di Ernesto Pappalardo
Se andiamo a valutare con un po’di attenzione lo scenario economico che si è materializzato in questo ultimo periodo – facciamo riferimento, specificamente, a maggio 2026 – dobbiamo prendere atto che si sono registrate sia una vera e propria “crescita globale”, definita da molti esperti “divergente”; che una serie di “pressioni inflattive persistenti”, che “assorbono” le recenti tensioni geopolitiche, oltre che rilevanti shock già verificati sul mercato dell’energia. Bisogna, quindi, tenere conto che i mercati azionari (e obbligazionari) devono sempre muoversi con estrema cautela perché influenzati dall’inflazione che risulta mantenersi a una quota superiore a quanto generalmente previsto (e prevedibile). Restano, ovviamente, molto instabili le quotazioni delle materie prime. Va tenuto conto che nell’area-euro si è verificata una crescita più debole (con il Pil al +0,8%) e la persistenza di una produzione industriale che risulta in calo dello 0,6%. Sempre con un livello di inflazione che si attesta intorno al 2,6%. Permane, quindi, sempre alta l’attenzione della Banca Centrale Europea. Va detto che l’Istat specifica che l’andamento del Pil, in Italia, è cresciuto congiunturalmente dello 0,2% nel primo trimestre. Le stime per l’intero anno si attestano a una crescita tra lo 0,5% e lo 0,7%, “con un tasso di inflazione medio previsto al 2,6%”. Sugli scenari futuri grava l’ombra dei conflitti bellici in corso: gli analisti focalizzano l’attenzione “costantemente” su quanto accade in Medio Oriente e sulle simultanee conseguenze sui costi energetici. In questo variegato e difficile contesto, l’economia del Sud Italia attraversa una fase di crescita che esperti e analisti ritengono trainata sostanzialmente dagli investimenti pubblici del Pnrr e dal boom turistico, con il Pil che ha già registrato aumenti percentuali superiori al Centro-Nord. Tuttavia, è bene ribadire che il divario storico persiste, acuendo, per esempio, il fenomeno dello spopolamento giovanile. Dopo un biennio in cui il Mezzogiorno è riuscito a mantenere ritmi di crescita del Pil superiori alla media nazionale, ma l’economia del Sud ora mostra un “progressivo rallentamento rispetto al 2023”. Il divario di ricchezza resta – ben chiaro – con un Pil pro capite meridionale che si aggira intorno ai 18.500 euro rispetto ai circa 33.400 del Nord. Si registra che l’occupazione è aumentata, ma è da sottolineare che i nuovi posti di lavoro sono in netta prevalenza nel settore turistico e “a bassa produttività”. E, poi, bisogna sempre tenere conto che la cosiddetta “povertà lavorativa” nelle regioni del Sud “tocca quasi un giovane su cinque”, un dato tre volte più alto rispetto al resto d’Italia. Va detto che tutto ciò avviene in un contesto in cui l’export meridionale sembra non risentire delle “contrazioni nazionali”. Il sostegno dei distretti “ad alta crescita” (aerospazio, farmaceutica, tecnologie verdi e digital) e Pmi “innovative” è in “aumento”. Occorre, infine, aggiungere che nel Mezzogiorno, “l’economia irregolare e non dichiarata incide in misura maggiore sul tessuto produttivo”. L’incidenza risulta superiore al 16% del Pil locale. Il dato di cui tenere certamente conto è inerente alla “fuga di cervelli”. Proprio “negli ultimi anni ha preso sempre più consistenza “un esodo continuo”, pari a oltre 175.000 persone, di cui la metà laureata, “causando perdite economiche enormi per il territorio”. Appare evidente, quindi, che non si è “ancora innescato un miglioramento stabile delle condizioni socio-economiche delle comunità locali”, (Rapporto Svimez)
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