlamentari del Partito Democratico Lia Quartapelle e Giorgio Gori. Poi, nel pomeriggio, altro evento imperdibile: in piazza della Minerva, alla Biblioteca del Senato dedicata a Giovanni Spadolini, nella sala degli Atti Parlamentari, va in scena la presentazione del libro Libercomunismo di Emiliano Brancaccio, con Peppe De Cristofaro capogruppo al Senato di Avs, Giulio Tremonti, presidente commissione Esteri della Camera e Nicola Fratoianni. Davvero curioso, come incontro per parlare di economia. Tanto che qualcuno si domanda: «Non è che pure Giulio Tremonti sta facendo un pensierino per un mandato presidenziale, un domani, sul Colle?».

A Di Foggia è andata male. In passato, invece…
«A Giuseppina Di Foggia con Terna è andata male, la buonuscita da 7,3 milioni di euro è svanita… In passato invece c’è chi si ha incassato», sibila un vecchio agente di Borsa davanti a un gin tonic. E continua: «Senza bisogno di andare troppo in là con gli anni, per esempio con il caso di Biagio Agnes alla Stet, pensionato a 55 anni, tra i tanti che mi vengono in mente, nel settembre 2022 ci fu un caso che andò liscio come l’olio, altro che Di Foggia». Qual era? «Mentre i giornali erano concentrati sulla vittoria di Giorgia Meloni, Giuseppe Gola lasciava l’incarico di ad di Acea per fare spazio a Fabrizio Palermo. La nota ufficiale parlava di uno “scioglimento consensuale” del rapporto di lavoro “in essere con l’ingegner Gola”, riconoscendogli oltre al Tfr un importo lordo di 2,46 milioni di euro “a titolo di incentivazione all’esodo e di transazione generale e novativa”. Senza dimenticare l’importo relativo al Mbo 2022 pari a 172.500 euro e quelli di Lti 2021 e 2022, pari alla somma lorda di 153.333 euro. Che da maggio 2020 a settembre 2022 pare davvero un ottimo affare. E a naso possiamo dire che Terna vale tre volte tanto, e a Di Foggia quindi è andata davvero male». Che poi Gola ovviamente ha conquistato un’altra splendida poltrona, quella di ad di Open Fiber. Qual è la morale della storia? Che un manager che vuole incassare cifre cospicue deve puntare a uno “scioglimento consensuale” senza attendere la fine del mandato e poi aspettare qualche mese in pieno relax prima di tornare a lavorare. Si sa, la fretta genera errori…

Melania «vedova in attesa», Jimmy Kimmel replica alle accuse dei Trump
«Sono d’accordo sul fatto che la retorica d’odio e violenta sia qualcosa da rifiutare, e penso che un bel modo di iniziare ad abbassare i toni sarebbe avviare una conversazione a riguardo con suo marito». Così Jimmy Kimmel, durante il suo talk show in onda su ABC, ha replicato a Melania Trump che l’aveva attaccato per averla definita «vedova in attesa» in un discorso-parodia, tre giorni prima del fallito attentato durante la cena dei giornalisti all’hotel Hilton di Washington.

La battuta su Melania Trump nel discorso-parodia
La battuta sulla «vedova in attesa» faceva parte di una parodia del discorso che, per tradizione, viene fatto da un comico alla cena di gala e in cui solitamente vengono presi ironicamente di mira i presenti, compreso il presidente degli Stati Uniti. Per non urtare la sensibilità di Trump, tornato a partecipare dopo 11 anni all’evento, il discorso era stato cancellato. E così Kimmel ne aveva realizzato una parodia, in cui diceva: «La nostra first lady, Melania, è qui. Guardate Melania, così bella, signora Trump, avete un bagliore come una vedova in attesa».
Jimmy Kimmel: "Our First Lady is here. Mrs. Trump… you have a glow like an expectant widow." pic.twitter.com/LdloPzMyXr
— Breaking911 (@Breaking911) April 26, 2026

La first lady aveva auspicato il licenziamento di Kimmel
Dopo gli spari all’Hilton, Melania Trump aveva “ripescato” la battuta, definendo il conduttore «codardo» su X: «La retorica violenta e piena d’odio di Kimmel è pensata per dividere il nostro Paese. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comicità: le sue parole sono corrosive e approfondiscono la malattia politica che affligge l’America». Scrivendo poi «quando è troppo è troppo», la moglie del presidente Usa aveva poi chiesto a ABC di rimuovere Kimmel.
Kimmel’s hateful and violent rhetoric is intended to divide our country. His monologue about my family isn’t comedy- his words are corrosive and deepens the political sickness within America.
— First Lady Melania Trump (@FLOTUS) April 27, 2026
People like Kimmel shouldn’t have the opportunity to enter our homes each evening to…
«Kimmel dovrebbe essere licenziato immediatamente da Disney e ABC», aveva scritto da parte sua Donald Trump su Truth. Successivamente la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva definito «disgustose» le parole del comico e conduttore.
Kimmel ha parlato di «sensazione di deja vu»
«Mi dispiace che lei e il presidente e tutti quelli che erano in quella sala sabato avete dovuto affrontare quella esperienza, anche se nessuno è stato ucciso non vuol dire che non sia stato traumatico e dobbiamo essere uniti, ma volete farci credere che una battuta che ho fatto tre giorni prima abbia avuto un qualche effetto su quello che è successo?», ha replicato Kimmel, sottolineando che quanto detto «non era in nessun modo un’incitazione all’assassinio e loro lo sanno». Quanto alle richieste di un suo siluramento da parte di ABC, Kimmel ha affermato di avere una «sensazione di deja vu»: il suo show era stato infatti lo scorso autunno dopo alcune battute sull’assassinio di Charlie Kirk.
Precompilata al via, 730 disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate dal 30 aprile
Dal pomeriggio di giovedì 30 aprile 2026, sul sito dell’Agenzia delle entrate, saranno disponibili in modalità consultazione le dichiarazioni 730 già predisposte con i dati in possesso del Fisco o inviati dagli enti esterni, come datori di lavoro, farmacie e banche. In totale, sono più di 1 miliardo e 300 milioni le informazioni trasmesse per le precompilate 2026. L’invio del 730 ed eventuali modifiche saranno possibili dal prossimo 14 maggio fino al 30 settembre.
Come consultare la propria dichiarazione
Per visualizzare e scaricare la dichiarazione occorre accedere alla propria area riservata tramite Spid, Cie o Cns. Il contribuente che possiede i requisiti per presentare il modello 730 potrà decidere se consultare la dichiarazione in modalità semplificata o ordinaria. Scegliendo la modalità semplificata, l’utente avrà a disposizione un’interfaccia intuitiva e facilmente navigabile, in cui sono presenti i dati da confermare o modificare: “casa e altre proprietà”, “famiglia”, “lavoro”, “altri redditi”, “spese sostenute”. Una volta confermate o aggiornate le informazioni fiscali, queste verranno automaticamente riportate all’interno del modello dichiarativo.
I dubbi di Vance sulla gestione del Pentagono da parte di Hegseth
In colloqui privati con Donald Trump e non solo, JD Vance ha espresso forte preoccupazione per il modo in cui il Dipartimento della Difesa guidato da Pete Hegseth sta gestendo il conflitto in Medio Oriente. Lo scrive The Atlantic in un articolo intitolato “Il Pentagono potrebbe non star dicendo a Trump tutto quello che c’è da sapere sulla guerra”, citando fonti vicine all’Amministrazione Usa. Vance, in particolare, avrebbe messo in discussione le smentite di Hegseth e del generale Dan Caine (presidente del Joint Chiefs of Staff) sull’esaurimento delle scorte missilistiche statunitensi e anche i loro resoconti sui danni subiti dalle forze iraniane.

