Si intitolerà Spaceballs: The New One, ma il regista strizza l'occhio a una delle battute del film originale sulla possibilità di un sequel
Tra le novità annunciate alla CinemaCon di Las Vegas, spicca il messaggio di Mel Brooks, che ha confermato la data di arrivo nei cinema del sequel del suo Spaceballs (Balle spaziali) del 1987. Il regista, vicino al centesimo compleanno, è infatti coinvolto nel progetto come produttore e a lui è stato lasciato l'onore di annunciarne il titolo in un video che scherza sul fatto che il motivo per cui il film non si intitola Spaceballs: The Search for More Money (inside joke per chi ha visto il film) è dato dall'aver trovato suddetti soldi nella sua cantina.
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CINEMA - Dall'estero - 20 aprile 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Sono 304 pagine in tutto, in uscita il 16 giugno da HarperCollins negli Stati Uniti. E stanno già facendo discutere parecchio i media americani. Parliamo del libro di J.D. Vance sulla sua conversione, intitolato Communion: Finding My Way Back to Faith (cioè Comunione: ritrovare la strada verso la fede). L’editore lo presenta come un memoir incentrato sulla conversione al cattolicesimo di Vance, avvenuta nel 2019. Una specie di seguito ideale di Hillbilly Elegy, il romanzo che lo rese famoso nel 2016. In quel caso il vicepresidente americano raccontava la sua infanzia e l’adolescenza in una famiglia disfunzionale di origine scozzese-irlandese, segnata dall’alcolismo e dalla dipendenza da droghe di sua madre. Un libro che fu letto come una chiave per capire l’elettorato bianco povero che aveva votato per Donald Trump.
Il nuovo libro di Vance (foto Ansa).
A destra venne accolto come una diagnosi lucida e impietosa di qualcuno che non si vergogna delle sue origini, a sinistra fu criticato per aver individualizzato problemi sistemici e aver scaricato sui poveri stessi le responsabilità delle politiche economiche che li avevano impoveriti. Da questo primo libro Ron Howard trasse l’omonimo film, con Amy Adams e Glenn Close.
Il battesimo del 2019 appoggiato dalla moglie (che però è indù)
Il secondo volume invece, nella scheda promozionale dell’editore, racconta come l’inseguimento del successo materiale abbia condotto Vance in quella che viene definita “una wilderness secolare” (uno smarrimento, un deserto che contrasta poi con la fede ritrovata) e illustra come il suo credo cattolico guidi oggi il suo lavoro nella vita pubblica e la sua visione del futuro. Vance dice di essere stato battezzato nel 2019, appoggiato dalla moglie Usha (che però è indù), ma negli anni sono sorti dubbi su quanto sia teologicamente profonda o invece politicamente strumentale questa conversione.
La foto del battesimo di Vance nel 2019.
La fede come strumento per dialogare con i 53 milioni di cattolici
Come si spiega l’improvviso interesse dei repubblicani trumpiani per il cattolicesimo? Lasciando perdere le accuse lanciate da Trump a papa Leone, etichettate praticamente da tutti i media mondiali come il delirio di una personalità instabile (il New York Times pubblica spesso analisi di psichiatri sulla sua salute mentale, provocando addirittura un dibattito deontologico, perché la psichiatria americana ha una norma – la cosiddetta Goldwater Rule – che vieta ai professionisti di esprimere opinioni diagnostiche su persone pubbliche che non hanno visitato direttamente), il cattolicesimo sembra attrarre la destra americana più che altro come brand; la tradizione, la gerarchia, le usanze secolari che animano questa religione vengono viste come un modello politico, uno strumento di marketing adatto per dialogare con masse ragguardevoli, visto che i cattolici americani sono stimati in circa 53 milioni, il 20 per cento della popolazione adulta.
J.D. Vance (foto Ansa).
Trump e il mandato politico che diventa divino
Tra l’altro il 36 per cento dei cattolici americani è ispanico, il che rende paradossale la posizione di Vance sugli immigrati, visto che praticamente quattro cattolici su 10 negli Usa sono proprio il tipo di migrante che la sua amministrazione vorrebbe espellere. Nessuno di area trumpiana sembra interessato a sapere se Trump o Vance sono davvero credenti o praticanti. Trump, a dire il vero, non si è mai convertito al cattolicesimo, si è sempre dichiarato presbiteriano, la religione intesa come folklore, con derive escatologiche, come nella scena dello Studio Ovale che abbiamo visto recentemente, dove il suo staff gli “imponeva le mani” a protezione spirituale del leader, perché considerano il mandato politico come un mandato divino.
A proposito di religione orecchiata, durante un sermone organizzato al Pentagono, Pete Hegseth, ex militare ed ex conduttore televisivo, attualmente Segretario della Difesa (anzi, della Guerra, visto che il presidente ha cambiato la denominazione del dipartimento) dell’amministrazione Trump, ha invitato la platea a dire con lui il celebre versetto “Ezechiele 25:17“. Solo che, invece di citare il testo biblico originale, ha usato parola per parola il celebre monologo inventato da Quentin Tarantino per il film Pulp Fiction, recitato da Samuel L. Jackson. Molti tra i seduti hanno chiuso gli occhi, ispirati; qualcuno ha riconosciuto la citazione e ha ridacchiato.
Secretary of War Pete Hegseth quotes a fake Pulp Fiction Bible verse during Pentagon sermon
Barron Trump e la vicinanza col pastore evangelico tiktoker
E, sempre recentemente, Barron Trump, il figlio minore, ha fatto sapere di volersi “riconvertire”, per tornare alla religione di sua madre Melania, cattolica, dialogando col pastore evangelico Stuart Knechtle (2,5 milioni di follower su TikTok). Con i sondaggi di popolarità in caduta libera, Donald Trump usa chiunque – il papa, la famiglia, il suo vicepresidente, i meme di lui travestito da Gesù Cristo – come strumenti di comunicazione o bersagli. Ma sembra sempre più confuso, sempre più distante dai cattolici americani, che hanno reagito duramente alle sue ultime uscite, inclusi conservatori come il vescovo Robert Barron.
Barron Trump (foto Ansa).
Il libro di Vance è un annuncio per la corsa alle Presidenziali 2028?
Trump non parla più nemmeno ai moderati, non controlla più il suo ego: c’è chi dice che il libro di J.D. Vance sia in realtà l’annuncio subliminale di una sua candidatura alle Presidenziali del 2028, sempre che un eventuale impeachment di Trump non lo spinga anzitempo al vertice; pubblicare un libro prima di lanciare una campagna è una mossa consolidata nella politica americana. Già diversi potenziali rivali democratici, tra cui Gavin Newsom (governatore della California), Josh Shapiro (governatore della Pennsylvania), Andy Beshear (governatore del Kentucky) e Kamala Harris, hanno pubblicato o stanno preparando libri. I più maliziosi hanno anche sottolineato che Vance è il primo vicepresidente in carica degli ultimi tempi a pubblicare un libro mentre è ancora in carica.
Domenica sera, sul Nove, va in scena l’ultima cena, o forse la prima di un nuovo testamento. Stefano De Martino si siede (nuovamente) davanti a Fabio Fazio e il cerchio si chiude col botto. Il volto di punta della Rai meloniana va a farsi benedire dal “grande esiliato” della sinistra, e il messaggio è uno solo: sopra i proclami identitari di Palazzo Chigi e sopra i monologhi orfani di Rai3, comanda il management.
