Olga Chieffi
“Non dimenticate le madri. Le madri non hanno parola e non ricordano nemmeno la vita per continuare a vivere. Ma da loro – invisibili negre di una famiglia che mostra sul corso figliole ben vestite, giovanotti pallidi e capelloni, già vanitosi d’intelletto e oscuri d’anima – sembra quasi possa venire la parola che fermi il raggiro in cui la storia del Sud ha fatto minuziosamente il suo dovere”. E’ questo, l’avido appello che Alfonso Gatto rivolge a un ipotetico lettore ne “I figli di buona famiglia”, un capitolo di uno dei libri più densi e intensi che siano stati scritti su Napoli e il Mezzogiorno, “Napoli N.N.” La madre occupa un posto centrale nella biografia quotidiana che il critico-poeta tratteggia di una città, di cui si sente in qualche modo figlio, e di un Sud, sedotto e abbandonato al suo destino. La condizione materna aiuta a portare alla luce la situazione psicologica e storica della donna meridionale, almeno quale Gatto la reinventava sotto la pulsione anche di specifiche proiezioni culturali, all’interno di un nucleo familiare, nel quale l’elemento maschile giocava un ruolo di appartata latitanza: “(…)la donna pazienta con la propria indulgenza per l’uomo che porta a casa soltanto il bisogno d’essere sconfitto e viziato, si difende con la forza sfinita dall’imbelle che le attizza il desiderio senza soccorrerlo e che si ripromette da lei anche la sua incapacità di giudicare, di conoscere o soltanto di vedere. Lei deve dimostrare di ignorare tutto quello che sa o che teme, paga della finzione che le assicura i figli con cui le sarà dato di perpetuare, almeno nell’immaginazione, la vittoria dell’uomo”. Sono le parole, pronunciate “otre il segno”, da un saggio napoletano, Don Gerardo, nel capitolo “L’abito nero da cerimonia” di “Napoli N.N.” E i figli? I figli sono l’unico scarto che la norma impone a una società, segnata da un difficile incontro di solitudini. (…)la madre è sempre pronta a raccogliere la messe e quasi l’abbondanza della sua prostrazione e della sua fatica. Con un fil di voce resiste sempre all’usura della sua pazienza. E l’improvviso rigoglio con cui, lavando i panni a braccia nude, quasi s’ingolfa nella gioia, presto decade nell’allusiva cattiveria con cui strizza i panni o nella furia con cui li batte sull’asse. L’abbondanza della sua fatica sono i figli che, a vederseli sempre intorno, non ha mai avuto modo di contemplare e distinguere”. Questa ferma testimonianza si incide nello spettro di una biografia gattina, segnata dall’abbandono della casa del padre e della madre ergendosi ad emblema di una cronaca-storia meridionale, scandita dalla necessità di dare un nome, un nome vero, al proprio destino. In questa prospettiva, profondamente antropologica, di riconquista di una identità perduta o smarrita, al richiamo iniziale a “Non dimenticare le madri” fa eco la fede ancora in loro, “furie pazienti della generazione”, secondo le ultime parole de “La dinastia dei cugini”. Le affermazioni di gatto, riferibili a una realtà di cronaca e di storia tra primo e secondo dopoguerra, più che ad un’analisi rigidamente razionale, si prestano ad una rivisitazione realisticamente surreale. Nello spirito del paradosso e del grottesco, il critico-poeta costruisce i suoi suggestivi spartiti, rivendicando alla scrittura il potere di sublimazione, ma anche di identificazione, dei laceranti conflitti e delle spericolate sintesi, che contraddistinguono la storia di ogni autentico figlio del Sud. In una stretta interferenza tra prosa e poesia in atto dalla critica, le madri di “Napoli N.N.” riaffiorano nelle icastiche immagini di una fantasia lirica e onirica, contenuta ed infinita. “La mamma in carrozza con la luna del Sud” della raccolta “Poesie d’amore” (1941-49), “mamma piena come la notte, affaticata negra”, mentre si innesta puntualmente nella ideografia di “Napoli N.N.”, solleva surrealmente un concentrato alone di verbale verità:”Il palazzo che fugge ad altro rosa/t’alza la luna nelle braccia, il frutto/della gioia terrena,è tua la vita/di tutti e la bontà che non perdona./Il silenzio ci resta,l’incantato/trotto che da lontano veglia un lume./” La surrealtà diviene intima realtà nel caldo invito che il poeta salernitano, esule a Milano, rivolge alla mamma lontana, nel “Giornale di due inverni”: “Pensando a mia madre. Verrai quassù, ti porterò per mano/per una dolce tregua, in un inverno/che non conosci, ti dirò:”Milano/ s’illumina di sera, nell’interno/ delle sue case ha il vigile tepore/ dove si parla piano”. Tu sorridi/ da sempre in questo timido favore/d’avere intorno il tremolio dei nidi.”/ Tra tenerezza e passione si consuma, anche nelle sillogi poetiche, il rapporto intellettuale, sentimentale, che l’anima culturale di Alfonso Gatto instaura con la radice della sua regione e del suo istinto. Ecco perché ne “La forza degli occhi” scrive:”Una madre che dorme dorme al panneggio ardente d’una fiera che la guarda mansueta;” ed ecco, ancora, perché, in “Osteria flegrea”, l’invito che il figlio le rivolge vibra di umanissima ferinità:” Ch’io ti veda demente per ragione/e come sempre avere nel peccato/ rimorso e sdegno per la tua passione,/ ch’io ti veda all’oscuro illuminato/ il cuore nei presagi, o madre morta./ La dignità che ti raggiunge sale/ alla neve, ai millenni, con l’assorta/ tentennante magia dell’animale/ che non ode più caccia e si fa solo./” Ma alla madre morta, sempre in “Osteria flegrea”, il poeta, consueto all’emblematico contrasto ambientale ed atmosferico tra rigido Nord e mite Sud, sa dire parole, che esprimono la fermezza delle impressioni, la fragile forza delle riflessioni, in una mitica continuità tra vita e morte che solo il Sud sa regalare a chi intimamente vive le sue cicliche morti e le sue impreviste resurrezioni:” Tu sei lontana ove la tomba è un luogo/che altri veglia per me nella memoria/ del cielo mite, ove la sera al rogo/ del vento scalda i primi freddi, i gridi/ dei fanciulli che corrono alla fiamma./ Tu sei lontana, affaticata storia/ di tutti, dignità che non ha dramma/ ma l’onore cocente. Così vidi/ sempre tristezza nei tuoi occhi e amore”.
L'articolo Le madri del Sud nei versi di Alfonso Gatto proviene da Le Cronache.