Hegseth sembre sempre dire ciò che Trump vuole sentire
Alcuni dei più stretti collaboratori di Vance, scrive The Atlantic, ritengono che i resoconti di guerra eccessivamente ottimistici di Hegseth e il suo approccio a tratti combattivo con la stampa sembrano studiati per dire a Trump ciò che vuole sentirsi dire. Solo per fare un esempio, secondo fonti di intelligence la Repubblica Islamica conserva ancora due terzi della sua aviazione e la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico, mentre Hegseth ha esplicitamente parlato di «completo controllo dei cieli» iraniani. Inoltre il capo del Pentagono tiene spesso conferenze stampa alle 8 del mattino, molto presto, quando però è risaputo che Trump guarda Fox News. «La sua esperienza televisiva lo ha reso davvero abile nel sapere come parlare con Trump, come pensa Trump», ha detto a The Atlantic un ex funzionario dell’attuale Amministrazione Usa. Prima di diventare segretario alla Difesa, Hegseth è stato conduttore di Fox News per otto anni.

Vance in pubblico continua a elogiare l’operato di Hegseth
Da qui la preoccupazione del vicepresidente Usa – scettico fin dall’inizio sull’opportunità di attaccare l’Iran – che per evitare creare divisioni nel gabinetto di guerra di Trump ha preferito non accusare esplicitamente Hegseth (elogiato in pubblico) o Caine di aver ingannato il capo della Casa Bianca. Intervistato dal Daily Beast, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha già smentito l’esistenza di contrasti interni, sottolineando che Hegseth e Vance «hanno un rapporto di lavoro eccellente, basato su un profondo rispetto reciproco e allineamento».
Il malcontento cresce anche tra i senatori repubblicani
Vance, peraltro, non sarebbe affatto solo nel suo crescente scetticismo nei confronti dell’operato del segretario alla Difesa. Vari senatori repubblicani hanno infatti confidato a The Hill che, se si votasse oggi, non confermerebbero Hegseth – già nel mirino dei democratici della Camera – a capo del Pentagono. Un esponente del Grand Old Party, esprimendo malcontento per le purghe che hanno investito i vertici delle forze armate americane, ha detto che da tempo all’interno del gruppo repubblicano al Senato ci sono perplessità riguardanti l’inesperienza di Hegseth, ritenuto inoltre eccessivamente arrogante.
KITSCH O CAFONE
Alberto Cuomo
Il termine “cafone” viene di solito riferito a chi proviene dalla periferia agricola. Infatti l’interpretazione diffusa vuole l’epiteto, “cafone” traduca in lingua una locuzione dialettale del napoletano: cu a’ fune, ovvero con la fune. In tale spiegazione la fune, secondo quanto è esposto anche in Wikipedia, sarebbe quella che, già dal 1400, gli abitanti dei villaggi di Terra di Lavoro o del basso Lazio arrotolavano intorno alla spalla giungendo a Napoli, per acquistare nelle fiere il bestiame. O anche, in un’altra versione, quella dei facchini chiamati dai signori della nobiltà napoletana per caricare e scaricare i mobili nei traslochi. O, infine, quella con cui si legavano, per non disperdersi tra la folla del mercato cittadino dove erano andati a fare acquisti, i membri di una famiglia proveniente dalla campagna. E del resto, Raffaele Cutolo, l’autore dei versi della canzone “dove sta zazà”, del 1943, che narra di una ragazza sparita “mmiez a tanta gente” era nato dalle parti di piazza Carità a Napoli dove si svolgeva una fiera commerciale con bancarelle, brulicante di “cafune e’ fore”, cafoni di fuori, e chi sa si sia ispirato a un episodio accaduto veramente. L’accademia della Crusca non ritiene giusto però il chiarimento sull’espressione dialettale dal momento “cafone” è un termine antico mentre la lettera a’ per dire l’articolo “la” è stata adottata abbastanza di recente. Più convincente per gli accademici appare la versione del glottologo Carlo Salvioni, risalente un secolo fa, secondo cui il termine cafone deriva dal latino cavare che significa scavare, rivoltare la terra, con l’aggiunta del suffisso -one (che indica abitudine o eccesso nel fare l’azione espressa dal verbo, come in chiacchierone, imbroglione, mangione, sgobbone) sì che il cafone è colui che scava, che zappa la terra, ovvero il contadino. In questo senso il dire, in passato, a uno “cafone” non aveva un senso offensivo sebbene il termine rilevasse, nel suffisso una disposizione all’esagerazione. Ma, oltre il significato legato all’etimo, e quindi oltre l’indicazione di un tipo sociale, il contadino, la sua rusticità, la grossolanità che gli si attribuiva, cosa individua più in generale il termine “cafone”? Nel 1968 Gillo Dorfles provò a spiegare cosa sia cafone utilizzando un termine tedesco sostitutivo, kitsch, il