Antonio Carluccio*
In vista delle imminenti elezioni amministrative, Salerno si trova ancora una volta davanti a una scelta decisiva. Tra le tante questioni che la futura amministrazione sarà chiamata ad affrontare, ce n’è una che da troppo tempo viene ignorata: la manutenzione della città al fine della tutela della sua memoria storica. Non si tratta soltanto di degrado urbano o di inefficienze amministrative, il problema riguarda direttamente la sicurezza dei cittadini, la conservazione del patrimonio pubblico e la perdita progressiva dell’identità storica di Salerno. Nel corso della mia lunga esperienza di architetto presso il Comune di Salerno, ho avuto modo di seguire da vicino alcune vicende emblematiche, mai realmente risolte, che ancora oggi hanno conseguenze gravi. Una delle più significative riguarda l’impianto di depurazione delle acque fognarie realizzato tra il 1978 e il 1980. L’intervento prevedeva una grande tubazione di raccolta collocata lungo il lungomare, dall’ex cinema Diana – oggi Sala Pasolini – fino alla zona industriale nei pressi del Capitolo San Matteo. Lungo il tracciato furono installate varie stazioni di pompaggio e la più nota ai cittadini, anche per il persistente impatto olfattivo, è quella situata all’altezza dell’incrocio con via Velia, nei pressi del Bar Nettuno. Il primo tratto dell’impianto, sviluppato dalla Sala Pasolini fino all’area del Palazzo di Città, fu realizzato con una lunga struttura interrata in cemento armato. Proprio tale muratura ha provocato negli anni infiltrazioni e allagamenti devastanti nei locali seminterrati di Palazzo Guerra, compromettendo non solo ambienti di servizio ma anche elementi strutturali, decorativi e di rivestimento marmoreo dell’edificio. Nei sotterranei del palazzo era custodito l’Archivio Storico cittadino: pergamene, manoscritti, cartografie, pratiche edilizie, volumi antichi e documenti di straordinario valore. In altri locali erano presenti officine comunali, depositi di attrezzature e persino materiali utilizzati per il Festival della Canzone Italiana che si svolgeva a Salerno negli anni Cinquanta, prima ancora che Sanremo diventasse il simbolo nazionale della musica italiana. L’allagamento di quei locali provocò danni enormi e solo grazie all’impegno dei giovani assunti con la Legge 285/77 fu possibile recuperare una parte del materiale cartaceo; il resto andò irrimediabilmente perduto. Le conseguenze di quell’episodio sono visibili ancora oggi. Nonostante l’installazione di pompe di sollevamento, il degrado continua a compromettere la stabilità dell’intero fabbricato con distacchi dei marmi esterni, dissesti nei finestroni interni e fenomeni di scollamento nei rivestimenti della vanella adiacente allo scalone principale. Gli interventi eseguiti nel tempo si sono rivelati insufficienti. A risultare compromesso è lo stesso Palazzo di Città, simbolo istituzionale di Salerno, con una situazione che desta forte preoccupazione anche sul piano della sicurezza pubblica. Il rischio di ulteriori cedimenti interessa infatti un’area frequentata quotidianamente da cittadini, studenti e scolaresche durante manifestazioni e ricorrenze ufficiali. Questa vicenda rappresenta in modo emblematico il rapporto distorto che negli ultimi decenni si è instaurato tra amministrazione, manutenzione e memoria storica. Palazzo Guerra, progettato dall’architetto Camillo Guerra in stile razionalista, ospitò anche il governo Badoglio quando Salerno fu capitale d’Italia. Sulla facciata campeggia ancora oggi la scritta latina “Potestas Civium”, il potere dei cittadini: un principio alto e solenne che però sembra essere stato dimenticato proprio da chi avrebbe dovuto custodirlo. Nella stessa area sorgeva anche il monumento dedicato a Enrico De Marinis, ministro dell’Istruzione alla fine dell’800 e tra i primi accademici nelle discipline della sociologia. La statua rimossa durante i lavori legati alla realizzazione del Crescent, dopo il cedimento della struttura della piazza non ha trovato più alcuna collocazione e oggi giace abbandonata in un deposito comunale del servizio manutenzione impianti, simbolo silenzioso di una città che troppo spesso rimuove il proprio passato invece di valorizzarlo. Una città, infatti, non perde la propria identità soltanto quando demolisce i suoi edifici storici, ma soprattutto quando dimentica la propria memoria immateriale e culturale, trascura la manutenzione del patrimonio pubblico e considera il passato un ostacolo invece che una risorsa. Salerno ha bisogno di una nuova stagione amministrativa fondata non solo sulle grandi opere e sull’immagine, ma sulla cura quotidiana della città, sulla sicurezza dei cittadini e sul rispetto della propria storia. Perché una comunità che non custodisce la propria memoria finisce inevitabilmente per smarrire anche il proprio futuro.
* già architetto del Comune di Salerno
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