Oltre l’archeologia il futuro

Vito Pinto

Nel cinquantesimo anniversario della prematura scomparsa di Mario Napoli il “Centro per l’Archeologia”, dedicato a lui ed al cognato Alfonso de Franciscis, ha ritenuto giustamente di organizzare, per il 17 aprile prossimo, un convegno nella prestigiosa “Sala Bottiglieri” del Palazzo della Provincia di Salerno, introdotto e presieduto da Alfonso Andria, che vede coinvolti personaggi di spicco nel mondo dell’archeologia, i quali porteranno sicuramente un notevole contributo alla mai completa conoscenza de “L’archeologo che salvò la pittura di Paestum” come ebbe a titolare “Repubblica” un articolo di Emanuele Greco, sulla edizione del 21 novembre 1996.

Un convegno che sarà preceduto da un filmato realizzato da Enzo Ragone e Lucia Napoli sfruttando il vasto patrimonio di immagini conservato nelle teche RAI. Dice Ragone: «Ogni parola di accompagnamento alle foto sarebbe stata probabilmente insufficiente a restituire la figura di questo grande archeologo. Pertanto si è lasciato che, a raccontare la sua attività, fosse direttamente lui, Mario Napoli. La sua voce e il suo modo di porsi all’ascoltatore sono la forza di questo video. Le interviste sulle sue battaglie per proteggere i siti archeologici e l’ambiente dall’avanzare delle costruzioni, sulle sue grandi scoperte e una parte di un servizio televisivo sulla grande visione di un possibile e necessario confronto-incontro tra arte antica e arte moderna formano la linea centrale della nostra proposta, mentre le fotografie che allacciano i diversi filmati raccontano il suo rapporto con gli studiosi e i giovani».

Nel citato articolo di Repubblica, l’autore – già suo allievo – si chiedeva chi fosse Mario Napoli. E rispondeva «Il viaggiatore non troppo informato che vada in giro per la Campania – a Baia, a Capua, Cuma, a Napoli, a Paestum o a Velia visitando Musei o scavi archeologici – inevitabilmente vedrà le terme di Baia, leggerà brani della storia urbana di Napoli greca e romana, visiterà il Foro di Cuma, ammirerà la Tomba del Tuffatore e le tombe dipinte lucane al Museo di Paestum, vedrà la testa di Parmenide e la Porta Rosa ed i quartieri urbani di Velia, così quasi fossero luoghi spuntati per chissà quale misterioso sortilegio. In realtà quelle scoperte, che abbiamo per brevità ridotte a pochi elementi significativi, si devono all’attività di ricerca sul terreno che Mario Napoli condusse incessantemente per un quarto di secolo, fino alla sua assai immatura scomparsa nel 1976»

Soprintendente Archeologico di Salerno e Docente all’Università, Mario Napoli affrontò i silenzi della storia e i segreti del campo d’indagine come in una sfida, in cui gettare, tendendole fino a farle vibrare, quasi corde d’un arco, tutte le forze dello spirito. «L’intuito, che lo guidava sul terreno archeologico – scriveva nel 1996 Mario Mello in un saggio sulla Rassegna Storica Salernitana edita da Laveglia – e spesso lo conduceva a letture che parevano divinazioni, ma che valeva a dargli rapidi e sicuri orientamenti».

Il Prof. Napoli aveva la straordinaria capacità di farsi contemporaneo degli antichi, d’arricchire di sempre nuove motivazioni il quotidiano rapporto che intratteneva con essi, d’intenderne la voce, e quella d’operare per rendere attuale e feconda l’eredità classica, restituendo vita e consegnando alla fruizione le sue sopravvissute espressioni materiali, valorizzando l’enorme contributo che da esse poteva venire per l’elevazione culturale dell’ambiente.

Quando nel 1968 portò alla luce quella che fu subito definita come “La tomba del tuffatore”, Napoli cominciò a pensare ad un “Museo delle lastre dipinte”, perché fosse “un interminabile dialogo d’arte e confronto tra passato e presente in direzione del futuro”.

La scoperta della “Tomba”, risalente al 480-70 a.C., è ancora oggi una testimonianza unica della grandezza di Paestum. Ma poi vi fu la serie inesauribile di scoperte delle tombe dipinte lucane, sempre a Paestum, tuttora oggetto di studio degli specialisti e di stupore di migliaia di visitatori che oggi, nelle sale del Museo pestano, possono ammirare una straordinaria e rarissima pinacoteca antica del IV inizi III secolo a.C.

Alfonso Andria, già attento Presidente della Provincia di Salerno, ricorda: «Tarda primavera 1973: l’Assessore al Turismo e Beni Culturali della Regione Campania, On. Roberto Virtuoso, lancia il decentramento teatrale e musicale nei centri studi e nei siti archeologici e monumentali del territorio campano, incaricando gli Enti per il turismo delle cinque province di curarne l’organizzazione, d’intesa con gli enti locali e le associazioni. Per l’EPT di Salerno il Presidente Mario Parrilli e il Direttore Tommaso Cunego affidarono il compito a me, appena ventunenne, assunto in servizio qualche settimana prima. Doveva essere scelto lo spazio più appropriato per collocare il palcoscenico e disporre il pubblico, ma a me, che in quel momento conoscevo il sito archeologico, fu offerta l’occasione indimenticabile di avere come “Guida” d’eccezione il grande Mario Napoli. Dopo oltre cinquant’anni ricordo ancora e testualmente alcune intere frasi che pronunciò illustrando Porta Rosa, una delle sue strepitose scoperte insieme con la Tomba del Tuffatore che è esposta nel Museo Nazionale di Paestum».

