Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse

Ci siamo, anche se il forse è d’obbligo finché una firma non lo trasformi in certezza. E finché non si trova un accordo definitivo sul prezzo (alla finestra c’è sempre Leonardo Maria Del Vecchio in agguato), che non è un nodo di poco conto ma che i due attori della trattativa sembrano determinati a sciogliere per non tirarla alle Calende, greche come l’acquirente designato Theodore Kyriakou, patron del gruppo Antenna, di cui Tony Blair è appena diventato senior advisor. Ma sulla cessione di tutta Gedi, compresa La Stampa, che però è oggetto di una trattativa in esclusiva fino ad aprile con la Sae di Alberto Leonardis, si intravede il traguardo di primavera.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il ceo di Exor John Elkann (foto Ansa).

Alla fine dovremmo dunque avere un armatore ed editore televisivo straniero che entra nella carta stampata di un altro Paese, immune ai sovranismi e ai golden power che il suo governo ipersensibile al tema ha già detto di non voler esercitare. Il pre-accordo arriverà a breve, il closing è una formalità: la casa editrice è interamente controllata dalla Exor di John Elkann, e Elkann ha deciso da tempo di voler fuggire mille miglia lontano da ciò che ha sentore di editoria.

Resta il nodo di una zavorra: Stardust

Il perimetro dell’operazione comprende le radio, la Repubblica, Huffington Post, i pochi periodici rimasti, Limes in testa, e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Sulla carta, un pezzo ancora significativo dell’ecosistema informativo italiano. La trattativa ha accumulato settimane di due diligence così minuziose che, al confronto, La Recherche di Marcel Proust sembra un romanzo breve. Si parla di 160 mila pagine, cifra che cresce nel passaggio da un testimone all’altro, come nella migliore tradizione del racconto orale. Perché il nodo non era la valutazione dei giornali, settore dove i multipli ormai sono retaggio del passato, ma la zavorra che Gedi si porta dietro. Una zavorra con un nome preciso: Stardust.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Il logo di Gedi e quello di Stardust.

Acquisita nel pieno dell’euforia per la creator economy e l’influencer marketing, Stardust era stata presentata come la porta d’accesso al futuro: contenuti nativi per social, community verticali, brand integration, engagement. Tutto in inglese, tutto promettente e destinato a lauti dividendi. Il prezzo d’acquisto si aggirava attorno ai 30/40 milioni, con valutazioni fondate su crescite a doppia cifra e prospettive da Silicon Valley in salsa meneghina.

Margini compressi, costi più alti del previsto: un buco nero

Poi però quando, come dice il guru dell’immobiliare Roberto Carlino, si è trattato di passare dai sogni alla solida realtà, si è scoperto il disastro. Margini compressi, costi più alti del previsto, una dipendenza strutturale dalle piattaforme che decidono algoritmi e visibilità come un sovrano assoluto. Risultato: rettifiche, svalutazioni, impairment che tra scritture contabili e aggiustamenti di goodwill hanno pesato per decine di milioni sui conti consolidati. Un buco nero, appunto.

Kyriakou sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti

Ed è su questo buco, da cui man mano che si procedeva nell’analisi dei conti uscivano sgradite sorprese, che la trattativa si è incagliata per settimane. Kyriakou, uomo di televisione e sport – sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti, si suppone pescati tra gli esuberi di Gedi – sa che i contenuti contano. Ma sa anche che i bilanci contano di più. Ed è per questo che sta tirando sul prezzo.

Sulla vendita di Repubblica ci siamo. Forse
Dazn (Ansa).

Quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga?

La discussione non è stata su Repubblica, brand ancora forte nel suo ineluttabile declino strutturale, né su Manzoni, asset strategico in un mercato pubblicitario sempre più concentrato. Il braccio di ferro è stato sulla quantificazione del passato: quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga? Lo paga Kyriakou, ma con un cospicuo sconto sull’ammontare complessivo dell’operazione, sulla quale si erano sentite le cifre più disparate, anche 140 milioni, nell’ottica del venditore che vuole far pesare l’indubbio valore della parte radiofonica.

Il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un modello di business

La domanda che ora tutti si fanno è se Kyriakou saprà gestire Repubblica, quotidiano preda di una crisi conclamata di copie e lettori. Ma la vera domanda è se l’editoria italiana abbia finalmente capito che il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un nuovo modello di business. Senza il quale, finché si resta sospesi tra nostalgia della carta e dipendenza dagli algoritmi, ogni cessione verrà presentata come una rinascita. E vissuta come una resa.