Giovanni Falci
Caro Direttore,
l’osservazione forzosa delle migliaia di manifesti elettorali che in questi giorni occupano ogni centimetro quadrato dei muri della città, mi ha spinto a delle riflessioni sulla qualità estetica e di comunicazione della loro quasi totalità. Ovviamente, per evidenti ragioni di opportunità, non è mia intenzione nominare nessuno dei candidati, si tratterebbe di una indiretta pubblicità degli stessi a mio avviso non corretta. Le mie saranno quindi riflessioni di ordine generale basate sulle sensazioni che determinate scelte di rappresentazione mi hanno evocato e che, per la loro oggettività, anche se in maniera sublimale possono evocare nell’osservatore. Il primo errore di comunicazione lo hanno commesso quei candidati che si sono fatti ritrarre con le braccia conserte, e sono quasi tutti! È questo infatti, nel linguaggio del corpo, un segno di chiusura verso il prossimo, di diffidenza, di difesa e di comando. In genere, le persone che tengono le braccia incrociate in pubblico sono individui introversi, timidi e che non sono pienamente a proprio agio in mezzo alla folla. In psicologia ho letto che “le braccia conserte indicano la volontà di mantenere un atteggiamento di superiorità nei confronti dell’altro, quasi il desiderio di ostentare il proprio potere e di chiudersi metaforicamente alle richieste delle altre persone”. Alla faccia del consenso elettorale e della democrazia! È quindi il gesto che evoca autoritarismo, specie se ad esso si accompagnano volti non sorridenti; e qualcuno c’è. È, in buona sostanza, l’opposto dell’abbraccio che è rappresentato con le braccia allargate e che comunica amicizia, contatto, partecipazione comune. Devo dire che c’è stata una sola candidata che è andata in contro tendenza e si è fatta fotografare addirittura con le gambe allargate, seduta e sorridente. E devo dire che ce ne è un altro di candidati che, a prescindere dal discutibile colore del pantalone che indossa, comunica un cammino in comune che intende intraprendere con le persone a cui chiede di essere votato. Di contro c’è stato, poi, un candidato che sembra mandarti a quel paese con il classico gesto dell’ombrello; nelle sue intenzioni doveva essere un messaggio del tipo “rimbocchiamoci le maniche” ma nella pratica potrebbe essere letto come “ve lo metto a quel servizio”. Ovviamente la scelta di queste immagini non è stata fatta, secondo me, da professionisti della comunicazione; sicuramente è stata decisa o dagli stessi candidati o da persone non addette ai lavori; ma questo, se da un lato attenua le colpe delle decisioni sbagliate, dall’altro suona come campanello d’allarme nei confronti di costoro che dimostrano di non sentire trasporto verso il prossimo ma solo voglia di potere. Tornando all’autoritarismo, in questa attuale società, questo forse è il messaggio drammaticamente più coerente. A mio avviso stiamo vivendo un momento storico di restaurazione dell’autoritarismo e Trump ne incarna il prototipo per eccellenza. Oggi il ricoprire una carica qualsiasi, da sindaco a portiere di un condominio determina un rapporto sbilanciato verso gli utenti. Per carità, l’Autorità è un valore ineccepibile, ma la sua degenerazione in autoritarismo va combattuta con vigore. Le conquiste di uguaglianza del ‘68 sono state definitivamente abbattute in questa società in cui l’unica “libertà” rimasta è quella di scegliere cosa acquistare per mostrare e dare senso ad uno status sociale collegato alla ricchezza materiale. Altro errore lo hanno commesso tutti i candidati che si sono fatti fotografare dal basso. Questa tecnica, usata per dare slancio alle immagini e alle figure, si traduce nel manifesto nella sensazione di essere guardati dall’alto in basso che certamente non è sensazione piacevole per l’osservatore. Crea quello stesso stato di distacco delle braccia conserte e certamente non favorisce quel trasporto verso il candidato e si pone anch’essa nell’ottica dell’autoritarismo di cui prima. Evoca Mussolini che era solito farsi riprendere dal basso, con le braccia conserte, per dare quella sensazione di comando che era propria del dittatore. A seguire un altro tormentone del momento elettorale: il tagliandino pubblicitario nella buca delle lettere.
L'articolo Salerno, Breve analisi dei manifesti elettorali proviene da Le Cronache.