cui etimo ha a che fare con il fango, pertanto ancora con la terra. Se “cafone” rinvia però al lavoro agricolo, per Dorfles il Kitsch è proprio alla società industriale nel senso che è kitsch la riproduzione tecnica di oggetti singolari, di alto valore economico e culturale, rivolta al consumo di massa. Ne è esempio l’immagine della Gioconda che, raffigurata su un grembiule da cucina, fa dell’arte un accessorio per servizi domestici. Pertanto il kitsch, e pure il cafone, consiste nel cattivo gusto, nel fingere cioè di mostrare l’autenticità di qualcosa onde gratificare le persone che ne fruiscono, convinte di partecipare ad una elevata esperienza estetica senza nessuno sforzo interpretativo. Puntando su effetti superficiali, in breve, può dirsi che le sue caratteristiche sono nell’uso di decorazioni sproporzionate, di colori sgargianti, nell’imitazione scadente di oggetti nobili, nell’assenza di originalità e di autenticità o, anche, nello sfoggio eccessivo di oggetti pure autentici ma messi in bella mostra per fare colpo. Vale a dire, ad esempio, che è cafone non solo indossare orologi falsi, abiti o accessori che imitano quelli griffati, gioielli che vogliono sembrare d’oro essendo solo placcati o, peggio ancora in lega simil-oro quanto anche esibire in maniera sfarzosa griffe e gioielli pure veri e però, in una ostentazione tale da essere pacchiani. In questo senso la nostra città, Salerno, che ha tentato, al fine di dirsi “europea”, di imitare nell’architettura le grandi città come Parigi, Londra, New York, chiamando per la progettazione cosiddetti archistar, è già in questo, rivolta a gratificare il popolino fingendo di farlo vivere in un luogo di rilievo internazionale, cafona. L’illusione dei salernitani di ritrovarsi, nella piazza più grande del mondo che di fatto è un solaio, è pari a quella della signora cafona che indossa collane di finte perle o di falso oro. E del resto non sono i molti cafoni della domenica o i falsi turisti delle crociere a frequentare la falsa piazza? L’inautenticità a Salerno è tale da potersi dire sia ormai tutta la città ad essere zotica. Zotica negli edifici alti che spuntano in ogni dove e che vorrebbero essere grattacieli essendo rispetto a quelli veri solo nani. Zotica nei materiali e dei colori che i nuovi edifici salernitani, progettati da tecnici incolti, ostentano ad imitazione dei nuovi palazzi milanesi. Zotica al supermercato “Le cotoniere” dove si mostra un patchwork di rivestimenti in una sorta di catalogo di un falso lusso edilizio. Zotica nei tanti palazzi residenziali all’Arechi, lungo l’Irno, sulla collina si Giovi, o di fronte all’Arbostella, con sbalzi curvilinei inutili o falsi brise-soleil che, invece di infrangere il sole, tentano di determinare un nuovo involucro che nascondi la loro bruttura, in fondo alla maniera del crescent che, per occultare la sua mole eccessiva, ha utilizzato finte colonne doriche prefabbricate. Né i nuovi progetti esaltati da De Luca in campagna elettorale sfuggiranno, per quanto è dato sapere alla volgarità cafona, come è per il previsto collegamento “monumentale”, con nuovo cemento naturalmente, tra porta Ovest e la cosiddetta piazza della libertà o per il rivestimento in ceramica dei piloni del viadotto ci si offre di fatto un occultamento. “A Kitsch non si sfugge” diceva Dorfles.
L’articolo KITSCH O CAFONE proviene da Le Cronache.
Credito Lombardo Veneto, Fumagalli nuovo presidente, Gesa confermato ad
L’assemblea degli azionisti di Credito Lombardo Veneto ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione, in carica per il prossimo triennio. Marco Maria Fumagalli è stato nominato presidente, Aldo Bonomi e Carlo Jannone vice Presidenti. Confermate le deleghe in capo all’amministratore delegato Paolo Gesa, a cui è affidata la guida operativa del piano di rilancio. Il rinnovo degli organi sociali si inserisce nel percorso di marcata discontinuità avviato nella seconda parte del 2025, che ha visto il rafforzamento patrimoniale della banca, con il completamento dell’aumento di capitale da 20 milioni di euro lo scorso dicembre, l’ingresso nel capitale di investitori istituzionali ed industriali – tra i quali Banco di Desio e della Brianza e First Capital- e l’approvazione del Piano Industriale 2026-2029.
L’Istat risponde alle critiche del governo sulla verifica dei conti
Nella seconda giornata di audizioni sul Documento di Finanza Pubblica, presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli ha replicato ai recenti attacchi di Giorgia Meloni sulla verifica dei conti, sottolineando il ruolo «autonomo e indipendente» dell’istituto, che «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei».