Caschetto, il ponte tra il Sanremo che verrà e Fazio
Il ponte che unisce l’Ariston che verrà e il transatlantico di Discovery è Beppe Caschetto, l’uomo che gestisce i contratti più pesanti della tv italiana e che dimostra come il vero Stato profondo non parli il linguaggio dei partiti, ma quello dei cachet. È questo il cortocircuito: lo scugnizzo napoletano è il campione di una destra che per vincere ha dovuto consegnarsi a un manager che se ne frega se al governo c’è la Fiamma o il centrosinistra. E così sia. Mentre la Rai del nuovo corso inanellava un flop dopo l’altro nel tentativo di imporre l’estetica sovranista con l’accetta, l’ex ballerino di Amici è stato l’unico capace di trasformare la vicinanza politica, quella vera o presunta con Arianna Meloni, in un successo di mercato indiscutibile. L’ultima puntata di Stasera Tutto è Possibile, per gli amici STEP, ha chiuso su Rai2 con il 16 per cento di share e oltre 2 milioni di spettatori. Un’eresia statistica per il secondo canale, una boccata d’ossigeno che lo ha portato a superare i dirimpettai di Mediaset e la stessa ammiraglia.
La cazzimma zittisce il sospetto di ogni raccomandazione
Inutile girarci intorno con analisi dotte: il ragazzo di Torre Annunziata piace perché ha il “pacco” completo. È bello, di quella bellezza sfacciata e rassicurante che si farebbe perdonare qualunque cosa, ma con la disciplina ferrea di chi sa cosa significa stare alla sbarra. Piace alla “Sorella d’Italia” e piace al pubblico, alle mamme, alle zie, alle nipoti, perché incarna l’estetica della cazzimma napoletana che zittisce il sospetto di ogni raccomandazione, che non passa per i comizi o per le citazioni dotte di Prezzolini, ma per i pacchi di Affari Tuoi. Il paradosso è squisito: i 5 milioni di spettatori medi sono la sua unica, vera tessera di partito, e lo rendono l’unico asset intoccabile verso Sanremo 2027.
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).
In De Martino la destra ha trovato il suo Amadeus
La Rai ha pianificato la sua ascesa con un anticipo mai visto, nominandolo erede di Carlo Contiper la direzione artistica del Festival. Segno che nella tv pubblica sanno di non avere altri talenti spendibili per la kermesse più importante del Paese. La destra, insomma, ha trovato il suo Amadeus senza doverlo inventare in laboratorio, ma semplicemente blindando chi i numeri già li aveva per conto proprio. Per capire il miracolo di San Gennaro, basta guardare il cimitero dei militanti di ambizioni e share da prefisso telefonico. Prendete il “caso scuola” Pino Insegno, l’amico della premier che doveva riprendersi la Rai a colpi di nostalgia Anni 2000. Il risultato? Un catastrofico 2 per cento di share con Il Mercante in Fiera e una ritirata imbarazzante da L’Eredità per evitare la rivolta dei pubblicitari. Oggi il Nostro vaga per gli studi di Reazione a Catena come un reduce di una guerra che nessuno voleva combattere, costantemente in affanno nel gradimento rispetto a chi lo ha preceduto.
Pino Insegno con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Così come Nunzia De Girolamo, l’ex ministra di Forza Italia mandata a presidiare il martedì sera di Rai3 con Avanti Popolo. Un esperimento costoso per occupare gli spazi di Bianca Berlinguer, chiuso in anticipo dopo aver toccato il fondo del 2,9 per cento di share. E che dire di Pierluigi Diaco? Il fedelissimo di Giorgia, che occupa spazio con BellaMa’ senza mai generare una vera massa critica, sebbene sia già pronto per lui un trasloco domenicale su Rai1 nel prossimo autunno.
Pierluigi Diaco nello studio di BellaMa’ (Ansa).
C’è spazio persino per la lady delle nicchie, Monica Setta: l’esempio vivente della moltiplicazione delle poltrone, impegnata a presidiare palinsesti h24 tra Generazione Z, prima e Storie al bivio, poi. TeleMeloni ha fallito quando ha pensato che per governare la tv servissero i soldati semplici. Ma la tv è un’amante infedele e De Martino è l’eccezione che conferma la regola: il sangue che si scioglie è solo quello di chi sa intrattenere.
Se la Germania sta progressivamente affondando – fra recessione economica, immobilità politica interna e insignificanza sul palcoscenico internazionale – il colpevole, almeno per i tedeschi, è uno solo: il cancelliere conservatore Friedrich Merz. Secondo i sondaggi nazionali e non solo, è praticamente impossibile trovare in circolazione un leader di governo peggiore. Persino la tanto bistrattata Coalizione Semaforo guidata dal suo predecessore socialdemocratico Olaf Scholz appare, a distanza, migliore di quello che sembrasse.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).
Merz sarebbe meno apprezzato anche di Trump
Stando a una recente indagine dell’istituto statunitense Morning Consult, Merz è tra i capi di governo meno popolari al mondo, dietro anche a presidenti come Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan: il 75 per cento degli intervistati tedeschi si è detto scontento del lavoro del cancelliere che da un anno guida la Große Koalition fra CDU e SPD, mentre solo il 20 per cento si considera soddisfatto. Dati simili, anzi peggiori, sono emersi dall’ultima ricerca tedesca, quella dell’istituto Forsa per conto della rete tv RTL, secondo cui il 78 per cento dei cittadini ha bocciato l’operato di Merz e solo meno di un quinto (il 18 per cento), ha espresso un giudizio positivo, tre punti in meno rispetto al sondaggio precedente.
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca, a marzo 2026 (Ansa).
L’AfD ha virtualmente superato la CDU
Merz è in caduta libera anche tra i suoi sostenitori e compagni di partito – la CDU che fu di Helmut Kohl e Angela Merkel, rimasti entrambi in carica per 16 anni – se è vero che la maggioranza ormai è contro di lui, come dimostrano sempre le percentuali del Trendbarometer di RTL. Il 52 per cento degli elettori conservatori lo critica, mentre per chi si è già allontanato dal partito il quadro è ancora più netto: l’86 per cento si è detto insoddisfatto dell’operato del decimo cancelliere della Repubblica Federale. Non è un caso che la CDU, ora data al 24 per cento, sia virtualmente la seconda forza a livello nazionale, superata dall’estrema destra dell’Alternative für Deutschland che tocca il 26 per cento. Paradossalmente il tanto temuto spostamento a destra di chi votava CDU è inferiore alle aspettative, dato che solo il 20 per cento di coloro che hanno abbandonato il partito voterebbe attualmente per l’AfD. La maggioranza si sta orientando verso altri lidi, dai Liberali della FDP alla sinistra, oltre ad allargare il bacino degli astensionisti.
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).
I motivi della delusione degli elettori conservatori
I motivi per cui la stragrande maggioranza dei tedeschi mal sopporta l’attuale cancelliere sono stati rilevati proprio dai ricercatori di Forsa, secondo i quali un’ampia fetta dell’elettorato continua ad accusare Merz di parlare molto e fare poco, di non mantenere le promesse elettorali e di agire in modo incoerente: queste tre spiegazioni insieme rappresentano il 59 per cento delle risposte degli intervistati. Tra i sostenitori della CDU, la delusione su alcuni punti è significativamente maggiore rispetto all’elettorato generale: il 34 per cento è deluso dagli annunci grandiosi che poco hanno corrisposto alla realtà; il 18 per cento considera le sue azioni contraddittorie e il 24 per cento lo accusa di mancanza di leadership, rispetto al 13 per cento complessivo. Al netto della cornice interna e internazionale molto problematica, con il governo di Berlino che deve gestire varie crisi in contemporanea e le conseguenze delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, è chiaro però che Merz è per i tedeschi l’uomo sbagliato per risollevare la Germania.
Friedrich Merz (Ansa).
