«Compagne, va costruita una nuova cultura del matrimonio e della maternità». Nel 2023, un anno dopo l’inizio del calo della popolazione della Cina, Xi Jinping pronunciò queste parole al Congresso nazionale delle donne cinesi. Un intervento che chiariva già una delle più profonde preoccupazioni strategiche della leadership cinese: la crisi demografica. Dopo decenni trascorsi a limitare le nascite attraverso la politica del figlio unico, Pechino si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con il problema opposto: sempre meno bambini, sempre meno matrimoni e una società che invecchia a ritmi tali da minacciare crescita economica, sistema pensionistico e modello di sviluppo. Il richiamo di Xi è stato uno dei primi segnali che anche la demografia è diventata una questione di sicurezza nazionale.

La metà delle cinesi nate dopo il 2000 non vuole avere figli
A distanza di alcuni anni, però, la risposta della società cinese sembra andare nella direzione opposta. Secondo un nuovo sondaggio di Zhaopin, una delle principali piattaforme cinesi di reclutamento online, quasi la metà delle donne nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli, per l’esattezza il 47 per cento. Si tratta di una percentuale impressionante se confrontata con le generazioni precedenti: tra le nate dopo il 1995 la quota scende al 33,9 per cento, al 15,7 per cento per quelle nate dopo il 1990, addirittura al 9,1 per cento tra le nate dopo il 1980. I dati sono il sintomo di un cambiamento culturale profondo. La Cina sta scoprendo che convincere qualcuno a fare un figlio è molto più difficile che impedirglielo. Lo aveva già mostrato l’esperienza della fine della politica del figlio unico. Prima la leadership ha eliminato il limite del figlio unico, poi ha autorizzato il secondo e infine il terzo. Ma la risposta delle famiglie è rimasta tiepida. Nel tempo sono infatti cambiati i costi, i valori, le aspettative e l’idea stessa di famiglia.

Dai costi alle conseguenze sulla carriera: perché si dice no alla maternità
Le ragioni indicate dalle giovani donne raccontano una Cina molto diversa da quella che il Partito Comunista continua spesso a immaginare. Come sottolineato da Caixin, il 40,4 per cento cita l’elevato costo del mantenimento dei figli; il 30,5 per cento teme un peggioramento della qualità della vita; il 29,8 per cento parla dell’incertezza sul futuro e della paura di non riuscire ad assumersi una responsabilità così grande. Il 28,5 per cento teme invece conseguenze sulla carriera. La maternità, insomma, viene associata a un potenziale rischio economico e sociale. Negli ultimi anni, tra le giovani cinesi è diventata centrale una formula traducibile con “penalità materna“. La percezione è che fare figli porti a un congelamento, o addirittura arretramento, della propria carriera. Secondo il sondaggio di Zhaopin, il 61,5 per cento delle madri lavoratrici ritiene di non avere quasi nessuna possibilità di ottenere una promozione sul lavoro. Solo il 5,3 per cento pensa invece di avere reali prospettive di avanzamento professionale.

Il difficile equilibrio tra famiglia, lavoro e vita sociale
Le difficoltà iniziano ancora prima dell’assunzione. Il 60,9 per cento delle donne intervistate racconta di aver ricevuto domande sul proprio stato civile o sui progetti di maternità durante i colloqui di lavoro, contro il 35,5 per cento degli uomini. La pressione non riguarda soltanto la carriera. Riguarda anche il tempo. L’85,4 per cento delle madri lavoratrici trascorre la maggior parte del proprio tempo libero occupandosi della famiglia, contro il 73,4 per cento dei padri. Quasi un terzo dedica oltre due ore al giorno ai lavori domestici. Solo il 6,4 per cento riesce a utilizzare il tempo libero per socializzare. In pratica molte donne cinesi finiscono intrappolate in un equilibrio estremamente fragile tra lavoro, cura familiare e sviluppo personale. Nel frattempo, il contesto demografico continua a peggiorare. Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita per il quarto anno consecutivo. Le nascite sono scese a 7,92 milioni e il tasso di fertilità si colloca ormai intorno a un figlio per donna, ben lontano dal livello di sostituzione di 2,1. Anche i matrimoni continuano a diminuire. Nei primi mesi del 2026 le registrazioni sono calate del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017. In Cina questo dato pesa particolarmente perché figli e matrimonio restano ancora strettamente legati, sia culturalmente sia dal punto di vista amministrativo.

Le contromisure prese da Pechino non bastano
Di fronte a questi numeri Pechino sta sperimentando di tutto. Sussidi alle famiglie, aiuti all’infanzia, congedi parentali, copertura sanitaria completa per i costi del parto, promozione dell’anestesia epidurale durante il parto, nuovi incentivi fiscali e persino misure simboliche come la reintroduzione della tassa su farmaci e dispositivi contraccettivi dopo 30 anni di esenzione. Tutto risponde alla stessa logica: segnalare che l’epoca del contenimento delle nascite è finita e che ora la priorità è opposta. Alcuni governi locali stanno sperimentando anche i cosiddetti mom jobs, lavori flessibili pensati per madri con figli piccoli. Ma oltre il 40 per cento delle donne teme che questa formula rafforzi ancora di più l’idea che la cura familiare sia una responsabilità esclusivamente femminile. Molte chiedono invece un cambiamento più radicale: orari flessibili per tutti, sistemi di promozione più equi e una distribuzione più paritaria del lavoro domestico. Alcuni studiosi e funzionari iniziano a suggerire soluzioni più profonde: congedi parentali obbligatori e non trasferibili per i padri, maggiore condivisione dei costi tra Stato e imprese, incentivi per ridurre la discriminazione verso donne in età fertile. Perché il problema, sostengono sempre più esperti, è strutturale. Finché avere un figlio continuerà a comportare costi professionali quasi interamente scaricati sulle donne, difficilmente gli appelli patriottici o i bonus statali riusciranno a invertire la tendenza.
