Perché l’accordo Usa-Taiwan fa tremare lo scudo di silicio

Un accordo storico. Oppure un saccheggio commerciale. Sono i due modi in cui è possibile leggere l’intesa tra Taiwan e Stati Uniti, che dopo mesi di trattative infruttuose ha portato a una riduzione dei dazi di Washington sui prodotti di Taipei, in cambio però di notevoli concessioni sul settore più strategico di tutti per l’isola: i chip. Il tutto mentre Donald Trump getta nuovi dubbi sulla postura della Casa Bianca nei confronti di un’eventuale crisi militare con la Cina sullo Stretto di Taiwan.

Il vero fulcro dell’accordo sono i semiconduttori

L’accordo, apparentemente tecnico e circoscritto, si inserisce in uno dei nodi geopolitici più delicati del XXI secolo: l’intreccio fra sicurezza, tecnologia e competizione strategica tra Washington e Pechino. La riduzione delle tariffe dal 20 al 15 per cento, allineando Taipei a Giappone e Corea del Sud, è solo la superficie di un’intesa che ha come vero fulcro i semiconduttori, ossia uno degli asset più sensibili dell’economia globale. A fronte dell’abbassamento dei dazi, Taiwan ha garantito un aumento degli investimenti da parte dei colossi dei chip per le attività negli Stati Uniti, per un totale di 500 miliardi di dollari. L’industria tecnologica taiwanese si impegna a realizzare almeno 250 miliardi di dollari di investimenti diretti (inclusi i 100 già promessi nei mesi scorsi dal gigante TSMC) per espandere negli Stati Uniti le attività nei settori dei semiconduttori avanzati, dell’energia e dell’intelligenza artificiale. Taiwan ha anche accettato di fornire ulteriori 250 miliardi di dollari in garanzie di credito per sostenere nuovi investimenti nella filiera statunitense dei chip. 

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Il presidente taiwanese Lai e il ceo di Tmsc C. C. Wei (Ansa).

Il pressing coercitivo degli Usa su Taiwan

Un’intesa era agognata da tempo da Taipei, che era uno dei pochi partner commerciali globali degli Usa rimasti senza un accordo dopo il Liberation Day dello scorso aprile. Ma c’è chi ritiene che le concessioni siano troppe ed effettuate di fronte a un pressing quasi coercitivo. «Se non costruiscono in America, è probabile che i dazi sui loro chip arrivino al 100 per cento», ha commentato infatti il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick. «Se si impegnano a costruire in America, possono importare i loro semiconduttori senza dazi durante il periodo di costruzione». Secondo l’accordo, le aziende che realizzeranno nuovi impianti negli Stati Uniti potranno importare senza dazi un volume pari a 2,5 volte la loro attuale capacità produttiva durante la fase di costruzione, con un’aliquota ridotta applicata alle spedizioni che supereranno tale quota. Una volta completati gli impianti produttivi, il tetto scenderà a 1,5 volte la capacità attuale.

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Howard Lutnik (Ansa).

L’intesa mette a rischio lo scudo di silicio

Taiwan è il cuore pulsante della filiera mondiale dei chip avanzati. In particolare TSMC, con oltre la metà della fabbricazione globale di chip conto terzi e una posizione quasi monopolistica nei nodi tecnologici più sofisticati, rappresenta una risorsa che va ben oltre il piano economico. Da anni, analisti e decisori politici parlano dello “scudo di silicio” dell’isola: la centralità di Taiwan nella produzione di chip rende l’isola indispensabile per l’economia globale e per l’apparato tecnologico-militare statunitense, creando un potente incentivo per Washington a garantirne la sicurezza e, allo stesso tempo, un parziale deterrente nei confronti di Pechino, che dipende in modo strutturale dalle forniture taiwanesi.

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Secondo alcune voci interne a Taiwan, è proprio questo equilibrio che l’accordo con gli Stati Uniti rischia di alterare. La promessa di investimenti per circa 500 miliardi di dollari nella produzione su suolo americano, con l’espansione massiccia degli impianti TSMC negli Usa – cinque nuovi stabilimenti che si aggiungono ai tre già in costruzione – risponde perfettamente alla strategia di Trump: ridurre la dipendenza americana dall’Asia orientale per i semiconduttori e, soprattutto, sottrarre alla Cina il vantaggio competitivo che deriva dall’accesso indiretto ai chip taiwanesi. In questa chiave, la pressione esercitata su Taipei per “cedere” parte della sua leadership produttiva non è solo economica, ma profondamente geopolitica.

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Donald Trump (Ansa).