La spiegazione di Chelli
La verifica dei Conti di finanza pubblica, ha spiegato Chelli in audizione alla Camera, viene effettuata con cadenza semestrale (entro il primo aprile e il primo ottobre di ogni anno) «sotto il coordinamento tecnico di Eurostat». In questo contesto l’Istat, «pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti», svolge anche «una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica», come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, «assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali».
Cosa aveva detto Meloni
Meloni se l’era presa con l’Istat sulla questione della mancata uscita dalla procedura di infrazione, affermando che non avrebbe calcolato le risorse recuperate dalle frodi Superbonus. La premier, in particolare, sui social aveva definito «una beffa per l’Italia e per gli italiani» la misurazione del Pil che ha portato l’istituto (e l’Eurostat) a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1 per cento, quindi in procedura d’infrazione: «Da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».
Decreto lavoro in Cdm, dal salario giusto allo Spid per i rider: cosa prevede
In Consiglio dei ministri è atteso il decreto lavoro, un provvedimento che punta al salario giusto legando gli incentivi a chi lo applica. Per la sua individuazione si fa riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, rispetto al quale anche gli altri accordi non possono essere inferiori. La bozza prevede, tra gli altri interventi, la proroga fino a fine anno dei bonus (in scadenza il 30 aprile) per le assunzioni dei giovani under 35, di donne lavoratrici svantaggiate e nell’area Zes. Un’altra novità riguarda i rider e il rafforzamento delle loro tutele. L’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie), Carta nazionale dei servizi (Cns) oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma con un sistema di autentificazione a più fattori. La piattaforma non può rilasciare più di un account per ogni codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. Infine nel testo c’è, in via sperimentale, la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare.
Grazia a Minetti: il Ministero della Giustizia conferma la regolarità della procedura, lei annuncia querele
«Nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura». È quanto precisato dal Ministero della Giustizia in relazione alla grazia concessa a Nicole Minetti, su cui il Quirinale ha chiesto approfondimenti dopo alcuni dubbi sollevati sulla regolarità dell’adozione di un minore uruguaiano con gravi problemi di salute, al centro dell’istanza di clemenza. «Alla domanda dell’atto di clemenza proposta dall’interessata alla presidenza della Repubblica ha fatto seguito l’istruttoria di rito, in esito alla quale il procuratore generale di Milano ha espresso parere favorevole», si legge nella nota di Via Arenula. «Ad esso hanno fatto seguito, in assenza di elementi di connotazione negativa a carico della Minetti, analogo parere della competente Direzione del ministero della Giustizia e il conseguente parere favorevole espresso dal ministro e trasmesso alla Presidenza».
Restano le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Poche ore dopo la richiesta del Colle, il Ministero della Giustizia ha dunque confermato che la procedura che ha portato al provvedimento di clemenza per motivi umanitari è stata seguita in maniera corretta. Ma sono diverse le ombre calate sull’adozione – da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani – del bambino uruguaiano. Sotto la lente d’ingrandimento c’è la condizione famigliare del piccolo: i genitori erano sì indigenti, ma non lo avrebbero abbandonato. Inoltre, a causa di una seria patologia, il minore nel 2021 sarebbe stato portato a Boston per un intervento chirurgico, contro il parere dei medici di due ospedali italiani. Ma all’epoca la coppia non avrebbe avuto la patria podestà sul bimbo. Inoltre l’operazione non è stata risolutiva, tanto che ad aprile del 2025 sarebbero emersi rischi di recidiva e complicazioni. La madre del bambino, inoltre, da qualche mese è scomparsa nel nulla. E poi il compagno di Minetti, erede della dinastia dell’Harry’s Bar, compare negli Epstein Files.
La procedura è stata regolare: ma Minetti ha detto la verità?
Almeno dal punto di vista procedurale, in Italia risulta tutto in regola. C’è da capire, come chiede il Quirinale, se gli elementi presentati da Minetti nella domanda di grazia sono veritieri. In tal caso il provvedimento di clemenza potrebbe essere sospeso o revocato. La Procura generale della Corte d’appello di Milano – dopo il via libera del Ministero della Giustizia – ha avviato accertamenti in Uruguay e Stati Uniti. «La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha detti all’Ansa il sostituto procuratore Gaetano Brusa, che all’epoca della richiesta si è occupato degli accertamenti.
Minetti annuncia querele, il Pd incalza Meloni su Nordio
Da parte sua Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato nei processi Ruby ter e Rimborsopoli (da scontare ai servizi sociali), ha dichiarato: «Le informazioni diffuse sono prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare», annunciando poi querele. Intanto, le opposizioni hanno colto la palla al balzo. «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far fare un passo indietro al ministro Carlo Nordio? Non c’è più tempo da perdere: la sua permanenza al Ministero della Giustizia si sta rivelando estremamente dannosa e il dicastero appare privo di guida e controllo», ha detto la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani.
Trump scettico sulla proposta iraniana per riaprire Hormuz e rinviare il nucleare
Donald Trump e i suoi consiglieri alla sicurezza nazionale sono scettici sull’offerta dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e sospendere le trattative sul nucleare. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti. La Casa Bianca continuerà a negoziare con Teheran e probabilmente presenterà la sua risposta e le sue controproposte nei prossimi giorni. Anche se l’offerta iraniana non è stata respinta categoricamente, Trump e i suoi consiglieri sono dubbiosi sull’azione in buona fede dell’Iran e sull’intenzione di Teheran di mettere fine all’arricchimento dell’uranio e impegnarsi a non sviluppare l’arma nucleare.
Usa: «Accordo solo se impediamo all’Iran di dotarsi di armi nucleari»
La proposta iraniana, affidata ai mediatori pachistani, riaprirebbe il transito al petrolio e ai fertilizzanti facendo rifiatare i mercati internazionali, ma priverebbe Trump di una leva importante nei futuri colloqui per la rimozione delle scorte di uranio arricchito iraniano e la sospensione dell’arricchimento, due obiettivi di guerra primari per il lui. «Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e raggiungeranno solo un accordo che metta al primo posto il popolo americano, impedendo all’Iran di dotarsi di armi nucleari», ha ribadito ad Axios la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales.
Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Giù il sipario, mes amies. Dopo mesi di tenuta davanti alla veemente protesta degli orchestrali, il governo ha ‘mollato’ Beatrice Venezi. Palazzo Chigi smentisce qualsiasi coinvolgimento di Giorgia Meloni nella faccenda, ma è innegabile che con il siluramento svanisce il sogno della premier di aver favorito l’arrivo della prima donna direttrice d’orchestra in un teatro importante come La Fenice di Venezia. Il sovrintendente che aveva nominato Venezi, Nicola Colabianchi, ha ceduto dopo l’intervista a La Nación in cui la direttrice accusava i lavoratori del teatro lirico di nepotismo, provincialismo e pigrizia culturale. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si è detto d’accordo con Colabianchi.