La GroKo si è rivelata un freno per le riforme
Finora le scelte in politica interna sono state dettate dai compromessi obbligati tra CDU e SPD, come per altro ci si aspettava, e la nuova riedizione della Große Koalition si è dimostrata più un freno che un acceleratore per le riforme necessarie (fisco, pensioni, riconversione industriale, ridefinizione dei mercati e via dicendo). Inoltre la tattica in politica estera è stata segnata per lo più dall’appiattimento alla linea di Israele sullo scacchiere mediorientale e dalla continuazione di quella finora infruttuosa portata avanti con l’Unione Europea e i Paesi volenterosi come Francia e Gran Bretagna per quel che riguarda la Russia. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che i sondaggi hanno tradotto in numeri. Resta da vedere quindi se agli ultimi proclami di Merz relativi alla primavera delle riforme seguiranno davvero cambiamenti radicali o se già il prossimo autunno il tandem fra conservatori e socialdemocratici crollerà, quando le tre elezioni regionali nell’Est del Paese (il 13 settembre si terranno le Comunali in Bassa Sassonia, il 20 le doppie elezioni nel in Meclemburgo-Pomerania e nella città-Stato di Berlino) confermeranno l’AfD come prima forza facendo saltare anche la cancelleria.
Esponente di spicco della “New Wave” è il britannico John Brunner, nome completo John Kilian Houston Brunner (1934-1995), a cui si devono almeno due capolavori: Tutti a Zanzibar (Stand on Zanzibar, 1968) e Il gregge alza la testa (The Sheep Look Up, 1972). Il primo è un romanzo distopico e sociologico che ha per tema principale la sovrappopolazione, ma anche la naturale tendenza dell’uomo all’autodistruzione. Siamo nel 2010, la sovrappopolazione è di sette miliardi di umani e tutti vivono in abitazioni sempre più ristrette. Norman Niblock House, dirigente rampante della General Technics, e Donald Hogan, un ricercatore che di fatto è una spia, vivono nello stesso appartamento, ma un giorno i due finiranno per incrociare le loro... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Gli anni Ottanta segnano una crisi delle vendite dei libri di fantascienza, che trova una prima via di uscita nel definitivo abbraccio tra la science fiction e l’industria culturale, con la produzione di collane sempre più specializzate, si veda il caso della Bean Books che pubblica direttamente in formato tascabile romanzi di fantascienza militare, e la preferenza nella pubblicazione di saghe, proprio per fidelizzare i lettori. In un contesto storico-politico in cui l’ideologia dominante è quella neoliberista, rappresentata da Ronald Reagan e Margaret Thatcher, la fantascienza militare e qualche anno più tardi la space opera dominano e sembrano una via d’uscita alla crisi del mercato editoriale.
Se la science fiction non ha conosciuto, fino a... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Alla fine degli anni Quaranta, la fede nella tecnologia e nella scienza è minata dall’esplosione delle bombe atomiche sul Giappone e dallo scoppio della cosiddetta “guerra fredda”. Fattori che influenzano anche la science fiction, tanto da favorire una nuova svolta in cui il racconto e delle riviste sono ancora protagoniste. All’inizio degli anni Cinquanta, sulla scena editoriale americana, fanno la comparsa due riviste destinate a dare spazio a nuovi autori ed ad un nuovo tipo di storie: The Magazine of Fantasy and Science Fiction (1949) e Galaxy (1950). La prima intendeva offrire ai lettori una fantascienza più letteraria, soprattutto con storie in cui i personaggi non fossero banali caratterizzazioni degli esseri umani, ma motivo centrale del... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Michael Moorcock
A metà degli anni Sessanta, alla vigilia della rivoluzione studentesca in Francia e poi in tutto l’Occidente, è ancora una volta una rivista a ridisegnare un nuovo scenario per la fantascienza, rinnovandone sia i contenuti sia la forma. In Inghilterra, nel 1964, Michael Moorcock (1939-), giovane scrittore inglese, assumeva la direzione della rivista New Worlds che fece della sperimentazione pura uno dei suoi cavalli di battaglia, proprio per rinnovare il genere e portarlo più vicino alla letteratura tout court. Non a caso, tale movimento fu battezzato “New Wave”, ossia “Nuova Ondata”, proprio per marcare la differenza con il passato e l’intrinseca novità. Moorcock fu coadiuvato da autori come Samuel... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
E. E. "Doc" Smith
Alla fine degli anni Venti del Novecento, e per due decenni successivi, c’è un filone della science fiction che emerge con trame ben caratterizzate, che lo scrittore Wilson Tucker nel 1941 etichetterà con il nome di space opera, mutuato dalle definizioni di horse opera, che indicava i romanzi western più squisitamente avventurosi, e soap opera, i radiodrammi mielosi che venivano trasmessi all’epoca. Non a caso, spesso il nucleo di queste storie ruotavano intorno a trame del tipo: “l’eroe di turno viaggia nel cosmo, salva la principessa, affronta epiche battaglie spaziali, utilizza super armi create dalla scienza e sconfigge nemici che vogliono distruggere la galassia”.
Tre sono gli scrittori che... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
John Wood Campbell jr. ha solo 28 anni quando assume la direzione di Astounding Science-Fiction nel 1937, uno dei più importanti pulp magazine di fantascienza. Memore della lezione di Hugo Gernsback, l’editor chiede agli scrittori di continuare a celebrare nelle loro storie la scienza, ma senza farne il fulcro centrale e, soprattutto, che sia una scienza più vicina alla realtà e più realistica. Isaac Asimov ha ribattezzato quel periodo che va dalla fine degli anni Trenta all’inizio degli anni Cinquanta in “l’Era di Campbell”, proprio a sottolineare l’influenza del curatore di Astounding e dell’importanza della rivista, ma più convenzionalmente quel periodo è stato etichettato dagli storiografi come... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Una storia della fantascienza non può non affondare le sue radici in alcune coordinate teorico-letterarie, considerandole come premessa utile e necessaria.
Il primo assunto teorico più appropriato ci sembra quello formulato dal critico e teorico della letteratura Robert Scholes, nel suo saggio Structural Fabulation: An Essay on Fiction of the Future (1975) che considera la letteratura permeata da due funzioni: una prima che chiama sublimazione e una seconda che ha denominato cognizione. La sublimazione è la funzione che ci permette di lasciar andare gli affanni della vita quotidiana e di rilassarci; la seconda, la cognizione, è la funzione che invece ci fa riflettere sulla vita, la società e il ruolo dell’uomo nella Storia. La science fiction,... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Il cinema di fantascienza come metafora del mondo reale.
di Andrea Cattaneo
Di che cosa parla la fantascienza?
Non del futuro. Non della scienza. Parla della paura.
Lo fa in modo curioso: fingendo di parlare di razzi, alieni e robot e mantenendosi sempre sul terreno della razionalità. Non dimentichiamo che la paura esercita su di noi repulsione ma anche una fortissima attrazione e questo spiega l’inesauribile curiosità delle persone verso la cronaca nera.
Ma la razionalità basta per tenere a bada la paura?
Neanche per sogno e questo lo sanno tutti i grandi scrittori del genere che dovrebbero ringraziare la paura, farle un monumento, perché è di questa misteriosa sostanza che sono composte le loro storie migliori.