Washington punta al disaccoppiamento tecnologico dalla Cina

Dal punto di vista statunitense, la rilocalizzazione della produzione è una mossa coerente con la più ampia politica di (parziale) disaccoppiamento tecnologico dalla Cina. Rafforzare la capacità industriale interna significa rendere gli Stati Uniti meno vulnerabili a shock geopolitici nello Stretto di Taiwan e più capaci di sostenere il confronto strategico con Pechino nel lungo periodo. Tuttavia, ciò che per Washington appare come una razionalizzazione della sicurezza nazionale, per Taiwan può trasformarsi in un’erosione progressiva della propria assicurazione strategica.

L’accordo infiamma la politica taiwanese

Nel dibattito politico taiwanese sull’accordo commerciale con gli Stati Uniti emergono posizioni divergenti tra i principali partiti, riflettendo diverse visioni su come bilanciare sicurezza, sviluppo economico e sovranità nazionale. La forza al governo, il Partito Democratico Progressista (DPP), ha difeso con forza l’intesa, sostenendo che si tratti di un’opportunità per rafforzare la cooperazione tecnologica con gli Stati Uniti e sostenere l’espansione dell’industria high-tech taiwanese a livello globale. Il DPP ha anche messo in guardia contro la disinformazione e la «guerra cognitiva» sui social media, accusando critici dell’accordo di diffondere narrazioni allarmistiche secondo cui Taipei starebbe «vendendo l’industria» o cedendo troppo alla pressione di Washington, e chiedendo al pubblico di mantenere una valutazione basata sui fatti piuttosto che sulle polemiche infondate.

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Il presidente taiwanese Lai Ching-te (foto Ansa).

Sul versante dell’opposizione, il Kuomintang (KMT) ha espresso una critica molto più cauta e in alcuni casi apertamente scettica sull’accordo. I deputati del KMT hanno chiesto al governo di presentare una dettagliata valutazione d’impatto, sollevando dubbi su come l’enorme piano di investimenti possa influire sulla capacità competitiva dell’industria taiwanese e sulla sua base occupazionale. I membri del KMT hanno descritto l’impegno finanziario come troppo rischioso, potenzialmente equivalente a una significativa percentuale del Pil, e hanno accusato l’esecutivo di favoritismi che potrebbero “svuotare” la capacità produttiva locale piuttosto che creare un autentico partenariato equilibrato con Washington.

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La leader del Luomintang, Cheng Li-wun (Ansa).

In gioco c’è il futuro orientamento dell’isola

Queste posizioni riflettono più ampiamente le differenze strategiche tra i partiti: il DPP tende a enfatizzare l’importanza di consolidare l’alleanza con gli Stati Uniti come pilastro della sicurezza e della crescita tecnologica, mentre il KMT rimane più prudente circa i costi economici e sociali interni, con una visione che privilegia una gestione più cauta delle relazioni con Washington e un rilancio del dialogo con Pechino. L’esito di questo scontro interno sarà determinante non solo per l’attuazione dell’accordo stesso – che richiede l’approvazione parlamentare – ma anche per il futuro orientamento politico di Taiwan nel contesto della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.

Pechino grida al «saccheggio»

A complicare ulteriormente il quadro interviene la reazione di Pechino. Il ministero degli Esteri cinese ha definito l’accordo un «saccheggio economico» da parte degli Stati Uniti e una «violazione della sovranità» della Cina, riaffermando la posizione secondo cui Taiwan è parte integrante del territorio cinese. Questa retorica riflette la percezione, a Pechino, che Washington stia usando Taiwan come pedina nella competizione strategica, svuotandone progressivamente le risorse chiave e aggravando al contempo la questione della sovranità. Sul piano strategico, peraltro, l’incertezza generata da Trump rappresenta una discontinuità strutturale rispetto all’ambiguità “stabile” che per decenni ha caratterizzato la politica americana verso Taiwan. Con Trump, quell’ambiguità diventa fluida, personalizzata e potenzialmente transazionale. Le sue recenti dichiarazioni sul fatto che «spetta a Xi decidere» cosa fare su Taiwan, temperate solo da un’espressione di «forte disappunto» in caso di cambiamento dello status quo, introducono un elemento di instabilità concettuale. Non si tratta tanto di una rinuncia esplicita alla difesa di Taiwan, quanto dell’assenza di una cornice strategica chiara. Per Taipei, questo significa non poter più dare per scontato che la deterrenza americana sia automatica, lineare o slegata da considerazioni economiche e industriali. In questo contesto, Taiwan si trova in una posizione estremamente delicata. Da un lato non può permettersi di alienarsi il sostegno degli Stati Uniti, unico vero garante della sua sicurezza de facto. Dall’altro, rischia di diventare sempre più vulnerabile se il trasferimento di know-how e capacità produttiva riduce la sua centralità strategica. Una linea molto sottile su cui non è semplice restare in equilibrio.