Posidonia ed Elea furono i suoi laboratori privilegiati, amatissimi e fecondi. Elea, Hyele, città che cresceva non solo per pensiero e per leggi, ma anche per disegnato costrutto urbano. E tra queste antiche vestigie di un florido passato, Mario Napoli portò alla luce “Porta Rosa” così chiamata in omaggio alla moglie Rosa, “nome inciso in eterno nella pietra della splendida Porta”.

Una scoperta di particolare importanza che Napoli, allora Sovrintendente Archeologico di Salerno, portò alla luce nel corso dei suoi scavi alla ricerca dell’antica Elea, la città del pensiero di Parmenide e Zenone. «Là dove “si trova la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, in una piccola città nel golfo di Salerno chiamata Hyele, cinque secoli prima di Cristo si poteva “scorgere una figura che non era persona, ma pensiero di un uomo” assorto nel “Poema sulla natura”. Era Parmenide, filosofo, che viveva i suoi giorni meditando circa l’Essere ed il non essere, dando inizio, come affermava Hegel, alla vera filosofia, “dove l’uomo si libera dalle rappresentazioni sensibili e dalle inquietudini”».

Ricorda il figlio Francesco: «Mio padre sapeva leggere il terreno e lo scavo così come sapeva leggere l’arte contemporanea, lui che all’indomani della Grande guerra, in quei suoi primi anni napoletani ha insegnato all’Accademia di Belle Arti della città partenopea. Ha saputo far dialogare i mondi dell’arte, tanto da pensare a un Museo della Pittura che andasse dalla Tomba del Tuffatore alla contemporaneità. Ne discusse a lungo con l’amico, artista e pittore, Sergio Vecchio, pestano e in quanto tale con l’antichità magnogreca nel Dna e lo sguardo ben fisso al presente.

E sapeva leggere al pari la letteratura contemporanea, come la poesia di Alfonso Gatto il quale dedicò “ai sette figli sette del carissimo professor Napoli” una copia de “Il vaporetto” firmando affettuosamente come “il papà-nonno-cantautore Alfonso”, seguito dalla sagoma di un gatto che guarda la luna. Con Gatto ha condiviso l’amore per l’arte, la letteratura e per Salerno».

La naturale facilità di sintesi, la chiarezza e l’eleganza dell’espressione, il tratto gentile e sicuro gli consentiva di guadagnare senza sforzo credito e simpatia.

Con un’espressione ormai desueta ma calzante nei suoi riguardi, ben può dirsi che Mario Napoli fu intellettuale a tutto tondo, capace di congiungere la sua conoscenza scientifica di archeologo a una sensibilità culturale che l’ha portato a contatto con pittori, poeti e artisti di primo piano.

Non a caso Giorgio Bassani per lui scriveva: «Non lasciarmi solo a scavare nella mia città a resuscitare / grado a grado alla luce / ciò che a lei sta sepolto là sotto il duro / spessore di ventimila e più giorni».

Funzionario della Soprintendenza di Napoli partecipò alla vita culturale di quel celebre gruppo di intellettuali che, con Pugliese, Carratelli, Lepore, De Martino, Gigante, Stazio ed altri animavano la rivista “La parola del Passato”. A Salerno frequentò quel cenacolo di cultura voluto da Alfonso Gatto, “Il Catalogo” di Lelio Schiavone, dove si alternavano pittori, scrittori, artisti di chiara fama nazionale. Scrisse libri quali “La pittura antica in Italia”, “Civiltà della Magna Grecia”, “La Tomba del Tuffatore”, cui ancora oggi fanno riferimento studenti e studiosi delle culture antiche del Mezzogiorno.

Amava disegnare il futuro, nutrire grandi idee, dar loro forza, consistenza, crescere con esse, coltivandole un po’ come sogno, un po’ come direttrice per un impegno di lungo respiro.

Grazie a Mario Napoli oggi il Museo di Paestum è una delle più grandi pinacoteche antiche al mondo. Ricordava Mario Mello: «Senza dubbio il vigorosissimo quindicennio della Soprintendenza salernitana rappresentò il periodo di maggior significato nello sviluppo della presenza di Napoli all’interno del panorama culturale italiano».

Nelle calde sere di mezza estate cilentana, quando i corpi sono rinfrancati dalla brezza del vicino mare, sull’ampia, sacra spianata della Stoà, alta si eleva ancora la voce di Parmenide e, come allora, sui discepoli di ogni tempo, scende il pensiero: «è, e non è possibile che non sia». Allora «anche le cose lontane, per mezzo della mente, diventano sicuramente vicine». In quelle lunghe sere di chiara luna, seduto sui gradini degli antichi templi, Mario Napoli amava “conversare sulla probabile fisionomia del territorio dell’antica Posidonia”.

 

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