Fino a qualche mese fa non sembravano esserci dubbi: J.D. Vance era l’unico astro repubblicano in grado di raccogliere il testimone di Donald Trump alle Presidenziali del 2028. Ma nelle ultime settimane un altro big dei Gop ha guadagnato terreno e – secondo molti – avrebbe già effettuato il sorpasso. Si tratta di Marco Rubio, segretario di Stato diventato portabandiera della Casa Bianca in questo secondo mandato trumpiano fortemente incentrato sulla politica estera. Capo della diplomazia americana, Rubio ha un atteggiamento più moderato rispetto allo spigoloso Vance, addirittura più estremo dell’attuale presidente.

L’ascesa di Rubio è stata sancita in Baviera?
Non che per diventare presidente Usa sia necessario l’apprezzamento dei leader europei, ma il plauso ricevuto da Rubio alla Conferenza di Monaco sta dando un certo slancio alla possibilità che sia lui l’erede di Trump. Se il discorso con cui il segretario di Stato ha evidenziato l’importanza della cooperazione internazionale – «Non abbiamo bisogno di abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né di smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito», ha detto, «ma queste devono essere riformate» – ha ricevuto in Baviera una standing ovation, nello stesso luogo un anno fa furono invece accolte con freddezza le parole di Vance contro l’immigrazione di massa e la repressione della libertà di espressione nel Vecchio Continente. Dopo la Germania, Rubio ha poi proseguito il suo viaggio in Slovacchia e Ungheria, dove ha incontrato i rispettivi leader filo-Trump, Robert Fico e Viktor Orban. Tra i pochi a parlare della cattura di Nicolas Maduro, il segretario di Stato ha supervisionato l’operazione venezuelana a Mar-a-Lago e ha giocato un ruolo fondamentale nello stringere relazioni con la presidente ad interim, Delcy Rodríguez. E, sebbene sia il capo della diplomazia a stelle e strisce, ha assunto un ruolo di alto profilo nel promuovere il programma di Trump pure in ambito nazionale, tra cui il ridimensionamento del dipartimento di Stato e la chiusura dell’Usaid.

A proposito di obiettivi raggiunti, il sito del dipartimento di Stato, nel decantare le «vittorie diplomatiche» del primo anno del Trump-bis, elenca diversi successi che il tycoon considera fondamentali come lascito al Paese, tra cui lo stop all’immigrazione illegale di massa, la garanzia di pace nel mondo e un’Europa che pagherà di più per la difesa. Ma viene citata anche l’intitolazione a Trump dello U.S. Institute of Peace: Rubio insomma intende continuare a migliorare la sua immagine non solo a livello internazionale, ma anche nella cerchia di The Donald. Con l’obiettivo, chissà, di fargli dimenticare che nel 2016 furono persino rivali per la candidatura del Gop alle Presidenziali.

Vance, sotto pressione, inizia con le invasioni di campo
Vance, che non si fece scrupoli ad aggredire verbalmente Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e nemmeno a definire «parassiti» gli europei, e che di recente ha incolpato la sinistra per le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, continua con il suo approccio estremo. Ma il vicepresidente Usa, sintonizzato sulla politica nazionalista e protezionista dell’America First tanto cara al capo della Casa Bianca, inizia a essere sotto pressione. Intervistato da Fox News, quando gli è stato chiesto se volesse candidarsi alla presidenza, si è smarcato dichiarando di essere concentrato sul suo attuale incarico. E sul possibile duello con Rubio ha affermato che «i media vogliono creare un conflitto che non esiste», spingendosi a definire l’attuale segretario di Stato come «l’amico più caro» all’interno dell’Amministrazione. «Marco sta facendo un ottimo lavoro. Io sto cercando di fare il miglior lavoro possibile. Il presidente sta facendo un ottimo lavoro. Continueremo a lavorare insieme», ha poi chiosato Vance. Ma il 2028 prima o poi arriverà. E la sensazione è che Vance stia tentando di ritagliarsi sempre più spazio. Negli ultimi giorni, ad esempio, è intervenuto sui colloqui con l’Iran: poche parole sulla mancata svolta a Ginevra, ma comunque un’invasione nel campo di Rubio.

Trump intanto non si pronuncia sul suo successore
Trump, che nel 2024 preferì avere al suo fianco come candidato vicepresidente Vance anziché Rubio, falco della politica estera finito poi a capo del dipartimento di Stato, dopo la Conferenza di Monaco ha elogiato entrambi. «J.D. e Marco sono fantastici, lo penso davvero», ha dichiarato, evitando di pronunciarsi sul suo possibile ‘erede’ politico: «Non devo preoccuparmene ora», ha tagliato corto. A maggio del 2025, il tycoon aveva messo sullo stesso piano Vance e Rubio. Lo scorso agosto, aveva suggerito l’ipotesi di un ticket repubblicano tra i due delfini alle elezioni del 2028, ma come vice. I sondaggi MAGA danno ancora Vance favorito alla successione, ma nella testa (e nel cuore) di The Donald chissà: forse Rubio sta conquistando l’endorsement presidenziale.