Per restringere il campo, basterebbe scorrere rapidamente la storia del cinema di fantascienza:... - Leggi l'articolo
La fantascienza ha molte anime, tutte diverse ma con un’aria di famiglia.
di Antonino Fazio
La fantascienza è un genere sfuggente, benché riconoscibile. Quando pensi di averlo afferrato, ti scivola via. Ufficialmente nasce il 5 aprile del 1926, con il primo numero di Amazing Stories.[1] Nell’editoriale, Hugo Gernsback annuncia che la rivista pubblicherà il tipo di storie scritte da autori come Jules Verne e H.G. Wells, ma anche Edgar Allan Poe.[2] Il tris buttato sul tavolo dal buon Hugo scompiglia, fin da subito, le carte. Cos’hanno in comune i tre autori citati? Stando a quanto ne dice lo stesso Gernsback, scriverebbero scientifiction, ovvero scientific fiction (narrativa scientifica) poi diventata science fiction (sci-fi).[3]
La narrativa scientifica può essere però di vario tipo, così abbiamo l’avventura alla... - Leggi l'articolo
Nel settembre del 2011, lo scrittore americano Neal Stephenson pubblica sul “World Policy Journal” un articolo con il titolo Innovation Starvation, in cui si lamenta della mancanza di grandi sogni tecnologici all’interno dello scenario letterario fantascientifico e tenta di incoraggiare gli scrittori di fantascienza a far trasparire dalle loro storie un ottimismo che possa ispirare nuove generazioni. Sottolineando il fatto che la fantascienza ha una sua coerenza ed è logica precisa per scienziati e ingegneri, l’autore di Snow Crash ricorda come i grandi simboli della science fiction, dai robot di Asimov al cyberspazio di Gibson, sono dei simboli che fungono da geroglifici, semplici e riconoscibili, sul cui significato tutti concordano. L’articolo... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
All’inizio del Terzo Millennio, l’immagine della fantascienza è ancora quella di un macrogenere della letteratura non mimetica che continua a evolversi, a mescolarsi con altri generi, a proporre nuove traiettorie. In termini di sottogeneri, si registra il ritorno di alcuni filoni storici e altri più contemporanei che continuano a mutare, mentre taluni emergono come novità.
Il passaggio dal vecchio Novecento e il nuovo Millennio è prima di tutto segnato da un manipolo di scrittori britannici che tra cyberpunk, new space opera e scenari a metà tra il fantasy e la fantascienza danno vita a un vero e proprio boom. Non sono una nuova “scuola” e neanche un movimento, ma le loro opere riportano il fulcro della science fiction nella... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Quando pensiamo alla nascita della fantascienza come genere letterario il nome che emerge con più forza è quello di Hugo Gernsback, da sempre citato come “Padre della fantascienza.”
Per essere precisi Gernsback non “inventò” la fantascienza ma, quando nel 1926 fondò Amazing Stories, questo genere di narrativa era già fiorita spontaneamente nelle opere di Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe. Ciò che Gernsback fece fu qualcosa di più pragmatico e forse più decisivo: organizzò il materiale che era stato pubblicato e che veniva scritto. Trasformò una compagine dispersa di racconti in un genere riconoscibile, dotato di una identità, di un mercato e di una comunità di lettori... - Leggi l'articolo
La scomparsa di Ian Watson, il trailer del film di The Punisher, il remake di Fuga da New York, un capolavoro che diventa un film nella settimana di Fantascienza.com
Mancano ormai solo cinque giorni alla nuova edizione dei Delos Days. Una manifestazione un po' sperimentale che si muove su due binari, da una parte una sorta di convention dei nostri autori, curatori, redattori, dall'altra una kermesse per lettori e appassionati di narrativa dei vari generi, e un'occasione per nuovi autori per farsi conoscere e proporre i loro lavori.
Non sappiamo quanta gente ci sarà, quanti libri venderemo!, come andrà, ma sappiamo che certamente ci divertiremo e sarà un piacere incontrarsi di persona.
I riferimenti ve li abbiamo dati ma li... - Leggi l'articolo
Già sul finire degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, alcuni scrittori e alcune opere prefigurano un vero e proprio ritorno della space opera, tant’è che i critici Kathryn Cramer e David G. Hartwell, curatori della poderosa antologia The Space Opera Renaissance (2006), scrivono nell’introduzione che per vent’anni, dal 1982 al 2002, il premio Hugo (il maggiore riconoscimento nel campo della fantascienza americana e quindi mondiale) nella categoria miglior romanzo dell’anno è stato vinto regolarmente da un titolo definibile come space opera.
Già alla fine degli anni Settanta esplode in tal senso il fenomeno Carolyn Janise Cherryh (1942-), scrittrice che è stata definita la “Regina della space... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 19 aprile 2026 - articolo di Carmine Treanni
Questa guerra chiamata come la caption di un meme – Epic Fury, nientemeno – sta facendo saltare in aria tutto: interi quartieri di città, la fiducia dei mercati, l’economia globale, alleanze che sembravano indistruttibili, le speranze dei giovani, il diritto internazionale. Ma c’è una vittima collaterale di ben poca importanza, la cui scomparsa può essere pianta, o anche solo notata, solo da pochi anziani nostalgici: l’idea che la satira fosse l’arma dei buoni, la spada laser, nonviolenta ma micidiale, della ragione, il pungente gas della resistenza umana, che fa aprire gli occhi, anziché accecarli. Difficile non accorgersi chei video e i contenuti satirici più graffianti e aggiornati contro Trump e Netanyahu e il loro cinismo avidoe sanguinario non vengono dalle patrie del libero pensiero, ma sono prodotti dall’Iran, che malgrado lo status di Paese aggredito resta una teocrazia liberticida, assassina e misogina, e dalla Cina, un’autocrazia a tutti gli effetti.
La metamorfosi della satira da contropotere a stampella del potere
Che la satira fosse intrinsecamente illuminista e illuminata, più che un’idea era un mito, almeno in certa misura: c’è stata satira fascista, razzista, antidemocratica, anche se la propaganda ideologica prevaleva decisamente sull’arguzia e oggi quelle vignette e quei frizzi possono interessare i cultori della materia. Ma dagli Anni 70 in poi, alla satira è stato attribuito lo status di linguaggionaturalitereversivo e rivoluzionario, un vero e proprio contropotere, così efficace nel mobilitare pensieri, emozioni e consenso che a un certo punto il mainstream – e, in ultima analisi, il potere – ha dovuto venire a patti, con vantaggi da ambo le parti: ammessi nelle prime pagine dei giornaloni o essi stessi creatori di giornali, ospitati in programmi televisivi di successo, a volte perfino in prima serata, vignettisti e cabarettisti si sono affrancati dalla precarietà bohemien e hanno potuto comprarsi casa e metter su famiglia; i media hanno svecchiato la propria immagine; i politici, seppur a denti stretti, hanno imparato ad abbozzare di fronte a un “diritto di satira” sempre più riconosciuto, e che tuttavia ne ha ridimensionato il ruolo a quello del clown della classe, il fool che aiuta i compagni a sopportare la routine di una scuola noiosa e opprimente. Non più una sfida al potere, ma una sua stampella, anche se decisamente più spiritosa e fantasiosa delle altre.
Il politicamente corretto ha stanato gli autori boomer: il nuovo gioco è l’IA
La strage di Charlie Hebdo è stata un brusco risveglio per tutti, rivelando brutalmente che quando l’uomo con la penna o la matita incontra l’uomo col fucile, l’uomo con la penna e la matita è un uomo morto. L’affermarsi del “politicamente corretto” ha poi costretto satiri e umoristi a svuotare i loro arsenali dalle arguzie basate su cliché sessisti, xenofobi, omofobi e ageisti. Disgraziatamente, spesso non rimaneva molto altro, e in parecchi l’hanno presa male («non si può più dire niente!»). Aggiornare meccanismi comici millenari, o addirittura inventarne di alternativi, non è impresa per autori per lo più boomer. Cane vecchio non impara gioco nuovo. Il gioco nuovo si chiama intelligenza artificiale e richiede competenze tecnologiche, velocità, rabbia, furbizia e fame, pochissimo romanticismo e zero fame di visibilità personale. Qualità che sono appannaggio di cani giovani, alle quali, nel caso dei video iraniani e cinesi, si aggiunge una singolare capacità di ignorare la trave nell’occhio del proprio regime.
Trump is one of the reasons that proves the existence of the Satan in the world. pic.twitter.com/Jp2z5FEEVh
Il risultato è la “slopaganda”, guerra mediatica digitale basata su contenuti IA anonimi, sferrata dall’Iran, spesso attraverso le sue ambasciate.
