Giardini della Minerva, colpa di chi ne ha fatto un set elettorale

di Erika Noschese

Esiste un confine sottile, quasi impercettibile, che separa il sacrosanto diritto di cronaca dalla necessità di tutelare chi, con fatica e competenza, custodisce i tesori della nostra città. È un confine che oggi sentiamo il dovere di ricalcare con precisione chirurgica, per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco nato all’indomani delle nostre rivelazioni sull’ultimo spot elettorale di un giovane candidato. Parliamo dei Giardini della Minerva, un luogo che non è semplicemente un “sito turistico”, ma il cuore pulsante della storia medica e botanica dell’Occidente, un’eccellenza che la gestione dell’Associazione Erchemperto ha trasformato in un modello di rigore e valorizzazione riconosciuto a livello internazionale. È bene chiarirlo subito, a scanso di ulteriori interpretazioni distorte: la nostra inchiesta non ha mai mirato a colpire chi quei giardini li cura e li protegge, ma chi ha pensato di trasformarli, con la consueta sfacciataggine, nell’ennesimo set cinematografico a costo zero per la propria scalata al Consiglio comunale. Le precisazioni giunte dall’Associazione Erchemperto, che ha tenuto a ristabilire la verità dei fatti in merito a una presunta “mancanza di controllo”, sono non solo legittime, ma necessarie – e infatti il nostro pezzo ne ha parlato, definendo l’associazione “inattaccabile”. È evidente che dinanzi a un visitatore che estrae uno smartphone per registrare pochi secondi di video sull’uscio del Giardino, nessun sistema di vigilanza può trasformarsi in polizia doganale preventiva. Ed è proprio qui che risiede il cuore del problema, che non è gestionale, ma squisitamente etico e politico. Il fatto che il filmato sia stato realizzato “sull’uscio” e duri “pochi secondi” non attenua la gravità dell’atto, anzi, ne definisce perfettamente la cifra stilistica. Siamo di fronte a un candidato che, consapevole di quello che sta facendo, sceglie la via del blitz, dell’incursione furtiva tra le piante officinali per rubare uno sfondo di prestigio alla propria vacuità programmatica. Se l’associazione Erchemperto conferma di non aver mai ricevuto alcuna richiesta formale di riprese per fini elettorali, la domanda non va posta al gestore, ma al protagonista dello spot: con quale credibilità ci si propone di amministrare la cosa pubblica se il primo atto di “amore per il territorio” consiste nel violare le prassi di autorizzazione che ogni altro cittadino, associazione o professionista è tenuto a rispettare? Il tentativo di trasformare i Giardini della Minerva in un selfie-point elettorale abusivo è l’ennesima puntata di una serie che abbiamo già visto andare in onda tra le mura della ex Casa del Combattente, come già ribadito. È il modus operandi di chi si sente impunibile perché abituato a muoversi in quella zona grigia dove i protocolli scaduti e le “accoglienze” nei salotti bene sostituiscono il diritto. Laddove il Commissario Prefettizio aveva chiaramente indicato di non vietare gli spazi comunali per fini elettorali, a patto di seguire procedure trasparenti, il nostro candidato ha preferito ancora una volta la politica del fatto compiuto. È più facile rubare un’immagine sull’uscio che esporsi al rischio di un diniego formale o, peggio ancora, all’obbligo di pagare un canone per l’uso commerciale e politico di un bene pubblico. La strumentalizzazione dei Giardini della Minerva è un atto che ferisce la città due volte. La prima, perché svilisce un bene culturale di inestimabile valore riducendolo a mera “location” per spot di basso profilo. La seconda, perché espone chi gestisce il sito a polemiche che non merita e che ci guardiamo bene dal far proseguire. L’associazione Erchemperto ha ragione nel rivendicare la propria serietà: la loro gestione ha restituito a Salerno un gioiello che per anni è stato un segreto per pochi. Proprio per questo, vedere quegli stessi spazi utilizzati da chi calpesta le regole elementari della convivenza istituzionale è un affronto alla serietà di chi lavora. Non è il titolo “sparato” in prima pagina a offendere il Giardino, ma la presenza di chi pensa di poterlo usare a proprio piacimento senza nemmeno inviare una mail di cortesia. L’impunità di cui gode questo personaggio sembra nutrirsi del silenzio assenso di un Comune che, come sottolineato dallo stesso gestore, dovrebbe essere il primo interessato a vigilare. Se la proprietà – il Comune di Salerno – non interviene per sanzionare o quanto meno censurare l’uso improprio dei suoi beni più preziosi, diventa complice di questo Far West propagandistico. Salerno corre il rischio concreto di diventare un set a disposizione del primo candidato di passaggio che, forte di una protezione che viene da lontano, decide di ignorare deliberatamente i gestori e i regolamenti. Mentre il giovane candidato continua la sua recita, parlando di motivi per restare a Salerno, noi ne troviamo uno inattaccabile per pretendere un cambio di passo: il rispetto per il patrimonio storico e per chi lo gestisce. I Giardini della Minerva non sono l’uscio di casa sua e la città non è un fondale di cartapesta. Gratificare il ruolo strategico di questo sito significa anche proteggerlo dalle brame di chi cerca una scorciatoia mediatica per nascondere la mancanza di titoli. Chi ha abusato di quello spazio, anche solo per pochi secondi, ha dimostrato di non avere il senso delle Istituzioni. Ed è proprio per questo che la verità va ribadita con forza: non c’è “coworking”, non c’è “studio” e non c’è “breve video” che possa sanare la mancanza di rispetto verso una città che merita molto di più di un candidato che scambia la bellezza pubblica per un bene personale da saccheggiare per un pugno di like. Chi deve agire, agisca, perché il tempo delle sitcom è finito e la pazienza dei salernitani, davanti a tanta arroganza, è ormai al limite.

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