di Vito Pinto
Quella che una volta era la piccola chiesa di San Gregorio, fondata intorno all’XI secolo nell’antica Via dei Mercanti, è oggi la sede del Museo virtuale dedicato alla prestigiosa Scuola Medica Salernitana, faro di incontrastata sapienza scientifica e umanitaria del Medioevo europeo. In quei locali oggi è possibile coniugare la virtualità del Museo con l’attualità di esposizioni d’arte grazie alla disponibilità della Fondazione Scuola Medica Salernitana, presieduta dall’oculata cultura di Ermanno Guerra, che gestisce quegli spazi. E da oggi, tradizionale giorno dell’equinozio di primavera, quell’aula una volta religiosa, ospiterà (vernissage ore 18,30) una mostra di pittura di Giorgio Della Monica, un insieme omogeneo del suo più recente lavoro “di una lunga e diversificata storia di esposizioni, eventi culturali e riconoscimenti paralleli all’alacrità della sua ricerca, alla perseveranza e costanza del viaggio intrapreso all’interno dell’attualità delle arti visive, che costituiscono il centro intorno a cui ruota il suo linguaggio artistico e la sua creatività”. Ogni mostra per l’artista salernitano è come una sorta di continua rinascita, un risorgere come quell’Araba Fenice di cui scrisse in versi “Che” Guevara, il rivoluzionario sudamericano, sognatore e, per molti, portatore di speranze, Scriveva il “Che”: «Ed io rinascerò, / come l’Araba Fenice / risorgerò! /Dalle ceneri, ancora calde, / mi solleverò dalle frustrazioni / e poi, come un sole mattutino, / mi vestirò di nuova luce». Versi che ha riportato, insieme ad altri di rinomati quanto delicati poeti, accanto ai suoi undici quadri montati in catalogo da Cesare Minucci con maestria d’arte grafica. E sono esclusivi sguardi di donne, con piccole, forse insignificanti contaminazioni che acquistano forza con il contraltare di versi. Sono sguardi di donne che entrano con i loro occhi nell’emisfero intimo del visitatore, contaminandolo con messaggi immaginifici. E si rimane sospesi, a pensare, meditare il messaggio che quegli sguardi lanciano, in un contesto pittorico non certamente asettico, ma a richiamo di pensieri altri. E di fronte ad uno sguardo di donna-angelo, con ali dispiegate su una enigmatica città serale a dominio di luna piena, balzano nella mente i versi di Alda Merini: «Angeli delicati come rose, / fiori perfetti della fantasia, / peregrini del mondo, musicali / adoratori di luce, angeli-mondi / come è l’asperula quando si alza / da un labbro che è ferito dalla grazia». Compagno della mostra è il catalogo, pagine che restano nel tempo, dove Virginio Quarta, pittore dalla straordinaria sensibilità di maestro dei nostri tempi, scrive: «Le donne di Giorgio sono così, misteriose e surreali, appartenenti a una galassia diversa e sconosciuta. Ti danno la possibilità di afferrarne soltanto le sembianze, l’aspetto esteriore, la leggiadria somatica e la voluttà del corpo; ma è soltanto un inganno dei sensi, una maschera dietro la quale, per molte inconsapevolmente, celano il loro intimo, la loro insoddisfazione e la ricerca di una libertà negata». Scorrono le pagine del catalogo in corrispondenza del quadro che si ha di fronte. Ed è una donna dal volto intenso, pensieroso con sullo sfondo un paesaggio dechirichiano. A fronte si legge un pensiero di Joumana Haddad, delicata poetessa libanese: «La donna che aspetta / sa che non è la barca, / quel che lei aspetta; / ma che è la barca / che sta aspettando lei». E l’anima si sospende in quei pensieri senza tempo eppure tenuti nascosti, che affiorano soltanto nei momenti di grandi emozioni. Pensieri non peregrini che Giorgio Della Monica ha cercato con paziente desiderio intimo di conoscenza, di intima corrispondenza con un percorso pittorico che in questi anni di silenzioso lavoro nel suo studio di Via Saverio Avenia ha condotto con puntigliosità d’artista senza le paure del cambiamento, della ricerca che aiuta nella difficile salita dell’erta d’arte. Quanto attuali, in questi quadri di donne che Giorgio ha fermato su tela, appaiono i versi che Cesare Pavese faceva rimbalzare dalle nebbie delle sue langhe: «E desidero solo colori. / I colori non piangono, / sono come un risveglio: domani i colori / torneranno… / Ogni nuovo mattino / uscirò per le strade cercando i colori». E come le langhe per il poeta piemontese sono il cuore pulsante della sua poetica, rappresentando un “paesaggio della memoria” dove gli uomini, con fatica, da sempre hanno lavorato la terra, così il nostro pittore, con fatica di pensiero, continua il suo viaggio alla ricerca di sempre nuove emozioni per necessità di meravigliarsi e di meravigliare, per quella inquietudine dell’anima che pervade, sine die, ogni artista, scrittore, poeta; personaggi che a volte sognano, ma fanno anche beneficamente, sognare. Annota Virginio Quarta nel suo testo di presentazione in catalogo: «Ha scandagliato con perspicacia la parte della donna che non vediamo, o che ci sforziamo consapevolmente di ignorare perché ci fa comodo, perché temiamo la sua intelligenza, il suo acume psicologico, il suo diritto alla libertà. Ha perforato la corazza con la quale la donna si difende, è andato oltre la maschera dietro cui nasconde il suo intimo più profondo e disconosciuto, si è calato dentro la sua vera dimensione». La donna, a volte inscrutabile, enigmatica, ma sempre amorevolmente materna, per sua natura ha in sé il potere di procreare, un potere che emoziona, come il libero ed elegante volo dei gabbiani; e come quel volo diamo per scontato, così non valutiamo l’atto del nascere alla vita come un miracolo che solo l’amore può generare. «Se invece dei capelli sulla testa ci spuntassero i fiori, sai che festa? Si potrebbe capire a prima vista chi ha il cuore buono, chi la mente trista», scriveva Gianni Rodari in “teste fiorite” che Giorgio ha posto a contropagina di una donna dalla testa ricca di fiori a cui manca solo il profumo. Undici tele, undici donne tutte diverse, tutte con un messaggio, tutte sapientemente amalgamate nella scansione cromatica, tecnica di cui Giorgio Della Monica «è padrone assoluto, la domina e la plasma alle proprie idee con la bravura dell’artista completo», scrive Quarta con la sapienza del pittore e del maestro ceramista (arte cui non si è sottratto per completezza d’arte) a frequentazione di bottega di Salvatore Autuori. Poi aggiunge: «I pieni e i vuoti (in Giorgio Della Monica – ndr) hanno un senso preciso e incontestabile, gli equilibri compositivi e cromatici vincono sulla smania di strafare perché rispondono soltanto a un’esigenza mentale, posseggono la concretezza delle idee e ogni particolare pittorico è al loro servizio, anche quello meno leggibile perché completa la percezione dell’opera nella sua interezza». Ritornano alla mente gli ammonimenti di una grande artista polacca durante la sua permanenza nella bottega delle mani vietrese: «La decorazione ceramica non è addizione, è sottrazione». E Della Monica ha provato la carezza ceramica, ha fatto scivolare i suoi pennelli a punta rasa sulle bianche superfici degli smalti vietresi. Undici tele, undici donne dagli sguardi intensi, profondi, dialoganti, una mostra da visitare per non perdere il gusto della riflessione d’arte.
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