New MAGA Toy Story just dropped… “America First”… but it looks more like Israel comes first. pic.twitter.com/8cxcCoGQIl
— ☫ Iran Embassy in The Hague, The Netherlands (@IRAN_in_NL) April 14, 2026
Su Instagram dilagano le strepitose clip made in Teheran, con Trump e i suoi accoliti ridicolizzati in stile Lego Movie, sulle note di una canzone hip-hop che rinfaccia al Caligola a stelle e strisce la strage della scuola a Minab e le scorribande pedofile sull’isola di Epstein.
L’ultima uscita dei troll diplomatici iraniani è il post dall’ambasciata degli ayatollah in Ghana, in cui Teheran si propone come partner alternativo all’Italia piantata in asso dall’amico americano: «Possiamo offrire una civiltà antica di 7.000 anni, amore per l’arte, per la poesia e per il cibo. L’unica cosa su cui ci siamo mai combattuti è l’invenzione del gelato» (a quanto pare, è apparso nella Persia del V secolo a. C. e si chiamava faloodeh).
Dear Italy, Your PM just defended Pope and lost an ally in Washington — the Commander in Grief, yet the most 'powerfool'man on earth.
We'd like to apply for the vacancy.
Our qualifications: 7,000 years of civilization, a shared love of poetry, architecture, and food that…
Di pregevole fattura satirica anche la guerra fantasy wuxia-style, trasmessa dalla televisione di Stato cinese e diventata virale, fra l’Aquila Bianca (gli Usa) e il Gatto Persiano (l’Iran). Le due creature si combattono per il controllo della Valle del Flusso Dorato, una strettoia da cui dipende il passaggio dell’Essenza del Ferro Nero, necessaria per la sopravvivenza del mondo. Gli spettatori, a loro volta, hanno prodotto spin-off generati dall’IA in cui il Panda (la Cina) interviene fra i contendenti per mettere pace, o il dominio dell’Aquila Bianca viene sostituito da una coalizione di membri con pari dignità, per una gestione condivisa del Ferro Nero.
E noi, in Occidente? Siamo ancora alla «spassosa vignetta di…» (nome di Venerato Maestro a scelta). Ormai fa la figura del graffito rupestre.
Pochi secondi, girati con un telefonino. Immagini dalla qualità instabile, quasi sporca: l’inquadratura tremola, la scena è distante, come spesso accade nei filmati ripresi da civili. Si intravede il profilo di un edificio basso, probabilmente residenziale, sul cui tetto si muovono alcune figure armate, riconducibili a soldati israeliani. Non c’è un audio chiaro, solo rumori indistinti, forse voci lontane. Poi il momento centrale: uno o più militari trascinano un corpo immobile, apparentemente privo di vita fino al bordo. Per un attimo la scena sembra sospesa. Poi, il corpo viene spinto nel vuoto e scompare oltre il bordo del tetto.
Un frame del video postato da Lee (da X).
Le ripercussioni del post di Lee Jae-myung sui rapporti con Tel Aviv
Questo video di pochi secondi ha innescato una crisi senza precedenti nei rapporti tra Corea del Sud e Israele, aprendo a potenziali scossoni sull’alleanza tra Seul e gli Stati Uniti. Il filmato è stato infatti rilanciato sui social dal presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che lo ha accompagnato con un messaggio che ne amplifica il significato ben oltre il singolo episodio. «Dobbiamo verificare se questo è vero e, se lo è, capire quali misure sono state adottate. Non c’è alcuna differenza tra questo tipo di uccisioni in guerra, l’Olocausto e la schiavitù sessuale delle donne durante il periodo coloniale». È proprio questo parallelo tra le operazioni militari israeliane, l’Olocausto e il sistema delle comfort women, di cui decine di migliaia di donne sudcoreane sono state vittime durante la dominazione giapponese, ad aver provocato una reazione durissima. Israele ha accusato Lee di banalizzare la Shoah e di aver rilanciato un contenuto fuorviante, risalente a due anni prima e già oggetto di indagini.
Lee Jae-Myung (Ansa).
Seul insiste sulla centralità del diritto internazionale
Dopo le critiche, Lee è tornato sulla questione con un secondo messaggio, senza ritrattare: «Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato in ogni circostanza e la dignità umana deve essere mantenuta come valore prioritario e imprescindibile». E ancora, in un ulteriore intervento: «È deludente che non si rifletta nemmeno una volta sulle critiche provenienti da persone in tutto il mondo che soffrono a causa di continue azioni contro i diritti umani e il diritto internazionale». Infine, ha sintetizzato il suo approccio in una formula più generale: «La sovranità di ogni Paese e i diritti umani universali devono essere rispettati… Il rispetto si guadagna attraverso il rispetto».
La politica estera sudcoreana abbandona la tradizionale prudenza
A distanza di alcuni giorni, il ministro degli Esteri sudcoreano, Cho Hyun, ha dichiarato che un alto funzionario israeliano ha affermato di aver accettato la spiegazione fornita anche attraverso canali diplomatici dal governo di Seul. In ogni caso, l’episodio è rilevante in senso più ampio, sia per il contesto in cui nasce sia per le sue implicazioni e potenziali conseguenze. Dietro l’inusuale uscita di Lee si intravede infatti una trasformazione più ampia della politica estera sudcoreana, che rompe con una tradizione consolidata di prudenza e non interferenza nei conflitti lontani. La Corea del Sud ha costruito la propria proiezione internazionale su due pilastri. Primo: la dipendenza dalla sicurezza garantitadall’alleanza con gli Stati Uniti, che mantengono sul territorio del Paese asiatico circa 29 mila soldati e svariati dispositivi militari. Secondo: la necessità di mantenere relazioni economiche stabili con una vasta gamma di partner globali, inclusi Paesi spesso in tensione tra loro. Seul ha sempre evitato di prendere posizioni pubbliche nette su crisi geopolitiche che non riguardassero direttamente la penisola coreana o l’Asia orientale.
Il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun con il generale Xavier Brunson, comandante delle Forze Usa in Corea del Sud (Ansa).
Da spettatrice silenziosa, Seul vuole farsi valere a livello internazionale
Per decenni, Seul ha deciso di non esporsi sulle questioni mediorientali, privilegiando una linea di ambiguità strategica che le permettesse di mantenere relazioni economiche con tutte le parti. Lee ha deciso di deviare da questa linea. La sua presa di posizione su Gaza segna un passaggio da una diplomazia silenziosa a una più esplicita e assertiva, in cui la Corea del Sud si presenta come attore globale capace di esprimere giudizi normativi. Stando anche ai commenti di altri funzionari del suo governo, Lee sembra voler ridefinire il ruolo della Corea del Sud come attore responsabile nel sistema internazionale. Non più una potenza media silenziosa ma un Paese che, forte della propria storia di occupazione, guerra e divisione, si sente legittimato a parlare di diritti umani e violazioni del diritto internazionale.
Le ricadute economiche della guerra in Medio Oriente
Dietro l’uscita di Lee ci sono però anche questioni di natura economica. La guerra in Medio Oriente ha effetti diretti e tangibili sulle importazioni energetiche di Seul, visto che una quota enorme del petrolio che consuma transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, la Corea del Sud ha annunciato di essersi garantita oltre 270 milioni di barili di greggio attraverso rotte alternative. Secondo diversi analisti sudcoreani, le parole di Lee possono essere lette dunque come un messaggio non solo a Israele, ma all’intero sistema internazionale: la destabilizzazione del Medio Oriente ha un costo globale, e la Corea del Sud non intende subirlo passivamente.
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).