Il caso Di Foggia
Qualche giorno prima, un’altra donna ritenuta vicino a Giorgia e Arianna Meloni, l’ex ad di Terna, Giuseppina Di Foggia, aveva dovuto rinunciare alla buonuscita milionaria per poter accedere alla presidenza dell’Eni, in quota FdI. Il via libera è arrivato dopo giorni segnati da una durissima presa di posizione del ministero dell’Economia e una evidente irritazione fatta trapelare da Palazzo Chigi nei confronti della dirigente da loro stessi indicata.

Ma se si scorre indietro il calendario, dalle parti del governo è stato un dietrofront su tutto. Quantomeno dal giorno del video post-voto in cui Meloni riconosceva la sconfitta al referendum, sullo sfondo una siepe e in sottofondo il canto degli uccellini (in Rete lo hanno paragonato al disastro comunicativo post-Pandorogate di Chiara Ferragni).
Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè
La débâcle del Sì sembra aver innescato, nel partito della premier, un meccanismo subdolo, una sorta di coazione a ripetere che porta alla graduale distruzione di tutto quello che è stato costruito in tre anni e mezzo. Si è iniziato il 25 marzo, due giorni dopo il canto degli uccellini, con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi fino a quel momento difesi. E poi è stata la volta di Daniela Santanchè, blindata per anni. Un tentativo di risalire nei consensi? Sicuramente due cesure nette, che hanno lasciato crepe all’interno del partito. Meloni si è presa del tempo, poi ha acconsentito a intervenire in Aula sul referendum, come le opposizioni chiedevano.

Il gelo con Israele e Trump seguito dall’abbraccio a Macron
Nel frattempo la guerra in Iran si è allargata al Libano e la premier ha deciso di sospendere il rinnovo del memorandum d’intesa sulla Difesa con Israele. Non solo, aveva anche fatto sapere di aver negato l’atterraggio nella base di Sigonella a due bombardieri degli Stati Uniti, Paese impegnato in una guerra troppo impopolare nel nostro Paese. Il climax è arrivato con la (tardiva) presa di posizione contro Donald Trump dopo le parole «inaccettabili» del capo della Casa Bianca contro Papa Leone XIV. Ed è stato allora che è convenuto alla premier correre dai Volenterosi, a Parigi, per partecipare a un incontro di una formazione fino ad allora ‘snobbata’, mostrando un afflato inedito nei confronti di Emmanuel Macron.
Anche il rapporto costruito con Bruxelles rischia di incrinarsi
Insomma, sembra di essere in una di quelle soap in cui non c’è mai una fine e la narrazione riparte rimescolando trame, amori e personaggi, che appaiono brevemente, poi a un certo punto scompaiono, senza grosse spiegazioni. Con la vittoria del No alla riforma Nordio, tutta la struttura che la maggioranza aveva delicatamente costruito in tre anni e mezzo appare improvvisamente in bilico. Meloni, ancorata al suo tavolo con vista su piazza Colonna, sembra così impegnata in una partita di sciangai: toglie i bastoncini uno a uno, cercando di non urtare quelli che restano. Anche il lavoro di costruzione del rapporto con la commissione di Ursula von der Leyen rischia di essere un bastoncino da estrarre dopo la conferma dello sforamento del 3 per cento del rapporto deficit/Pil e le urgenze economiche imposte dalle due guerre in corso che probabilmente costringeranno il governo a uno scostamento di bilancio. Così come le dichiarazioni di apertura al gas russo dell’ad di Eni, Claudio Descalzi, appena riconfermato dal governo, possono minare la stabilità di un altro bastoncino importante, quello della collocazione al fianco dell’Ucraina.

De profundis per le riforme
E a proposito di Eni, dove è finito il piano Mattei, centrale nella prima parte della legislatura? Se ne parla più che altro per la diffida del nipote di Enrico Mattei a utilizzare il nome dello zio. Bastoncino caduto su un lato. Per non parlare delle riforme. Autonomia a parte, che non è mai entrata nel cuore della leader di FdI, chi crede ancora che la maggioranza avrà la forza di approvare quella sul premierato, un tempo definita da Meloni «madre di tutte le riforme»? La mancanza di visione strategica è così evidente che anche una riforma introdotta poco prima del referendum sulla giustizia, come quella della legge elettorale, è ormai considerata su un binario morto da moltissimi rappresentanti della maggioranza.

Non restano che i centri in Albania
Spariti pure i ‘Puma’ dell’esercito a presidio delle stazioni ferroviarie, restano solo i centri in Albania. Dove alcuni big di FdI sono voluti andare in visita nei giorni scorsi. «Il Cpr di Gjader è pieno e funzionante», hanno fatto sapere, tra gli altri, i due capigruppo di Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan. «All’interno della struttura sono già transitate 536 persone, con profili di elevata pericolosità, alcune già rimpatriate», hanno precisato. Ecco, 536. Peccato che avrebbero dovuto essere 36 mila l’anno.

