Alla fine di questa campagna referendaria a Salerno, presso il Polo Nautico si è celebrata la chiusura dei comitati referendari e della Camera Penale Salernitana.
In una sala affollatissima si sono avvicendati i relatori a sostegno delle ragioni del SI’.
L’incontro è stato introdotto e moderato dal dr. Donato Salzano (portavoce dei Comitati Civili Radicali) ed ha registrato gli interventi di Giovanni Luciano, Francesco Iandiorio, Francesca Saveria Sofia, Sonia Senatore e l’avv. Cecchino Cacciatore.
Le conclusioni sono state affidate all’avv. Michele Sarno, Presidente della Camera Penale Salernitana.
Avvocato una grande partecipazione da parte non solo di addetti ai lavori, ma anche di tantissimi cittadini. Come interpreta tale segnale?
Sono estremamente soddisfatto dalla nutrita partecipazione della comunità Salernitana, che testimonia il desiderio di essere portata a conoscenza delle ragioni poste a base del referendum.
Desiderio che rappresenta la cartina al tornasole della volontà dei cittadini di esprimere un voto consapevole.
Sono grato alla comunità salernitana che ancora una volta ha voluto testimoniare a me ed all’intera avvocatura salernitana una vicinanza frutto di un rapporto antico che vede gli avvocati da sempre al fianco ed a tutela dei diritti dei cittadini.
Durante il periodo referendario abbiamo assistito troppo spesso ad uno scambio di offese che non rendono onore ad un tema così importante e delicato …
Purtroppo quella che doveva essere una campagna tesa e proiettata ad una corretta informazione da parte degli esponenti del comitato del no si è trasformata ahimè in una competizione politica.
Una competizione politica i cui tratti non appartengono alla riforma in quanto la stessa non ha un colore politico, non è di destra, di centro o di sinistra, ma rappresenta il desiderio di realizzare principi il cui unico comune denominatore è quello di assicurare una giustizia migliore ai cittadini.
In troppe occasioni quello che doveva essere un confronto dialettico democratico si è tramutato in una tenzone in un cui non si sono risparmiate accuse gratuite e destituite di fondamento.
Il comitato del no ha creato le condizioni perché il referendum si sostanziasse in un voto contro la Presidente del Consiglio ed il Governo di centro-destra.
E tutto questo ha falsato il campo della riflessione allontanando i cittadini dal tema a cui sono chiamati a rispondere.
Il referendum, infatti, affronta i temi della giustizia e risponde ad una necessità di cambiamento di cui le Camere Penali Italiane si sono fatte portatrici in maniera trasversale nell’interesse dell’Italia intera.
Come giudica il fatto che i rappresentanti del no definiscono questa riforma autoritaria nella misura in cui è proiettata ad assoggettare il Pubblico Ministero al Governo?
Ritengo che una tale affermazione ed un tale argomento siano il frutto della mistificazione della realtà da parte del Comitato del no che in assenza di argomenti adombra ipotesi catastrofiche destituite di fondamento.
Se i nostri contraddittori leggessero ciò che c’è scritto nell’art. 104 della Costituzione, non potrebbero non affermare che non c‘è alcun richiamo ed alcuna deriva autoritaria nella misura in cui non solo il Pubblico Ministero non è sottoposto al Governo ma addirittura la sua autonomia viene esaltata dal richiamo in Costituzione (effettuato nel corpo dello stesso articolo).
La riforma mira, invece, a separare le carriere ed a creare le condizioni di un’effettiva parità tra accusa e difesa rispetto ad un Giudice terzo.
Non è concepibile (e del resto ciò è previsto in tutte le democrazie occidentali) che in un processo il Pubblico Ministero (colui che accusa) sia collega del Giudice (che giudica).
E tanto perché è chiaro quanto una tale anomalia sia inaccettabile da un cittadino che si trova ad essere giudicato da chi fa parte della stessa squadra di chi lo accusa.
In varie occasioni per render chiaro questo concetto viene utilizzato l’esempio delle due squadre di calcio che si incontrano e l’arbitro che deve assicurare il corretto andamento della partita indossa la maglia di una delle due squadre.
Credo che ogni atleta che gioca nella squadra avversa a quella che ha schierato anche l’arbitro in campo si senta legittimamente un po’ pregiudicato.
In questo senso abbiamo il dovere di coltivare l’estetica del processo, in quanto il processo oltre che giusto deve apparire giusto e come la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.
Altra obiezione è legata al sorteggio. Lei crede che questo sia un metodo corretto di procedere?
Ritengo che questa sia l’unica soluzione praticabile per evitare e superare tutte le degenerazioni del sistema correntizio che ha denunciato lo scandalo Palamara.
Con Palamara è emerso che le correnti della magistratura determinavano i componenti del CSM e creavano un vincolo tra chi veniva eletto e chi lo eleggeva, alterando l’autonomia di chi doveva assumere decisioni laddove le stesse dovevano essere intraprese nei confronti dei propri elettori.
