A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.
Le offerte sul tavolo: pro e contro
La proposta di Flacks group
I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.

I numeri di Jindal Steel
Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’Oman. Game over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.

Cosa si muove (e cosa no)
Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli e Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».

Il piano vecchio, archiviato da Urso
Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.

Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi
Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.

Il piano industriale fantasma
Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.