Editoria: È disponibile Kryzys Robotowy – La crisi dei robot, vincitore del Premio Odissea
Premiato ufficialmente sabato 25 ai Delos Days, il volume è ora ufficialmente in vendita in ebook e stampa
Si intitola Kryzys Robotowy – La crisi dei robot, ed è il romanzo di Alessandro Massasso vincitore del Premio Odissea 2026. Una storia ambientata al confine tra la Polonia e la Bielorussa (ecco spiegato il titolo) con un solido impianto da thriller ma temi decisamente sociali ed estremamente attuali. Premiato e presentato in anteprima sabato 25 aprile, con la presenza dell'autore, esce oggi ufficialmente sia in ebook che in versione cartacea (136 pagine, 14 euro). Kryzys Robotowy - La crisi dei robotdi Alessandro MassassoNon è una rivolta delle... - Leggi l'articolo
Editoria: 666 Racconti del terrore, il nuovo “libro-evento” Delos Digital
Presentato ai Delos Days, il volume è basato su un'idea pazzesca: raccogliere 666 racconti di 666 caratteri l'uno, di 666 autori diversi. Ora l'idea è diventata realtà.
È stato presentato ai Delos Days, sabato 25 aprile, il nuovo libro-evento di Delos Digital. Un'operazione nella linea delle precedenti antologie “365 racconti” ma ancora più complicata: i racconti questa volta sono 666, e con la regola di non poter essere più lunghi di 666 battute. Immaginate le difficoltà a organizzare un'operazione del genere: eppure Delos, in particolare le tre persone che l'hanno curata, ovvero Paolo Di Orazio, Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza, ci sono riuscite. Coperte da un drappo nero, tenute nascoste fino all'ora... - Leggi l'articolo
Televisione: Gen V: lo spin-off di The Boys è stato cancellato dopo due stagioni
I giovani super della Godolkin University torneranno nell'ultima stagione di The Boys e – forse – nelle altre serie del franchise
Quest'anno la scuola finisce in anticipo per i supereroi, e finisce per sempre. A sorpresa, nel bel mezzo della pubblicazione degli episodi della quinta e ultima stagione di The Boys (su Prime Video), lo spin-off dedicato alla nuova generazione di aspiranti super Gen V è stata cancellata da Amazon. Ma quello che sembra un addio per le e gli studenti della Godolkin University, è in realtà un arrivederci e i produttori della serie, Eric Kripke e Evan Goldberg hanno rassicurato il pubblico che Anche se avremmo voluto poter continuare la festa per un'altra... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Televisione - 28 aprile 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
E al terzo giorno la pazienza finì. Dopo tre giorni di paginate del Fatto quotidiano che hanno messo in dubbio la ritrovata onestà e la ritrovata purezza adamantina di Nicole Minetti, Sergio Mattarella ha chiesto al ministero della Giustizia di verificare chi avesse ragione: il quotidiano di Marco Travaglio che dipinge come recidiva l’ex igienista dentale cara al Cavaliere o la Procura di Milano per la quale l’ex consigliera regionale di Forza Italia è redenta. Di mezzo c’è la grazia concessa dal capo dello Stato a Minetti, su richiesta di Procura di Milano e del ministero della Giustizia. E soprattutto c’è un tourbillon di proteste social che hanno accolto la notizia (tenuta riservata dal Quirinale perché di mezzo c’è un minore, figlio adottivo della Minetti e del suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani) della clemenza che cancella i tre anni e 11 mesi di pena per una delle protagoniste delle cosiddette cene eleganti. Una benevolenza che molti non avevano mandato giù, soprattutto a sinistra.

L’inedita richiesta di verifica del Colle al Guardasigilli
Fino alla shitstorm, il Presidente aveva tenuto duro: il minore adottato da Minetti è malato e davanti alla vicenda umana il muro del Colle era rimasto in piedi. Poi l’inchiesta del Fatto. Troppi i dubbi sulla condotta di Minetti, a maggior ragione visto che c’è in ballo il futuro di un bambino di nove anni. E allora ecco l’inedita richiesta di verifica al ministro Nordio, che a sua volta ha chiesto ulteriori verifiche alla Procura di Milano (che ha istruito la pratica) e via via giù per li rami all’ambasciata italiana in Uruguay, dove Minetti avrebbe interessi e dove avrebbe adottato il figlio.

Il Quirinale non ha un team investigativo e deve fidarsi delle carte
A molti è venuto in mente il film La grazia di Paolo Sorrentino, che racconta proprio della genesi di un atto di clemenza di un Presidente della Repubblica preso dalla fantasia. In quel caso il Presidente fa visita al condannato che chiede la grazia. In realtà l’iter non prevede nulla di tutto ciò: la grazia viene chiesta da un avvocato, su istanza del condannato o dei suoi familiari, il caso viene verificato in modo approfondito dalla Procura che gira il fascicolo al ministero e da qui il caso viene sottoposto al Quirinale. Che non ha un suo team investigativo e deve quindi fidarsi delle carte che gli vengono inviate. Ora però al Colle i sospetti si sono concretizzati in una richiesta di nuove verifiche.

