La riflessione di Papa Leone XIV sul linguaggio dell’inclusività

Nicola Russomando

L’inclusività sembra essere diventata un dogma della comunicazione della società occidentale, per il quale, non riconoscersi in essa, comporta serie conseguenze sul piano della valutazione personale in termini negativi. Anche il mondo ecclesiastico ha adottato questo linguaggio al punto che è frequente sentire espressioni quali “chiesa inclusiva, solidale e in uscita”, con la chiara aspirazione a coinvolgere tutti nell’azione missionaria senza distinzioni di sorta. Questo linguaggio, con il programma che vi è sotteso, è stato adottato sulla scorta del pontificato di papa Francesco che a questa visione della chiesa ha fornito il crisma della sua autorità. Tuttavia, che il linguaggio sia materia sdrucciolevole, volto anche ad ingannare in casi di voluta ambiguità, è questione che papa Leone XIV ha affrontato nel suo discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede il 9 gennaio scorso. E non sorprende questa presa di posizione nel contesto delle relazioni diplomatiche in cui la veridicità della parola è al fondamento dei rapporti tra le nazioni ai fini del mantenimento della pace. Papa Leone ha affrontato proprio la questione dell’inclusività per denunciarne l’intrinseca ambiguità sulla considerazione di un linguaggio diventato sempre più fluido e, come tale, incline a negare la libertà di espressione dell’altro. Paradossalmente, laddove si invocano le ragioni dell’inclusività, a venire meno è la libertà di espressione. Queste le parole del Papa: «Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». La spinta verso l’inclusività nel linguaggio è vista da Leone come il tentativo di imporre una monocultura a cui è necessario piegarsi per evitare di essere considerati avversari dell’ideologia dominante. Da qui deriva la pseudo cultura del “woke” che rimuove anche dalla storia quanto in essa viene percepito come discriminatorio, impone “atti di dolore” per quanto compiuto da generazioni precedenti, invoca il superamento dei generi, se non dei sessi, con l’introduzione dello “schwa”, che, da vocale neutra dell’alfabeto fonetico internazionale, si presta bene a superare il maschile e il femminile, oltre ad ogni genere di amenità. La presa di posizione del pontefice regnante, anche se rivolta ad extra, risulta tanto più significativa se letta ad intra, ovvero all’interno della Chiesa. Infatti, si assiste ad un movimento costante, specie nell’esegesi, di interpretazione dei testi e degli stessi fatti storici in linea con la visione dell’inclusività. L’ancoraggio della parola alla Verità è messo in secondo piano con interpretazioni “prurientes auribus”, volte a stuzzicare l’ascolto degli uomini, come direbbe S. Paolo. Nella dimensione inclusiva non c’è posto per la censura morale dei comportamenti onde scongiurare lo stigma per singoli o per gruppi. In realtà, resta sempre valida l’esortazione dell’Apostolo a Timoteo a perseverare nella giusta dottrina “opportune, importune” in vista dell’affermazione della Verità. Sotto quest’aspetto, papa Leone invita a recuperare il significato autentico della parola nella sua connessione con la realtà: «Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile». A rafforzare quest’affermazione Prevost recupera una singolare similitudine agostiniana tratta dal libro XIX della Città di Dio. S. Agostino ricorre all’immagine di due uomini costretti a vivere insieme, ma separati dall’incomunicabilità di lingue diverse. La conseguenza è che è più facile intendersi tra muti animali piuttosto che tra individui pur stretti dal vincolo di natura: «Infatti, quando ciò che sentono non possono comunicarselo tra loro per la sola diversità della lingua, una così grande affinità di natura non giova per niente ad unire gli uomini al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane che con un estraneo». A tale disparità di linguaggi conduce la tendenza a promuovere a tutti i costi i valori dell’ideologia dominante, compendiati anche da una falsa nozione di inclusività che riduce i margini della libertà di espressione dell’altro. Così si afferma sempre di più la fluidificazione del linguaggio disancorato dalla realtà, e per ciò stesso dalla verità, con la conseguenza di uomini che non sono più capaci di intendersi laddove restano penalizzati dall’ideologia dominante, costretti a rapportarsi con il loro cane piuttosto che con un proprio simile.

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