DI Aldo Primicerio
Non so se gli italiani se ne sono accorti o, presi da altro, fanno finta di niente. Partiamo dalla nuova legge elettorale che questo governo, scorrettamente, sta accelerando a fine legislatura. L’elezione diretta del premier, peraltro anomala ed incostituzionale, ci preparerebbe a un vero e proprio cambio di regime, ad una capocrazia da Ventennio. Non più una forma di governo parlamentare, ma un’inedita versione di premierato, con legittimazione popolare di una maggioranza parlamentare, garantita da meccanismi antiribaltone e da un abnorme premio elettorale. Parlamento? In pratica esautorato. Capo dello Stato? Un quasi fantasma. Costituzione? Ribaltata. Il testo del disegno di legge, si promette, può cambiare ad ogni sorgere del sole. Bisognerà aspettare quindi quello definitivo, e sperare che abbia delle anomalie cui la Corte Costituzionale decreterebbe l’alt. Il premierato – se i popoli non si svegliano per dire la loro – ha un destino preciso: condurci ad una democrazia malata, ad una “capocrazia”, come la definisce il costituzionalista Michele Ainis. Un destino non solo italiano ma, attenzione, planetario, perché disegnato in tanti altri Paesi, come gli Usa, da idiozie verticistiche che portano a beceri autoritarismi.
La rivolta di 130 costituzionalisti contro una legge che trasforma una minoranza in maggioranza, e sopprime il diritto di scelta
Ma dietro un disegno eversivo si nasconde un effetto ancora più devastante: trasformare, quella che finora è stata una crisi di partecipazione di noi cittadini, in un incentivo all’astensione. Neanche i grandi media sembrano accorgersene. Sono presi dalla vicenda Garlasco, dai minorenni che accoltellano per istrada, dai bombardamenti in Ucraina ed Iran, e dalla crisi di Hormuz. Ed ecco quindi l’appello che i costituzionalisti italiani invitano a firmare su Articolo21 per difendere la Costituzione. Le firme ad oggi sono già 6mila. Tre i punti critici: 1° il premio di maggioranza abnorme, 2° le liste bloccate che sviliscono la rappresentanza parlamentare, 3° l’indicazione preventiva del candidato premier, indipendente dai risultati del voto per la composizione delle Camere. Una conferma clamorosa della considerazione in cui da questo governo son tenute le Camere, il parlamentarismo, la democrazia vera.
E dopo tutti gli svarioni ed i guai di questi quasi 4 anni, ecco la crisi energetica
Gli ultimi guai a partire dall’addio di Vannacci alla Lega. Poi il caso Delmastro, con il sottosegretario alla Giustizia scoperto in affari con la figlia di un condannato in via definitiva a febbraio 2026 per intestazione fittizia di beni, aggravata dall’aver favorito il clan Senese di Roma. Quindi il caso Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di via Arenula, convinta a lasciare per tornarsene alla sua toga. Secondo Il Fatto è una che vuol continuare a comandare. Ed ancora, le autodimissioni di Maurizio Gasparri, le relazioni amorose extraconiugali del ministro degli Interni Matteo Piantedosi. Una normalità nei nostri tempi, perché questi politici ignoranti pensano (Berlusconi) che vita privata e vita pubblica siano nettamente separate, mentre non è affatto così. E poi ancora, la batosta del no al referendum, dove persino i cittadini italiani, con tutti i problemi che abbiamo, capiscono che la separazione delle carriere siano un non-problema, una non-priorità del Paese, ma solo lo schizzo di una mente demanziale.
Fino ad arrivare alla crisi energetica. Che, attenzione, non un caso ma la conseguenza dell’ennesimo errore della signora Meloni, che ha ereditato (e pienamente accolto) gli errori passati delle strategie italiane sugli investimenti in energia. Nella cecità politica di questo governo (ma anche di quelli precedenti) non si è saputo guardare a poca distanza da anoi, alla Spagna di Sanchez ed ai suoi lungimiranti invesimenti in fonti rinnovabili, che oggi le consentono di coprire più della metà dell’intera produzione energetica spagnola, con bollette quasi del 50% più basse delle nostre. Questo perché l’Italia copre come produzione nazionale solo il 5% del gas naturale e il 25% dell’energia utilizzata. E’ l’effetto delle scelte sbagliate della nostra cosiddetta premier di tener dietro alle pressioni delle lobbies industriali che procedono a carburanti fossili. Ciò significa che per sopravvivere dobbiamo importare una grande quantità di prodotti energetici, costringendoci a una dipendenza da fonti insicure, costose e che vanno a finanziare regimi e Paesi spesso non democratici, come nel caso della Russia, il cui gas abbiamo acquistato per decenni quando già era ben noto l’autoritarismo del governo di Mosca.
Ed infine il ribaltamento copernicano del concetto di liceo classico, il capolavoro conclusivo del ministro dell’istruzione
Il prof. Valditara non ha capito che i problemi della scuola italiana sono ben diversi da quel che lui pensa. Lui innanzitutto punta ad annullare la distinzione storica tra licei ed istituti tecnici, cui vuole estendere il modello liceale, con nuove astruse definizioni come il “liceo tecnico”. Come se bastasse un aggettivo per compensare i veri problemi della scuola di oggi. E poi altre amenità assurde, come il ridimensionamento dei Promessi Sposi e addirittura di Omero, la quasi scomparsa dello studio di menti filosofiche come Kant, Spinoza, Fichte, Shelling, Marx. Dai più si addebita al ministro – con le trovate del liceo tecnico e del liceo agrario – di voler subordinare la formazione culturale dei licei a quella strettamente legata al lavoro degli istituti tecnici. Una visione tipicamente classista, che trova una sintesi perfetta nella convizione di Valditara che il liceo forma al saper pensare mentre al tecnico, quindi di serie B, non sarebbe necessario. Pensate assurde. Come quella di sperimentare il modello 4+2 (quattro anni di scuola secondaria seguiti da due negli ITS Academy) o quella di istituire il liceo del Made in Italy. Una visione che parte dal rapporto convinto tra istruzione, lavoro e sviluppo economico, insito nella mente del ministro. E che sarebbe anche accettabile, se non riflettessimo su un principio universale: il ruolo educativo ampio e trasversale della scuola secondaria, un luogo fisico e temporale dove anche la vita di un grande del passato, come anche la poesia a memoria, la traduzione dal latino o dal greco, servono a preparare la persona, il suo spessore di pensiero, la sua umanità. Le criticità vere della scuola italiana? La forte disparità territoriale, l’eccessiva rigidità nozionistica e la gestione precaria del corpo docenti. Per capirle bisogna innanzitutto esserci passati da studenti. Ma in questo governo c’è più d’uno che a scuola c’è stato davvero poco e male.
L'articolo Legge elettorale, crisi energetica, caos licei. E’ la capocrazia malata proviene da Le Cronache.