Il precedente della grazia revocata a Mesina
Se avesse ragione il Fatto, la grazia potrebbe venir revocata, il precedente c’è e riguarda il brigante sardo Graziano Mesina, graziato da Carlo Azeglio Ciampi e poi tornato a delinquere. Ma la consolazione che un precedente c’è già non basterà a Mattarella a farsi passare i pensieri di questi giorni. Perché l’iter della grazia si basa sulla fiducia in quello che scrivono Procura e ministero. Una fiducia che potrebbe essere stata mal riposta e che da sinistra considerano sia stata eccessiva.
Marotta come Moggi? Il parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
L’Inter come la Juventus, Beppe Marotta come Luciano Moggi. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, è un parallelo che ha senso fare con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?
L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva
Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter
Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»
La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on-field-review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.
— Quotidiano Bianconero (@QuotidianoBN) April 27, 2026
Notizia di ieri che sia indagato anche Nasca: è il Var della gomitata di Bastoni.
L'episodio in Inter-Verona di due anni fa. Con Nasca al Var c’era come assistente Rodolfo Di Vuolo convocato nei mesi scorsi in procura. pic.twitter.com/MDfGspWTVZ
Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».
Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano
Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria
L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.
Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali
Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.
- Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
- Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
- Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.
Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito
A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.
Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato
Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.
L' #ANSA racconta di possibile tensione tra il PM e i vertici dell'ufficio. Il capo del PM Ascione e' #MarcelloViola (noto tifoso interista).
— Quotidiano Bianconero (@QuotidianoBN) April 27, 2026
Il tema sembra essere la gestione dell'indagine.#rocchi #aia #inter pic.twitter.com/UQ5wy9SDPm
Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che gli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.
Scontro social tra Tozzi e Burioni sulla caccia
Botta e risposta sui social tra Mario Tozzi e Roberto Burioni sulla caccia. Tutto ha avuto inizio quando Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, ha condiviso una notizia del DailyMail riguardante la morte di un cacciatore statunitense milionario calpestato a morte da cinque elefanti mentre cacciava antilopi. «Purtroppo la caccia è questa m***a qui. Spiace sempre per una morte, ma i cacciatori non dicono sempre che è uno sport? Questo qui ha perso», ha scritto ripostando la news. Tra i tanti commenti non è passato inosservato quello di Burioni: «Scusa ma a ragionare così allora anche l’alpinismo sarebbe una m* perché ogni tanto qualcuno ci lascia la pelle. Premesso che della caccia non me ne frega niente, a me pare un atteggiamento più ideologico che science-based. Nulla di male, per carità, basta dirlo».
Burioni: «Gli animali me li mangio con gusto e senza rimorso»
Lo scambio di tweet è proseguito con Tozzi che ha osservato: «A Robe’ ma leggiti almeno Bekoff, De Waal e Safina, e magari pure Lorenz. Individui. Gli animali sono individui, ciascuno diverso dagli altri, ciascuno prodotto di cultura di specie. Proprio come noi. Te lo dico io: studia! Sempre con simpatia, eh». Quindi la controreplica di Burioni: «A Marie’, i fanatici che mescolano scienza e ideologia già ci hanno rovinato nel 1987 con il nucleare, da quella volta mi stanno antipatici anche se parlano di caccia. Sempre con simpatia, eh. PS: gli animali saranno individui, ma me li mangio con gusto e senza rimorso».
Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi
Sarà Dino Tommasi a prendere fino a fine stagione il posto di Gianluca Rocchi come designatore degli arbitri di Serie A e B, dopo lo scandalo che ha travolto l’Aia. La nomina è arrivata nel corso del Comitato Nazionale andato in scena nella giornata di lunedì 27 aprile. Ex arbitro originario di Bassano del Grappa (Vicenza), il 50enne Tommasi era uno dei cinque vice dello stesso Rocchi assieme a Maurizio Ciampi, Elenito Di Liberatore, Mauro Tonolini e Andrea Gervasoni, anch’egli indagato.

