Aniello Salzano
A Salerno ci sono voluti ben 33 anni di governo della sinistra perché qualcuno si accorgesse che serve “una svolta, una nuova stagione …. per evitare che i nostri giovani non abbiano un futuro e rischiano di essere costretti ad andarsene in altra parte d’Italia o all’estero”. Verrebbe la voglia di dire: non è mai troppo tardi ! Finalmente l’ex governatore ha trovato il coraggio di dirlo, di dircelo, omettendo però i motivi per i quali Salerno negli ultimi 35anni ha perso quasi 40.000 residenti, che di certo non è solo l’effetto della denatalità nazionale. E’ invece il segnale che per decine di migliaia di persone la nostra città ha smesso di essere un luogo dove progettare la propria vita. La perdita di abitanti è il sintomo di un’assenza di attrattività, della percezione della mancanza di regole, del tramonto delle leggi che regolano i processi democratici. Una città attraente è una città tollerante che sa tenere insieme differenze, idee, visioni, in cui non prevale il clima di sospetto verso il nuovo. Il suo assetto culturale spesso somiglia a quello di una Signoria: centralizzato, personalistico, abituato a gestire il consenso dall’alto. Ma in essa manca il fasto e la raffinatezza di una corte rinascimentale, manca poi la capacità di trasformare il potere in mecenatismo civile, in visione collettiva. Una città non si amministra solo con l’arredo urbano, grandi piazze e permessi a iosa a costruire, nuova illuminazione del lungomare e grattacili con vista sul golfo. Se manca la percezione del futuro la gente se ne va comunque. Soprattutto i giovani, i più sensibili ai bisogni delle persone e della comunità, al rispetto delle regole. Invertire la rotta non significa fare più opere. Significa restituire alla città una narrazione di futuro possibile. Il problema infatti è culturale prima che urbanistico. Salerno rischia di essere bella da vedere e difficile da vivere, poco fertile per chi vuole metterci le radici. A Salerno c’è una mancanza di percezione del futuro. Si respira nell’aria: progetti che iniziano e si arenano, opportunità che restano appannaggio di pochi, giovani laureati che non intravvedono una ragione per restare. Quando una comunità smette di credere che il domani possa essere meglio dell’oggi, smette di investire su se stessa e la capacità di immaginarsi diversa. E chi può, parte ! E i 40.000 che se ne sono andati non saranno gli ultimi.
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