A ciò va aggiunto che il sistema correntizio basato sul rapporto diretto tra elettore ed eletto ha mortificato il merito facendo prevalere la cultura del rapporto personale (con i rappresentanti delle correnti).
Un rapporto la cui degenerazione può trovare soluzione solo attraverso il sorteggio che impedisce di fatto il condizionamento tipico di un sistema elettorale diretto.
Sulla base di una tale considerazione è evidente quanto una tale riforma non sia contro la magistratura, ma a favore della stragrande maggioranza dei magistrati che lavorano silenti e che troppo spesso non sono stati valorizzati per il fatto che non hanno ricercato sponsor e sostenitori.
Del resto non comprendo l’obiezione rispetto al sorteggio a maggior ragione laddove si consideri che le persone sorteggiate sarebbero dei magistrati.
Magistrati a cui nel nostro ordinamento viene conferito il potere di arrestare e condannare i cittadini e pertanto da ritenersi adeguati ed all’altezza di poter valutare i curricula dei propri colleghi al fine della individuazione, secondo il criterio del merito, delle progressioni di carriera.
Progressioni che in passato sono state assicurate e riconosciute a chi (vedi il caso Tortora) aveva arrestato e fatto condannare ingiustamente un cittadino, nel momento in cui non solo non c’è stata l’applicazione di alcuna sanzione disciplinare, ma addirittura è stato espresso un giudizio favorevole per ricoprire incarichi di prestigio.
Sulla base di ciò è evidente (anche e soprattutto in ragione degli avvenimenti storici che hanno segnato il nostro Paese) quanto una tale soluzione sia indispensabile e rappresenti il farmaco adeguato per la cura della malattia.
Un farmaco che tutti sono consapevoli essere corretto ma che contrastano solo perché hanno livore e non apprezzano il medico che glielo ha prescritto.
Lei sostiene che questa è una riforma trasversale che non ha matrice politica eppure vari rappresentanti del no continuano a definirla fascista ed una minaccia per la democrazia.
Ritengo assurda una tale affermazione che non fa i conti con la storia e con la realtà.
Il processo di innovazione a cui siamo addivenuti oggi prende le mosse dalla riforma di Giuliano Vassalli, il quale introdusse nel nostro codice il concetto del rito accusatorio, in cui accusa e difesa si confrontano in un sistema paritetico dinanzi ad un Giudice terzo.
La riforma muove, quindi, i suoi primi passi grazie a Giuliano Vassalli, che val la pena rammentarlo a chi fa finta di non saperlo (tra i fautori del comitato del no), era un partigiano premiato con la medaglia d’argento al valore e che si era contraddistinto per aver partecipato alla liberazione di due futuri Presidenti della Repubblica, Saragat e Pertini.
A questo punto risulta veramente difficile immaginare che una tale prestigiosa figura storica della sinistra italiana possa essere stata ideatrice di una riforma di tipo fascista (quel fascismo che Vassalli aveva sempre combattuto a rischio della propria vita).
Allo stesso modo non si può tacciare tale riforma quale fascista ed autoritaria se si riflette sul fatto che la sinistra da oltre 20 anni, attraverso i suoi più insigni rappresentanti (tra gli altri D’Alema), ha sempre sostenuto che uno dei punti fondamentali nella corretta amministrazione della giustizia era quello di una riforma che doveva prevedere la separazione delle carriere.
Tutto ciò dimostra quanto pretestuose siano le ragioni di chi dice no, laddove tale riforma non appartiene ad una parte politica ma a tutti i partiti e, quindi, all’Italia intera.
Quale crede che sarà l’esito del referendum?
Più che la previsione sull’esito mi auguro che ci sia una grande partecipazione al voto.
Una partecipazione che legittimi ed esalti lo strumento referendario quale momento di intervento del popolo sulle grandi questioni.
Per il resto spero che i cittadini allorquando si recheranno a votare rammentino che gli alfieri del no sono quelli che fino a due anni fa inneggiavano alla separazione delle carriere ed al sorteggio quale unico rimedio rispetto a quanto accaduto in Italia ed oggi hanno cambiato idea senza avere la capacità di spiegarne il perché.
Sono convinto, quindi, che nel momento in cui i cittadini rifletteranno su quanto accaduto sino ad oggi in Italia (in cui abbiamo registrato l’anomalia che troppo spesso chi ha sbagliato arrestando ingiustamente le persone non solo non è stato sanzionato ma addirittura è stato promosso) non avranno alcun tentennamento nel votare Sì perché con quel voto non avvantaggeranno un partito politico, non avvantaggeranno una fazione, ma in quanto membri della nostra Nazione creeranno le condizioni per un processo più giusto ed un futuro migliore.
L'articolo Michele Sarno: Con il S’ basta al sistema correntizio proviene da Le Cronache.
