L’atroce morte di Paul Neeraj e la scomparsa delle lucciole

di Pierluigi De Felice* e Maria Gemma Grillotti Di Giacomo**

 

La morte del trentaduenne Paul Neeraj, cittadino indiano, avvenuta il 24 aprile nell’ospedale Ruggi di Salerno, non è una tragedia individuale ma la conseguenza di un modello agricolo insostenibile, figlio dell’arrogante speculazione. Il giovane lavoratore, da quanto si legge nella cronaca, è stato condotto in ospedale in condizioni gravissime, con gli arti inferiori compromessi, probabilmente da ustioni dovute all’esposizione a fitofarmaci. Mentre la giustizia farà il suo corso, di fronte a questo silenzio eloquente siamo obbligati — per scienza e per etica — a denunciare che questa tragedia, forse più correttamente definibile come omicidio, deriva da un fenomeno che ha un nome preciso: la logica assassina del potere speculativo, capitalista, finanziario.

 

Le trasformazioni recenti

 

Per capire la morte di Paul bisogna risalire a una trasformazione compiutasi silenziosamente negli ultimi decenni nelle nostre campagne, cartina al tornasole di modelli agroalimentari europei e globali dettati da una spinta finanziarizzazione. Emilio Sereni, nella sua Storia del paesaggio agrario italiano (1962), scriveva: «Quella estensione stessa del paesaggio delle piantagioni e del giardino mediterraneo, che sembra promettere una rinnovata preminenza agricola del Mezzogiorno, trova dei limiti insuperabili, più ancora che nelle condizioni geologiche e agronomiche di vasti territori, non adatti alle ricche culture arboree e arbustive, nella politica estera, commerciale, fiscale della nuova feudalità».

 

Le tesi di Sereni e Galasso

 

Vent’anni dopo Giuseppe Galasso stigmatizzava lo stesso processo di concentrazione denunciando: «L’agricoltura si è industrializzata e le campagne si sono urbanizzate… si è finito così con il parlare di campagne senza contadini e di agricoltura senza campagne; di “grande agricoltura” come corrispettivo di “grande industria” e di una realtà “post-contadina” in analogia con una realtà “post-industriale”».

Tuttavia, a cogliere il senso più profondo di quella trasformazione, è stato Pier Paolo Pasolini che, da grande artista qual era, ne ha denunciato con una formula immaginifica le drammatiche conseguenze:

 

L’intuizione di Pasolini

 

«Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni, le lucciole non c’erano più». Nell’articolo sulle lucciole del 1975, Pasolini denunciava la scomparsa di una civiltà contadina, di un corpo sociale che abitava i campi, li conosceva, li tramandava. Quella civiltà era stata divorata — disse — non dalla miseria, ma dal benessere del consumismo. Le lucciole sparirono perché sparì il buio dei campi. A quel buio si sostituì il neon delle serre industriali.

 

Economia? No, finanza

 

David Harvey, geografo e teorico critico del capitalismo, ha mostrato con rigore come la finanziarizzazione dell’economia sia un fenomeno tutt’altro che separato dall’agricoltura, anzi ne sia il motore principale: «Il capitalismo non può fare a meno dei poteri monopolistici e tenta di riassemblarli… La risposta ovvia è centralizzare il capitale nelle mega-imprese». Nella sua analisi dedicata alla geografia del dominio del capitale, Harvey dimostra come l’accumulazione per espropriazione — la capacità del capitale di valorizzare ciò che era bene comune e/o necessario alla sussistenza — produca inevitabilmente distorsioni e fragilità che noi riconosciamo come: concentrazione fondiaria, monoculture, agricoltura intensiva e speculativa, land grabbing, migrazioni forzate, uso massiccio di fitofarmaci, sfruttamento dei lavoratori, perdita di biodiversità, di qualità, di sicurezza alimentare.

Le campagne italiane ed europee hanno cambiato forma e colori in pochi decenni, sfruttate intensivamente anche per produzioni di qualità destinate ai consumatori del Nord globale, senza che più qualcuno si chieda chi le ha prodotte, in quali condizioni, a quale prezzo umano.

Oggi sappiamo che quel prezzo è Paul Neeraj. E prima di lui sono stati molti altri lavoratori, morti in silenzio.

 

Il caporalato non è un’eccezione

 

L’errore più comune nel dibattito pubblico è trattare il caporalato come un’eccezione criminale in un sistema altrimenti sano. È esattamente l’opposto. Il caporalato è la forma organizzativa razionale, lucidamente funzionale, di un’agricoltura intensiva che ha bisogno di lavoro abbondante e a basso costo, flessibile, non contrattualizzato e soprattutto silenzioso.

Le migliaia di lavoratori immigrati nelle nostre campagne — marocchini, rumeni, indiani, subsahariani — non sono lì per caso. Sono lì perché il sistema del caporalato, combinato con politiche migratorie assenti o distorte, produce esattamente il tipo di forza lavoro che l’agricoltura di speculazione intensiva richiede: disponibile sempre, pagata miserabilmente, esposta a fitofarmaci e sostanze chimiche senza protezioni, alloggiata in stalle e casolari abbandonati, incapace di protestare per paura di perdere la copertura legale — qualora esista — o spesso ricattata proprio dall’irregolarità del soggiorno, che la lega al padrone.

Paul non ha parlato. Forse non poteva. Forse sapeva benissimo cosa comportasse farlo. Le istituzioni tacciono. L’omertà ci riguarda e ci interpella tutti.

 

In lotta contro i troppi silenzi

 

Questo silenzio non è un vuoto: è un’infrastruttura. Funziona perché il benessere economico è costruito proprio su quella disponibilità di lavoro non contrattualizzato. Funziona perché la catena del valore agricolo — dal campo al piatto — è strutturata per non vedere i costi esternalizzati sui corpi dei lavoratori. Funziona perché le politiche migratorie degli ultimi anni hanno costruito sistematicamente la figura del lavoratore ricattabile, trasformando la precarietà del soggiorno in strumento di controllo sociale.

La Flai Cgil ha affermato che la morte di Paul «è il fallimento del sistema della sicurezza sul lavoro». È vero, ma è anche di più: è la riuscita di un sistema di produzione che ha bisogno di corpi sacrificabili e che produce spesso legittimazione ideologica mascherandola nell’eccellenza gastronomica, la DOP, il km zero.

Finché la discussione pubblica resterà confinata all’applicazione delle norme sul caporalato — certamente necessaria, certamente insufficiente — cambierà poco. La domanda strutturale è un’altra: quale modello di agricoltura vogliamo? Uno che richiede migliaia di lavoratori invisibili, esposti a sostanze chimiche senza tutele, alloggiati in condizioni disumane, morti in silenzio? O uno che restituisce alle campagne una presenza umana stabile, dignitosa, contrattualizzata?

Pasolini sapeva già la risposta. Le lucciole non tornano da sole. Qualcuno le ha spente deliberatamente — tanto che oggi non riusciamo più nemmeno a vedere la morte di Paul Neeraj, che aveva solo trentadue anni.

 

*PDF, professore. di geografia, Università di Salerno

**MGGDG, Presidente Associazione Gruppo di Ricerca Interuniversitario GECOAGRI LANDITALY

 

(da www.resistenzequotidiane.it)

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