La carriera di Dino Tommasi
Tommasi non è stato un fischietto di primo piano, anche se ha comunque arbitrato 54 partite in Serie A tra il 2008 e il 2015. La sua carriera nelle serie professionistiche è iniziata nel 2003, con la promozione alla Commissione arbitri nazionale (Can) di Serie C: 52 le partite arbitrate in quattro stagioni, tra cui la finale playoff del 2007 tra Avellino e Foggia. A seguito della promozione alla Can A-B, il 15 marzo del 2008 ha debuttato in massima serie arbitrando Udinese-Lazio. Dal 2010, dopo la scissione della Can A e B, per tre anni ha fatto parte dell’organico degli arbitri designabili per la serie cadetta. In questo triennio la gara più importante diretta da Tommasi è stata la finale di ritorno dei playoff tra Livorno e Empoli nel 2013. Promosso in Serie A, ha chiuso poi la carriera il 18 maggio 2015 con un Fiorentina-Parma, venendo poi dismesso dalla Can per “motivate valutazioni tecniche“. Poco dopo è stato inserito nell’organico degli osservatori per la Can B. Dopo essere stato presidente del Comitato Regionale Veneto dal 2016 al 2020, Tommaso è diventato responsabile del Cai (Comitato arbitri interregionale).
Grazia a Nicole Minetti, perché il Quirinale ha chiesto approfondimenti al Ministero della Giustizia
Il Quirinale ha chiesto approfondimenti sui requisiti per la grazia concessa per motivi umanitari a Nicole Minetti «su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza». L’iniziativa del Colle arriva dopo alcune notizie pubblicate sui quotidiani dalle quali emergerebbero circostanze diverse da quelle descritte a Sergio Mattarella per sostenere la domanda di grazia a favore dell’ex consigliera regionale lombarda, condannata in via definitiva a 2 anni e 10 mesi per induzione alla prostituzione nel processo “Ruby bis” e a 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi, relativo al suo periodo in Regione, da scontare ai servizi sociali.
Il bambino adottato da Minetti non era stato abbandonato alla nascita
Il Procuratore generale di Milano e il ministro Carlo Nordio hanno motivato il parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova di Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore da lei adottato assieme al compagno Giuseppe Cipriani, sottoposto per una grave patologia a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. La vicenda ci porta inizialmente in Uruguay, Paese di origine del bambino, dove Cipriani ha molti interessi e la coppia ha vissuto per un certo periodo. Nell’istanza il minore, nato nel 2017, viene presentato come abbandonato alla nascita e senza legami familiari. In realtà sarebbe stato solo affidato temporaneamente all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay viste le condizioni dei genitori biologici: madre indigente e padre detenuto, certamente entrambi viventi e identificati, a tal punto che Minetti e Cipriani hanno intentato una causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”, risolta a loro favore nel 2023.
I dubbi sull’intervento negli Usa e la scomparsa della madre
L’istanza di grazia spiega poi che nel 2021 Minetti e Cipriani hanno portato il bambino negli Stati Uniti per un delicato intervento chirurgico. All’epoca, però, non avevano alcun diritto legale sul minore: come ha fatto quel bambino a lasciare l’Uruguay? Il piccolo, inoltre, secondo gli atti è stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova: eppure, il bambino non risulta tra i pazienti. Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si sono poi trasferiti in Italia. Le ombre sul caso non finiscono qui: La madre biologica, la 29enne María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. L’avvocata che la difendeva è invece morta carbonizzata in un incendio insieme al marito (e collega). Da via Arenula filtra che sono già in corso accertamenti con la procura generale della Corte di Appello di Milano, da cui è arrivato il parere favorevole alla grazia, non vincolante.
Putin ad Araghchi: «Faremo il possibile per la pace in Medio Oriente»
Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato a San Pietroburgo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Durante il colloquio, il leader del Cremlino ha detto che Mosca farà tutto il possibile, nell’interesse dell’Iran e degli altri Paesi della regione, «per portare la pace in Medio Oriente il più rapidamente possibile». Putin ha inoltre affermato di aver ricevuto la scorsa settimana un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei. «Vorrei chiederle di trasmetterle la mia sincera gratitudine e di confermare che la Russia, come l’Iran, intende proseguire le nostre relazioni strategiche», ha detto ad Araghchi, aggiungendo: «Naturalmente ci auguriamo vivamente che, confidando nel coraggio e nel desiderio di indipendenza, sotto la guida di un nuovo leader il popolo iraniano superi questo difficile periodo di prove e che arrivi la pace». Da parte sua, il ministro degli Esteri di Teheran ha evidenziato che i rapporti tra Russia e Iran rappresentano una partnership strategica e saranno rafforzati. L’incontro si è svolto nella Sala Petrovsky della Biblioteca presidenziale Boris Yeltsin. Per la delegazione russa hanno partecipato il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e il capo dell’Intelligence militare Igor Kostyukov. Oltre ad Araghchi, la delegazione iraniana comprendeva il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi e l’ambasciatore iraniano a Mosca Kazem Jalali.
Myung-Whun Chung nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala
Il cda del Teatro alla Scala di Milano ha autorizzato il sovrintendente Fortunato Ortombina a sottoscrivere il contratto del maestro Myung-Whun Chung in qualità di direttore musicale del Piermarini: l’incarico del maestro sudcoreano 73enne decorrerà dal termine del contratto di Riccardo Chailly, che si concluderà alla fine del 2026.
La carriera di Chung, nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala
Dopo aver iniziato la carriera come pianista, Chung ha completato gli studi musicali alla Juilliard School di New York per poi diventare nel 1978 assistente di Carlo Maria Giulini alla Los Angeles Philharmonic, di cui è stato anche direttore associato. Nel corso dei decenni è stato direttore musicale dell’orchestra della Saarländischer Rundfunk (1984-1990), direttore ospite principale del Teatro Comunale di Firenze (1987-1992), direttore musicale dell’Opéra Bastille di Parigi (1989-1994), direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma (1997-2005), dell’Orchestra Sinfonica KBS in Corea del Sud (1999), dell’Orchestre Philharmonique de Radio France (2000-2015). Da due decenni collabora costantemente con l’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia e con la Filarmonica della Scala di Milano, di cui dal 2023 è direttore emerito.

Esclusi i direttori musicali, è il maestro col maggior numero di presenze alla Scala
Come si legge in un comunicato della Scala, Chung «è stato una presenza costante dei cartelloni scaligeri a Milano e in tournée dal 1989, dirigendo nove titoli d’opera, per 84 rappresentazioni, e 141 concerti»: esclusi i direttori musicali, è il maestro con il maggior numero di presenze. Direttore verdiano di riferimento, si è distinto alla Scala per la vastità del repertorio, dirigendo inoltre la Filarmonica in numerose tournée in Italia e all’estero.
Libano: nuovi attacchi dell’Idf, scambio di accuse tra Hezbollah e il governo di Beirut
L’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi nella parte orientale del Libano, sia nella valle della Beqaa che nella zona vicino alla città di Nabi Chit, vicina al confine con la Siria; e sud del Paese dei cedri, ampliando la portata della sua campagna di bombardamenti durante un cessate il fuoco – appena prorogato per altre tre settimane – che non è riuscito a porre fine alle ostilità con Hezbollah. Tutto questo mentre si stanno facendo sempre più forti le tensioni tra l’organizzazione sciita e il governo di Beirut.

Qassem: «Continueremo la nostra resistenza»
Naïm Qassem, leader di Hezbollah, ha infatti puntato il dito contro il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver fatto precipitare il Paese in un «ciclo di instabilità» con i negoziati diretti con Israele: «Questi colloqui e il loro esito non esistono e non ci riguardano minimamente. Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti. Continueremo la nostra resistenza per difendere il Libano». Qassem, in una dichiarazione letta dall’emittente televisiva al-Manar, ha elencato inoltre cinque condizioni che devono essere soddisfatte prima di eventuali colloqui diretti: «Cessare l’aggressione via terra, mare e aria, il ritiro di Israele dai territori occupati, il rilascio dei prigionieri, il ritorno della popolazione in tutti i propri villaggi e città e la ricostruzione».

Aoun: «Quello che stiamo facendo non è tradimento»
Aoun, assicurando che respingerà qualsiasi «accordo umiliante» al termine dei colloqui con Tel Aviv, ha risposto così alle dichiarazioni del segretario generale di Hezbollah. «Coloro che ci hanno trascinato in guerra in Libano ora ci ritengono responsabili perché abbiamo preso la decisione di avviare i negoziati. Quello che stiamo facendo non è un tradimento. Piuttosto, il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per perseguire interessi stranieri», ha detto riferendosi a Hezbollah e ai suoi legami con l’Iran.
























Notizia di ieri che sia indagato anche Nasca: è il Var della gomitata di Bastoni.
(@OfficialTozzi)