Trump ha destabilizzato gli equilibri storici con il Paese
Attenzione però anche alle implicazioni, sin qui implicite, circa il rapporto con gli Stati Uniti. Tradizionalmente, la politica estera sudcoreana è stata fortemente allineata a Washington. Ma l’era di Donald Trump ha introdotto elementi di discontinuità profondi. Le richieste americane di un maggiore contributo finanziarioper la difesa, le tensioni commerciali, alcuni episodi percepiti come umilianti (su tutti il raid della scorsa estate contro lavoratori sudcoreani negli Stati Uniti) e la gestione unilaterale di operazioni militari sensibili hanno eroso la fiducia nell’alleato. A questo, si aggiunge la linea peculiare adottata da Lee, che sin dal suo insediamento di un anno fa ha prefigurato una politica estera “pragmatica”. Pur senza mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, Lee cerca di recuperare margini di autonomia strategica. Con lui, leader democratico in passato etichettato come il «Bernie Sanders sudcoreano» dai media internazionali, Seul cerca di riequilibrare i rapporti con la Cina e persegue il dialogo con la Corea del Nord.
Donald Trump con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung (Ansa).
Il messaggio contenuto nella critica di Seul a Tel Aviv
Da questa prospettiva, nello scontro con Israele sembra arrivare un segnale che Lee crede di muoversi in un nuovo ecosistema in cui il primato di Washington non è più dato per scontato. La critica a Israele, Paese come noto strettamente legato agli Stati Uniti, può essere dunque interpretata anche come un segnale indiretto: Seul non è più disposta a seguire automaticamente le preferenze americane, soprattutto quando queste entrano in conflitto con i suoi interessi economici o con la percezione interna della giustizia internazionale.
Cosa può imparare Elly Schlein dagli errori di comunicazione di Giorgia Meloni? Osservandole entrambe in azione, sembra che Schlein stia adottando un tono più istituzionale, che invece la premier non è mai davvero riuscita a fare suo. La segretaria del Partito democratico lo ha dimostrato anche in occasione della solidarietà comunicata in parlamento alla presidente del Consiglio, dopo l’attacco frontale ricevuto da Donald Trump, che poi ha anche ribadito le accuse. Un comportamento, quello di Elly, che probabilmente ha irritato Giorgia, incapace di gesti simili.
La premier orfana di Trump: quella voglia di strafare…
Difendendola dal ciclone Trump, la segretaria del Pd ha anteposto l’interesse generale del Paese a quello di parte, nello stesso tempo isolando Meloni e mostrando come ormai sia rimasta orfana del suo mentore americano, diventato fonte di imbarazzo praticamente per tutto il mondo. La premier continua a fare errori: dopo la sua dichiarazione a favore del papa ha voluto strafare, aggiungendo: «Non so quanti altri abbiano avuto il coraggio di dirlo».
Elly Schlein durante una trasmissione con alle spalle la foto di Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Un vittimismo che rivela l’intrinseca debolezza
Il vittimismo, sempre saldamente collegato alla competitività, alla dimostrazione di essere “la più brava”, è forse il tratto più critico del modo di comunicare di Giorgia Meloni. Che rivela un’intrinseca debolezza. La presidente del consiglio sembra sempre all’opposizione: essendoci stata quasi 20 anni ha introiettato quel modo arrabbiato di rivolgersi ai cittadini, che non rappresentano la totalità dei suoi elettori, anche se lei tende a confondere i due insiemi.
Il referendum non può essere definito «un’occasione persa»
Una statista, una presidente del consiglio di “tutti” gli italiani, non dice per esempio – come lei ha dichiarato nel suo intervento alla Camera e al Senato – che gli italiani con il referendum «hanno perso un’occasione». Invece i toni sono sempre quelli da campagna elettorale permanente: non se ne accorge nemmeno più perché è convinta di dare il meglio di sé quando individua un nemico e inveisce contro di lui.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Renzi è considerato la vera spina nel fianco di Meloni
Schlein risulta più composta, soprattutto quando parla con gli avversari politici, che siano parlamentari o giornalisti; sembra aver sviluppato una certa attitudine a spiegare e a portare dati. Qualcuno la considera più efficace persino di Matteo Renzi, la vera spina nel fianco di Giorgia Meloni: quando il senatore toscano parla – sempre “a braccio”, mentre la premier preferisce leggere -, Meloni viene colta da piccoli tic nervosi che non riesce a controllare e che rivelano la sua agitazione interna.
Matteo Renzi (Ansa).
Occhio all’intercalare che gli toglie autorevolezza
Ma Renzi – qualcuno glielo dovrebbe proibire – ha quel continuo intercalare, cioè «ragazzi», che toglie autorevolezza alla sua figura. Nella comunicazione politica i dettagli contano moltissimo: Elly Schlein pare aver lavorato su se stessa correggendo alcuni toni concitati di qualche tempo fa, quando voleva spiegare tutto ma non c’era tempo, e finiva per affastellare concetti che risultavano poco comprensibili, soprattutto a un pubblico televisivo.
Per Giorgia solo decreti sicurezza e nessuna riforma vera
Acquistando sicurezza e gesticolando meno si può risultare convincenti e chiari, pur non smettendo di fare opposizione in modo fermo. Il centrosinistra ha dalla sua parte l’occasione di dimostrare agli italiani che il governo Meloni, dopo quattro anni e alla vigilia di nuove elezioni, ha fatto poco per migliorare la loro vita. Solo decreti sicurezza (su rave, Ong, il decreto Cutro, quello Caivano, poi immigrazione, carceri) per tenere buoni gli elettori, dimostrando che si fa qualcosa “di destra” senza però aver portato a compimento nessuna delle tre grandi riforme promesse in campagna elettorale: cioè Autonomia, Giustizia e premierato.
Giorgia Meloni (Ansa).
Una presidente confusa, in balìa degli eventi
I cittadini si ricordano piuttosto delle misure che il governo di destra ha eliminato, dal reddito di cittadinanza al bonus studenti, sostituiti con alternative burocratiche scoraggianti. Le continue giravolte di Meloni – tra le quali l’amicizia con Trump e il recente disamoramento è l’esempio più clamoroso – comunicano l’immagine di una presidente confusa, in balìa degli eventi, senza la capacità di saperli prevedere e adattandosi quindi all’aria che tira. Su questo Schlein sta mettendo a profitto la costruzione del suo profilo politico. Nel frattempo Giorgia Meloni continua a combattere battaglie di ieri, convinta che il nemico sia sempre fuori, quando ormai il problema più grande è dentro: nell’immagine che restituisce di sé ogni volta che comunica.
A Salerno il tema della sicurezza urbana e della manutenzione delle strade è da tempo al centro del dibattito cittadino. Tra le voci che negli ultimi anni hanno portato attenzione su questi problemi c’è Gerardo Postiglione, fondatore e presidente dell’associazione Strade Sicure, che oggi ha deciso di candidarsi alle elezioni comunali. Postiglione infatti è candidato al consiglio comunale di Salerno con la lista Forza Salerno, la civica di Forza Italia, a sostegno del candidato sindaco Armando Zambrano, già presidente dell’Ordine degli Ingegneri.
Lo abbiamo intervistato per capire le ragioni di questa scelta e le sue idee per la città di Salerno, analizzando le tante problematiche che vive il capoluogo di provincia.
Postiglione, lei è conosciuto per il suo impegno con Strade Sicure. Perché ha deciso di candidarsi?
«La candidatura nasce proprio dal lavoro fatto negli anni con l’associazione. Ogni giorno riceviamo segnalazioni di cittadini su buche, incroci pericolosi, segnaletica mancante o marciapiedi in cattive condizioni.
Questo contatto diretto con i problemi reali della città mi ha fatto capire che spesso non basta segnalare: bisogna anche partecipare ai processi decisionali. Per questo ho deciso di fare un passo avanti»
Quali sono le priorità che vuole portare in Consiglio comunale?
«La prima è sicuramente la sicurezza stradale. Non riguarda solo gli automobilisti, ma anche pedoni, ciclisti, anziani e bambini. Penso a interventi mirati sulla manutenzione delle strade, a una segnaletica più chiara e a zone particolarmente protette vicino alle scuole. Ma non è solo una questione tecnica: è anche una questione di attenzione e di prevenzione».
L’associazione che ha fondato si basa molto sulle segnalazioni dei cittadini. Questo approccio continuerà anche in politica?
