Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi

Una pagina che non si carica, un server che non risponde. Uno scenario frequente per chi naviga sulla Rete in Cina, soprattutto per i turisti che provano a collegarsi a social o alcuni siti occidentali senza utilizzare reti private virtuali (vpn) in grado di aggirare la cosiddetta Great Firewall messa in piedi dalle autorità di Pechino. Sin qui, il mondo ha guardato alla Grande Muraglia Digitale come a un ostacolo alla “uscita” degli utenti cinesi. Oggi, invece, il movimento sembra attento non soltanto a bloccare ciò che entra, ma anche a controllare ciò che esce. Tradotto: non solo si filtrano i contenuti esterni, si filtra anche lo sguardo dall’esterno.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Cinesi con smartphone (di Fenghua via Unsplash).

La Grande Muraglia digitale al contrario

Sembra questa l’inedita dinamica che emerge da una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Cybersecurity: sempre più siti governativi cinesi risultano inaccessibili dall’estero in una sorta di Grande Muraglia Digitale al contrario. Gli autori del report hanno analizzato oltre 13 mila siti governativi, attraverso test condotti da differenti località al di fuori del territorio della Repubblica Popolare. I risultati indicano che più della metà di questi portali non era accessibile dall’estero. In circa un caso su 10, l’inaccessibilità sembrerebbe dipendere da pratiche deliberate di geo-blocco, ovvero da sistemi che identificano la provenienza geografica dell’utente tramite indirizzo IP e impediscono l’accesso a utenti situati in determinate aree del mondo. Negli altri casi, le cause potrebbero includere colli di bottiglia infrastrutturali o configurazioni tecniche frammentate, ma il dato complessivo resta significativo: l’accesso internazionale alle informazioni pubbliche cinesi si starebbe restringendo. Le pratiche di geo-blocco sono state utilizzate anche da altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti, per limitare l’accesso a determinati contenuti o banche dati per utenti stranieri. Ma, secondo gli autori della ricerca, l’ampiezza e la sistematicità del fenomeno cinese sembrano distinguersi per scala e potenziale impatto.

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Immagine realizzata con l’IA.

Pechino punta sulla sovranità digitale

Il fenomeno sembra rappresentare l’ultimo stadio del sofisticato processo di evoluzione del modello digitale cinese. Negli Anni 90, l’Occidente guardava alla Rete come uno strumento potenzialmente democratizzante, nella convinzione che la libera circolazione delle informazioni avrebbe inevitabilmente favorito processi di apertura politica e di rafforzamento della società civile, Cina compresa. Ma Pechino è stata in grado di costruire gradualmente un modello alternativo, fondato sul principio della sovranità digitale, secondo cui lo Stato mantiene il diritto esclusivo di regolare, filtrare e supervisionare lo spazio online entro i propri confini. La Great Firewall ha rappresentato l’architrave di questo sistema: un insieme di tecnologie e regolamentazioni capace di filtrare contenuti in ingresso, bloccare piattaforme straniere e promuovere lo sviluppo di un ecosistema digitale autoctono. La sua infrastruttura non si limita alla censura reattiva dei contenuti, ma opera in modo proattivo, orientando e modellando a monte l’accesso alle informazioni. Nel tempo, questa strategia ha favorito la nascita di un ambiente digitale integrato, dominato da colossi tecnologici nazionali e da super-app in grado di concentrare servizi, comunicazione, pagamenti e commercio in un unico spazio.

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Il logo di Tencent (Imagoeconomica).

Così si prevengono attacchi, sabotaggi e data mining

La novità emersa dallo studio pubblicato sul Journal of Cybersecurity riguarda però il movimento opposto. Se la Great Firewall impedisce agli utenti cinesi di accedere liberamente a contenuti stranieri, la “Grande Muraglia Digitale al contrario” limiterebbe l’accesso degli utenti stranieri ai contenuti pubblici cinesi. Il principio di fondo sembra coerente con una concezione estesa della cybersicurezza adottata dalle autorità di Pechino, che copre non solo la protezione da attacchi informatici o sabotaggi ma anche la prevenzione del data mining, della raccolta di informazioni open-source e della diffusione di narrazioni ritenute dannose per l’immagine e la stabilità del Paese. Negli ultimi anni, diversi episodi hanno alimentato le preoccupazioni delle autorità cinesi riguardo all’uso non desiderato di dati pubblicamente accessibili. Rapporti di organizzazioni internazionali e centri di ricerca si sono spesso basati su documentazione reperita su siti governativi locali o regionali per analizzare politiche pubbliche, dinamiche di sicurezza o situazioni controverse come quella dello Xinjiang. In alcuni casi, documenti inizialmente disponibili online sono stati rimossi o modificati. In parallelo, l’accesso dall’estero a piattaforme private contenenti dati economici, aziendali o accademici è stato limitato, rafforzando l’impressione di una strategia più ampia volta a contenere la fuoriuscita di informazioni sensibili.

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Immagine realizzata con l’IA.

Il blocco è un ostacolo per chi vuole investire in Cina

Le implicazioni di questo processo sono molteplici. Per la comunità accademica internazionale, la progressiva inaccessibilità delle fonti originali rischia di aumentare l’opacità del sistema e di rendere più difficile una valutazione basata su dati verificabili, favorendo interpretazioni unilaterali e polarizzate. Anche per le imprese straniere il fenomeno non è privo di conseguenze. L’analisi del contesto normativo locale, dei bandi pubblici, delle direttive amministrative e dei piani di sviluppo regionali rappresenta un passaggio cruciale per chi intende operare in Cina o collaborare con partner cinesi. Un accesso limitato alle informazioni ufficiali complica la due diligence, aumenta l’incertezza e può scoraggiare investimenti o iniziative di cooperazione. Resta da capire se questa fase di “chiusura” rappresenti un test temporaneo o l’inizio di una trasformazione strutturale. In ogni caso, la tendenza si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione dei confini digitali in cui la Cina (come diversi altri Stati, occidentali compresi) sta cercando di stabilire standard tecnologici autonomi e di proteggere il proprio “territorio virtuale” dalle ingerenze esterne.