Olga Chieffi
A rileggere nella memoria dei sentimenti la storia di Alfonso Gatto, mi viene subito incontro il colore chiaro dei suoi occhi, la quieta espressione del volto fatto di gioie e dolore, segreti, abbandoni, fierezza e passioni. Mi vengono incontro giorni lontani senza contorni. Lo conobbi d’estate, bambina, su di una terrazza a gettata sul porto di Salerno. Mi narrò di un grosso albero, piantato nei giardini pubblici sovrastati dal campanile dell’Annunziata, che diveniva sempre più grande, da un anno all’altro. Un pino alto, vigoroso, di simpatia immediata, un po’ sornione e campatore per qualche foglia o frutto che faceva talvolta cadere con malizia o, forse, per le cose che pareva sbirciasse d’intorno. Nessuno sa molto dei primi anni salernitani di Alfonso Gatto che pure hanno avuto grande importanza nella sua formazione. E’ fuor dubbio, però, che senza l’immagine, il sogno della sua città non avrebbe potuto scrivere. Le notizie riguardanti i primi vent’anni rientrano nel normale, apparentemente anodine: la casa nella parte antica della città, gli studi, gli incontri tra adolescenti, l’università non conclusa e, quindi, l’apparizione di un piccolo libro di poesia, stampato alla meno peggio, che critici e poeti si trovarono d’intesa a salutare con parole di scoperta. Ungaretti parlò di “grande dono di poesia”, e Montale, Gargiulo, Penna, De Robertis, confermarono l’annuncio. Il libro era “Isola”, la prima opera con cui prese inizio – siamo nel 1932 – quel filo di “surrealismo d’idillio” libero e umanissimo che si spezzerà a Orbetello quarantaquattro anni dopo. Fra la pubblicazione di “Isola” e quel tragico giorno, “c’è la storia d’uno dei poeti più vivi”, scriveva Carlo Bo. E si può aggiungere che, lungo gli oltre quaranta anni della sua attività, l’universo poetico di Gatto ha potuto ripetersi, approfondirsi, estendersi, svariare senza complicarsi, registrando una libertà di associazioni verbali ed emotive quasi uniche nella poesia italiana di quegli anni, proponendo un atteggiamento contemplativo con un’accentuata tendenza al dimesso e alla mistica della desolazione. Un universo poetico che ruota intorno ad una condizione primitiva: la “povertà”, che è “metafora plurisensa di passività, debolezza, autenticità, fraternità”, avverte Franco Fortini. Una povertà che si costituisce in figure, luoghi, sensazioni e momenti simbolici (la madre, l’infante, la spiaggia, la sera, il vento, l’erba), che induce all’amore, più come pietà che come sentimento creatore; e, naturalmente, alla morte, anch’essa sentita come gesto estremo di povertà e desolazione, gesto ineluttabile del dolore eterno dell’esistenza, anche se avvolto dai suoni più puri della poesia, anche se riportato nella musica stessa del verso: “La tua tomba, bambino / vogliamo sia sbiancata / come una cameretta / e che vi sia un giardino / d’intorno e l’incantata / pace d’una zappetta. /….ora, che appaia / la luna e del suo vento / lasci più solo il mondo, / ci sembrerà d’udire / nell’aria il tuo lamento./ Era un tuo grido a fondo / l’infanzia, un rifiorire…/Inventaci la morte, / o bambino, i tuoi segni / come d’un gioco infranto / rimasero alla sorte / del vento, ai suoi disegni / di nuvole e di pianto. / Ogni giorno che passa / è un ricadere brullo / nell’ombra che c’invita./ Irrompi a testa bassa / nel ridere, fanciullo, / devastaci la vita / un’altra volta e vivi”. (“Lelio” da: “Poesie 1929-‘41”). Rileggo nella memoria dei sentimenti la sua storia, e m’è accanto l’apostolo Andrea del “Vangelo” di Pasolini. Una mattina d’inverno del 1976, col sole che già portava la primavera tra gli alberi spogli della città, ascolto attonita la voce chiara, tranquilla del poeta, quasi a salutare i giovani amici: “Sì, io l’apostolo Andrea. Io con tutti gli altri, da autentici apostoli, camminavamo, camminavamo, camminavamo per giornate intere. Ricordo una grande stanchezza”. A marzo dello stesso anno, un macigno imponente, “…..il suo cielo di pietra”.
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