«Assolutamente sì. Credo che uno dei problemi principali sia la distanza tra istituzioni e cittadini.
L’esperienza di Strade Sicure dimostra che quando le persone hanno uno strumento per segnalare problemi e proporre soluzioni, partecipano volentieri. Vorrei portare questo modello anche nelle istituzioni: più ascolto, più dialogo e più trasparenza».
Oltre alla sicurezza stradale, quali altri temi considera fondamentali?
«La manutenzione urbana in generale. Strade, illuminazione, marciapiedi, segnaletica: sono elementi che fanno la differenza nella qualità della vita quotidiana. Una città curata è una città più sicura e più vivibile. Non servono sempre grandi opere: a volte bastano interventi puntuali e una gestione più attenta».
Come immagina la sua presenza in Consiglio comunale se verrà eletto?
«Come un punto di collegamento tra cittadini e istituzioni.
Non voglio essere solo un rappresentante politico, ma qualcuno che continua a lavorare sul territorio, ascoltando e portando in Comune i problemi reali delle persone. L’obiettivo è semplice: contribuire a rendere Salerno una città più sicura, più ordinata e più attenta alle esigenze di chi la vive ogni giorno».
Con la sua candidatura, Gerardo Postiglione punta quindi a trasformare l’esperienza maturata nel mondo dell’associazionismo civico in un impegno diretto nelle istituzioni, con l’obiettivo dichiarato di migliorare la sicurezza e la vivibilità della città.
Un corto d'animazione proveniente dal Kazakhstan, dai toni cupi cyberpunk
Personaggi quasi in stile Lego, ambientazione stile Blade Runner, storia più dalle parti di Matrix. Così descriveremmo SCP Dreams – Last Day, corto d'animazione del Kazako Issa Aqas. Il lavoro è tutto suo: soggetto, sceneggiatura, animazione, regia. E davvero non è niente male.
Guarda il video: SCP Dreams - Leggi l'articolo
Nel giorno dellariapertura di Hormuz e del vertice di Parigi durante il quale è stata messa a punto una «missione difensiva» per lo stretto, Donald Trump torna ad attaccare la Nato, definita nuovamente dal tycoon una «tigre di carta». Su Truth, il presidente Usa ha scritto: «Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno».
Trump: «Nato inutile, stia alla larga»
Trump, in una giornata particolarmente ricca di post su Truth, ha affermato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz, che non verrà più utilizzato come arma contro il mondo». Quetso mentre Teheran ha precisato che la riapertura durerà (al momento) per il tempo della tregua in Libano. Poi, come detto, ha puntato ancora il dito contro l’Alleanza atlantica: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, la Nato mi ha telefonato per chiedermi mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Gli ho detto di stare alla larga».
Meloni: «Italia pronta a fornire navi»
Tutto questo nelle ore in cui a Parigi si è tenuta la Conferenza sulla navigazione marittima nello Stretto di Hormuz, alla quale – oltre al padrone di casa Emmanuel Macron – hanno partecipato in presenza il primo ministro britannico Keir Starmer, la premier italiana Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Inclusi quelli in videocollegamento, erano però presenti i rappresentanti di una cinquantina tra Paesi (tra cui la Russia) e organizzazioni internazionali. «Lo stretto deve essere riaperto e senza pedaggi. Il mondo intero ha bisogno di una soluzione. La missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ha detto Starmer nelle dichiarazioni alla stampa al termine del vertice. Meloni ha affermato che «aprire Hormuz significa far fronte alle criticità e costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale». La presidente del Consiglio ha poi affermato che l’Italia è disponibile a fornire navi per la missione difensiva.
Giorgia Meloni, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz (Ansa).
A Salerno e Prato va di moda l’usato sicuro. Nella città campana e in quella toscana si vota alle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026, in anticipo sulla scadenza naturale per via delle dimissioni dei rispettivi sindaci. Per motivi nettamente diversi. A Salerno l’ex primo cittadino Vincenzo Napoli ha lasciato l’incarico per permettere – suscitando grande scandalo nel centrosinistra – il ritorno di Vincenzo De Luca nella sua città, che potrebbe amministrare per la quinta volta. A Prato l’ex sindaca Ilaria Bugetti ha fatto un passo indietro per via di un’inchiesta giudiziaria tuttora in corso e con molti strascichi. Pochi giorni fa il Partito democratico ha scelto: il candidato sindaco è Matteo Biffoni, che ha guidato il Comune già per due mandati, prima di candidarsi in Regione ed essere eletto con 22 mila preferenze.
Schlein costretta ad accettare le condizioni del vicerè De Luca
Verosimilmente sia De Luca sia Biffoni vinceranno le elezioni e la notizia è che lo faranno da “avversari” politico-culturali dello schleinismo. Certo, il clima è diverso nelle due città. De Luca a Salerno si candida senza simbolo del Pd, forte solo della sua personalità e del suo consenso. Anzi, il Pd schleiniano aveva l’intenzione di farlo fuori, lui insieme a tutti i cacicchi del Mezzogiorno, ai quali vengono attribuiti mali politici di ogni sorta. La cronaca ci dice che le cose non sono andate bene per il partito di Elly Schlein, costretto ad accettare le condizioni del vicerè De Luca, con cui il Pd non può non fare i conti.
Uno scambio di saluti con stretta di mano e sguardi fulminanti tra Elly Schlein e Vincenzo De Luca (foto Ansa).
I dem hanno dovuto accollarsi anche il figlio di Vincenzo
De Luca ha prima tenuto il punto in Regione, dove solo alla fine – previo accordo con il Pd nazionale e con il Movimento 5 stelle – ha dato il via libera alla candidatura del suo successore, Roberto Fico. Le condizioni non sono state simpatiche per i dem, che hanno dovuto accollarsi Piero De Luca, figlio di Vincenzo, come segretario regionale del Pd campano. De Luca insomma torna in campo Nonostante il Pd, per citare il titolo di un suo libro.
Elly Schlein con Piero De Luca (foto Imagoeconomica).
Il candidato della destra senza il sostegno di Forza Italia
A sfidarlo sarà Gherardo Maria Marenghi, candidato di Fratelli d’Italia, Lega (con la lista Prima Salerno), Noi Moderati (a benedire l’operazione il viceministro agli Affari esteri e alla Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli). Non sarà però sostenuto da Forza Italia, e qui viene la parte più divertente della storia salernitana: il partito di Antonio Tajani infatti ha deciso di unirsi a una congrega liberale a sostegno di Armando Zambrano, libero professionista, già presidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri.
Gherardo Maria Marenghi.
La strana ricomposizione dell’ex Terzo Polo, versione allargata
La sua candidatura è appoggiata, fra gli altri, da Forza Italia, Azione, Italia viva-Casa Riformista, Partito Liberaldemocratico, Udc e Noi di Centro. A Salerno insomma si va ricomponendo l’ex Terzo Polo, versione allargata: nemmeno i due gemelli del gol libdem Matteo Renzi e Carlo Calenda avrebbero potuto sognare di meglio.
Armando Zambrano (foto Imagoeconomica).
A Prato un mix di complotti, trappole, inchieste e dimissioni
Prato invece meriterebbe un romanzo politico a sé, tra complotti, trappole, inchieste e dimissioni. È successo di tutto in questi mesi, al punto che alcuni cronisti si sono messi al lavoro per qualche instant book pratese. La svolta su Biffoni è arrivata quando il Pd ha capito che a Pistoia (siamo nello stesso fazzoletto di terra) le Primarie di centrosinistra le avrebbe vinte Giovanni Capecchi, docente universitario, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, sostenuto nientemeno che da Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd.
L’appoggio a un candidato non iscritto al Pd e la spaccatura
E qui sta la parte da popcorn della storia pratese: il commissario ombra del Pd toscano ha apertamente sostenuto un candidato, Capecchi, non iscritto al Pd, contro la candidatura ufficiale del Pd pistoiese, Stefania Nesi. Chissà, Capecchi avrebbe vinto anche senza il sostegno di Furfaro, ma intanto così si è spaccato il Pd pistoiese.
