La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Centosedicimila dollari di premio finale, secondo i calcoli sbrigativi fatti oltreoceano dal New York Post (in realtà tra cachet settimanali d’ingaggio e diritti d’immagine la cifra si avvicina ai 550 mila euro). Una pioggia di coriandoli, le telecamere accecate dal televoto al 55,95 per cento e il sipario che cala sull’ennesima stagione del Grande Fratello VIP. In Italia, l’archiviazione della pratica viene liquidata alla velocità di un clic: Alessandra Mussolini ha vinto il reality di Canale 5.

Per il pubblico nostrano si tratta di puro intrattenimento commerciale, neorealismo pop applicato al telecomando. Eppure, basta varcare i confini nazionali per accorgersi che la scatola magica della televisione italiana, agli occhi del mondo, si è trasformata in un’aula di tribunale geopolitico. Da New York a Londra, passando per Madrid, la stampa internazionale si è fessurata in un’ossessione clinica per il nostro passato, attivando un riflesso condizionato che proietta sul 2026 i fantasmi del 1945. Come se questo verdetto domestico potesse dimostrare che l’Italia, sotto sotto, non sia mai uscita dal Ventennio.

Lo stupore del New York Post

Il capofila di questo tribunale catodico è il New York Post, che nel pezzo intitolato “Mussolini’s granddaughter lands six-figure payout after winning Italy’s Celebrity Big Brother” attiva immediatamente il nesso ideologico. Per il tabloid statunitense, la trionfatrice dello show non è una navigata comprimaria dello spettacolo della Terza Repubblica, ma solo la nipote del dittatore italiano Benito Mussolini, che una volta dichiarò di essere orgogliosa di essere fascista.

Il Post spulcia la biografia dell’ex eurodeputata, ne ricorda il padre – il figlio minore del Duce, Romano – e ricostruisce le sue vecchie battaglie politiche, come quando nel 2003 abbandonò Alleanza Nazionale dopo le storiche scuse di Gianfranco Fini sul fascismo, definito il male assoluto del Novecento. Ma il vero cortocircuito scatta quando il magazine analizza la lingua dei media italiani, stupendosi del fatto che venga descritta come autoritaria, irresistibile e determinata. Agli occhi puritani di Manhattan, l’uso del termine “autoritaria” accostato a quel cognome suona quasi come un’inquietante nostalgia involontaria. Non capiscono, i colleghi di New York, che nel frullatore della tv commerciale italiana quelle parole hanno perso ogni legame con la Storia: sono diventate semplici dinamiche caratteriali da prima serata, buone per conquistare il pubblico. 

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Per il Times, l’Italia è troppo rilassata nei confronti del suo passato

Per documentare le verità interiori scoperte da Mussolini dentro la bolla senza cellulare del gioco, il New York Post e il Times di Londra sono costretti a saccheggiare anche le colonne dei quotidiani della Capitale (imbattendosi nell’intervista firmata da chi scrive per Leggo). Il tabloid copia i passaggi in cui lei spiega che la gente non la conosceva sotto quella luce, che i concorrenti vivevano sospesi in una bolla spesso senza sapere cosa venisse trasmesso, e che l’esperienza è stata gratificante per riscoprire verità interiori che non vengono mai alla luce, nemmeno in famiglia. I fatti di cronaca sono presi paro paro, ma il senso viene piegato per puntellare un teorema politico preconcetto. Che Oltremanica diventa una vera e propria diagnosi pedagogica. Su The Times, il corrispondente Tom Kington sentenzia senza sconti che il trionfo della matrona televisiva è un’ulteriore prova dell’atteggiamento rilassato dell’Italia nei confronti del suo passato fascista. Secondo il blasonato quotidiano britannico, la discendenza da quel dittatore che demolì la democrazia e si alleò con Adolf Hitler è stata per la nipote di Sophia (Loren) più un aiuto che un ostacolo lungo tutta la sua eclettica parabola mediatica. Sulla stessa linea si muove Alexander Butler su The Telegraph, che spinge l’ossessione storica fino al paradosso grafico. Il quotidiano sostiene che gli elogi della critica italiana alla forte personalità della vincitrice dentro la casa siano un possibile cenno allo stile di governo di suo nonno. Per reggere la tesi, il giornale sente il bisogno di inserire nel bel mezzo della cronaca del reality un trafiletto storico d’altri tempi: ricorda le repressioni, le leggi razziali, l’alleanza con la Germania nazista, fino alla fucilazione del Duce per mano partigiana e quel corpo appeso in una stazione di servizio a Milano nel 1945. Un contrasto grafico violentissimo, dove Piazzale Loreto viene riesumato per fare traffico web sul corpo televisivo di una concorrente di 63 anni.

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
L’esposizione dei cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti a Piazzale Loreto il 29 aprile 1945 (Ansa).

La sindrome non risparmia nemmeno i media di costume. People Magazine si dichiara meravigliato di come la protagonista abbia conquistato i fan nonostante la storia fascista della sua famiglia, confermando che per l’America l’unico codice di lettura applicabile all’Italia rimane fermo a 90 anni fa. E in Spagna? El País decide di blindare la notizia scaricandola direttamente nella sezione di politica Internazionale. Segno che per l’Europa continentale, ogni movimento, respiro o balletto che coinvolge quel cognome, perfino dentro una gabbia dorata con la ventilazione artificiale, è un fatto di rilevanza nazionale.

Lo stereotipo di Paese-operetta è duro a morire

Da una parte, dunque, c’è il nichilismo italiano, che ha così profondamente anestetizzato il Novecento (con buona pace dei La Russa), da poter digerire e normalizzare qualsiasi eredità sotto una pioggia di coriandoli in prima serata. Dall’altra c’è il moralismo della stampa estera, che pur di vendere copie e confermare lo stereotipo dell’eterno Paese-operetta incapace di rigore democratico (e se il biglietto da visita ha la faccia di Giorgia Meloni, il gioco è semplice) dove appiccare l’incendio ideologico anche davanti alla porta rossa del Grande Fratello