SALERNO DI ELLY SCHLEIN

Rino Mele

Nel 1777, Vittorio Alfieri scrive Della tirannide (da poco aveva riletto le Istorie fiorentine di Machiavelli, “divino autore” come lui lo chiama). Nel capitolo secondo, Alfieri scrive: “Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui, chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità”. Con parole di pietra, nel capitolo settimo, rappresenta la nientificazione del soggetto politico, del cittadino, scompostamente realizzata dalla violenza del tiranno: “Nella tirannide le soldatesche sono tutto, ed i popoli nulla”. Anche Salerno è riuscita a meritare il suo piccolo tiranno e sembra quasi non sappia più farne a meno. Qualche mese fa, la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, ha fatto un errore devastante, affidando al figlio dell’antidemocratico De Luca la regia formale della politica del partito nella nostra regione: per preparare il ritorno della democrazia a Salerno, ha messo il progetto del partito nelle mani di Piero De Luca pur sapendo che esse sono rovinosamente ben strette in quelle del padre. Ora s’appressano due elezioni, quella più ravvicinata  della presidenza della Provincia e l’altra per dare finalmente un sindaco di libertà alla nostra città: ma Salerno è diventata muta, ha perso la parola e s’è inaridito il pensiero che dovrebbe precederla. Un silenzioso delirio politico. Il Pd sta in attesa, catafratto dal suo stesso vuoto nell’orto delle volpi, dove De Luca padre si agita nella sua acerba battaglia: mentre il Pd nazionale nella sua inconsapevolezza sogna un Campo Largo che vinca a Salerno: poi, come sempre accade al risveglio, nessuno ricorderà cosa ha sognato. La segretaria nazionale Elly Schlein (lei qualcosa ha detto sulla necessità di ripetere l’esperienza delle vittoriose elezioni regionali ma quasi come un fuggevole vento) e il segretario regionale, con il loro silenzio sanno e non sanno di combattere la stessa conflittuale giostra dell’illusorio potere che da tre generazioni De Luca rappresenta con l’arroganza del suo orrendo teatrale incombere sui salernitani. E ora, l’inconsistenza del pensiero politico della Sinistra ha affidato la rinascita democratica proprio all’ubbidiente figlio di chi contrasta la democraticità delle istituzioni. Due giorni fa, il 17 febbraio, “Il Mattino” ha scritto: “Sensazione che, a questo punto, inizia a diffondersi, prendendo sempre più corpo, è che il candidato in pectore Vincenzo De Luca possa essere intenzionato a proporsi anche come presidente a Palazzo Sant’Agostino”: ma di queste elezioni provinciali così vicine che – secondo la non eludibile legge Delrio – dovranno essere tenute entro 90 giorni dalle dimissioni dell’ultimo presidente (5 febbraio 2026) il Partito Democratico non parla: la nebbia della complicità copre il paesaggio politico, lo inabissa in un profondo vuoto. Con vaga certezza, la segretaria nazionale Schlein sorride lontana: alla piccola regia dell’infelice terra salernitana ha delegato il segretario regionale, che non parla e non può: quasi avesse due volti, due forti identità che lo distraggono, la prima greve e irrinunciabile di figlio e l’altra – la porta addosso, come un convalescente che non sa come guarirne – di segretario regionale del Partito Democratico. In quest’afonìa politica (tutti hanno perso la voce) muore Salerno. Intanto, in una stanza rettangolare con un vecchio sipario dipinto sulla parete, un consumato attore, alza sempre più la testa davanti a uno specchio da camera, fa mussoliniane prove strettamente avvolgendosi – e più strettamente tornando a costringervisi – in una scolorita fascia tricolore.

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