Due chiamati sindaci anche quando non lo erano più…
Il Pd nazionale e il Pd regionale, così attenti agli equilibri di genere politico, hanno così permesso che ci fosse un riformista candidato a Prato. Anche lì è il partito di Giorgia Meloni a candidare un suo uomo: Gianluca Banchelli, sostenuto dal centrodestra. Ma gli avversari di De Luca e Biffoni non hanno la possibilità di vincere contro quelli che, dappertutto, anche in Regione, continuavano a essere chiamati sindaci persino quando non lo erano più.
La Commissione europea ha stilato una serie di raccomandazioni ai Paesi membri nella bozza del piano Accelerate Eu, atteso il 22 aprile, per fronteggiare la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente. Il pacchetto punta alla riduzione volontaria dei consumi, soprattutto in riscaldamento e trasporti. Tra le indicazioni: limitare l’uso di energia in casa, evitare sprechi e spostare i consumi fuori dalle ore di punta, insieme a incentivi per la mobilità sostenibile. Alle amministrazioni si chiede di dare l’esempio su consumi e illuminazione, mentre per imprese e edifici si punta su maggiore efficienza.
L’elenco delle misure proposte da Bruxelles
Le misure comprendono l’invito, per le aziende che possono farlo, a stabilire almeno un giorno di smart working a settimana. Si spinge poi per ridurre i costi del trasporto pubblico o renderlo gratuito per le categorie più fragili. Bruxelles raccomanda inoltre di adeguare le impostazioni di caldaie a condensazione e sistemi di climatizzazione negli edifici pubblici per aumentarne l’efficienza e ridurre i consumi di riscaldamento e raffrescamento, invitando anche i proprietari di edifici commerciali a intervenire sugli impianti centralizzati e le famiglie a mantenere la temperatura delle caldaie a condensazione sotto i 50 gradi. Sul fronte sociale, proposti voucher energetici mirati per le fasce più vulnerabili e, in via temporanea, l’introduzione di prezzi regolati. Tra le altre misure, anche schemi di leasing agevolato per favorire la diffusione di tecnologie efficienti – dalle pompe di calore ai pannelli fotovoltaici – e incentivi fiscali per sostituire elettrodomestici obsoleti e apparecchi a gas. Nelle città, infine, si punta su zone a traffico limitato e giornate senz’auto, insieme a maggiori incentivi per la mobilità elettrica. Alle amministrazioni e alle imprese viene anche raccomandato di limitare i viaggi aerei, privilegiando soluzioni alternative quando possibile.
A seguito della tregua di 10 giorni tra Israele e Libano(e in vista dei nuovi colloqui tra Stati Uniti e Iranin Pakistan), la navigazione nello Stretto di Hormuz torna alla normalità. Il braccio di mare, da cui passa circa il 20 per cento dei flussi mondiali di petrolio e gnl, è stato infatti riaperto. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, seguito poi a stretto giro da Donald Trump.
In line with the ceasefire in Lebanon, the passage for all commercial vessels through Strait of Hormuz is declared completely open for the remaining period of ceasefire, on the coordinated route as already announced by Ports and Maritime Organisation of the Islamic Rep. of Iran.
Trump: «Per l’Iran il blocco navale resta in vigore»
«In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran», ha dichiarato Araghchi. Trump, poco dopo, ha confermato la riapertura dello stretto. Tuttavia, ha sottolineato il presidente Usa, «il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la transazione non sarà completata al 100 per cento».
Si è svolta presso il salone d’onore del Coni la conferenza stampa di presentazione della seconda edizione di Navigare Insieme: l’Italia senza barriere, il progetto della Federazione Italiana Vela realizzato con il supporto di Unicredit attraverso il Fondo Carta Etica. L’iniziativa nasce per promuovere la vela come sport inclusivo e accessibile, attraverso un programma di attività su tutto il territorio nazionale. Navigare insieme mette al centro la collaborazione tra circoli velici, istituti scolastici, associazioni e istituzioni, con l’obiettivo di abbattere le barriere e favorire la partecipazione delle persone con disabilità. Le attività prevedono momenti in mare e a terra, affiancati da formazione, divulgazione e confronto con le comunità locali. La vela diventa così uno strumento educativo, capace di sviluppare autonomia, fiducia e collaborazione.
I risultati del 2025 e il programma del 2026
Nel corso del 2025 il progetto ha registrato i seguenti risultati:
11 tappe su tutto il territorio nazionale
461 partecipanti coinvolti
10 istituti scolastici
35 associazioni del terzo settore
+110 per cento di crescita del tesseramento promozionale
Forte dei risultati ottenuti, Navigare Insieme torna nel 2026 con un programma ancora più strutturato. Il calendario prevede tappe su tutto il territorio nazionale, dal lago di Bolsena fino a Napoli. L’obiettivo è ampliare ulteriormente la rete dei circoli velici coinvolti e rafforzare il radicamento nei territori. Il progetto si configura sempre più come un percorso continuativo. Unisce attività sportive, formazione e momenti di confronto. Offre alle persone con disabilità un’opportunità concreta di avvicinarsi alla vela e proseguire nel tempo.
Il nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran dovrebbe tenersi a Islamabad domenica 19 aprile. Lo scrive Axios, citando funzionari americani. La priorità assoluta per l’Amministrazione Trump è garantire che l’Iran non possa accedere alle scorte di quasi due tonnellate di uranio arricchito sepolto nei suoi impianti nucleari sotterranei, in particolare i 450 chilogrammi arricchiti al 60 per cento. Secondo le fonti di Axios, gli Stati Uniti sono pronti a scongelare 20 miliardi di dollari di fondi iraniani se Teheran rinuncerà alle sue scorte. Ma si tratterebbe solo di una delle tante proposte sul tavolo.
Wired Italia chiude i battenti. Ad annunciarlo è stato Roger Lynch, ceo di Condé Nast, la casa editrice della testata. In un comunicato divulgato il 16 aprile, giorno dello sciopero dei giornalisti che chiedono da tempo il rinnovo del contratto nazionale, ha spiegato che la chiusura di Wired in Italia fa parte di una riorganizzazione globale che coinvolge anche Glamour e Self. Il manager ha evidenziato che, sebbene l’attività in generale dell’azienda sia in salute e il 2025 sia stato chiuso in crescita, «per mantenere questo livello di performance dobbiamo rimanere disciplinati nella gestione del nostro tempo e delle nostre risorse». Nello specifico, Wired Italia (ma anche le altre due riviste che non sono pubblicate nel nostro Paese) rappresenterebbero poco più dell’1 per cento del fatturato complessivo di Condé Nast. Realtà, insomma, che «continuano a non essere redditizie e la cui gestione nella forma attuale limita la nostra capacità di investire nelle idee e nelle aree che guideranno la crescita futura».
C’entra anche l’intelligenza artificiale
Sebbene Wired rimanga un marchio globale forte, continua la nota, «l’edizione italiana non ha tenuto il passo con la crescita negli altri Paesi». In più, la società sta apportando modifiche nell’organizzazione tecnologica a causa del «rapido progresso dell’AI e del suo impatto sulla capacità di innovare e sviluppare prodotti rapidamente». Wired è nata nel 1993 negli Stati Uniti. L’edizione italiana è stata lanciata nel 2009. Il primo numero riportava in copertina Rita Levi Montalcini intervistata da Paolo Giordano. Attualmente la redazione, secondo quanto riportato dal Corriere, conta tre giornalisti assunti, più il direttore Zorloni, affiancati da cinque grafici editoriali e due collaboratori fissi, oltre a una rete di decine di collaboratori esterni. Le tempistiche del piano di dismissione sono ancora da definire.