di Pino Bicchielli*
Le leggi elettorali non sono un dettaglio tecnico, né un capitolo riservato agli addetti ai lavori. Sono l’architettura portante della democrazia rappresentativa. Sono le regole del gioco, certo, ma soprattutto sono l’ingegneria costituzionale attraverso cui uno Stato decide come tradurre il consenso in governo. E la qualità di quella traduzione incide direttamente sulla vita delle persone, sulla credibilità internazionale, sulla tenuta economica, sulla capacità di programmare riforme. Non esistono sistemi elettorali “neutri”. Ogni modello incorpora una visione del rapporto tra rappresentanza e governabilità. La storia repubblicana italiana lo dimostra con chiarezza. La stagione proporzionale pura della Prima Repubblica garantiva ampia rappresentanza, ma produceva governi fragili e spesso instabili. Il passaggio al Mattarellum nel 1993 rispose a un’esigenza opposta: favorire coalizioni coese e maggioranze chiare attraverso una forte componente maggioritaria. Successivamente, il Porcellum tentò di assicurare governabilità con un premio di maggioranza, ma mostrò limiti evidenti sul piano della rappresentanza e fu oggetto di rilievi della Corte costituzionale. L’ultimo sistema, il Rosatellum, ha combinato quota proporzionale e collegi uninominali, producendo solo nel 2022 una maggioranza solida grazie alla compattezza della coalizione vincente. Questi passaggi non sono meri cambi di formula. Sono risposte politiche a una domanda di fondo: come si garantisce che chi vince possa governare? Perché il punto è questo. La governabilità non è un interesse di parte; è un bene pubblico. Un Paese che non sa chi governa il giorno dopo le elezioni, o che affida la propria stabilità a equilibri precari perde autorevolezza, rallenta le decisioni strategiche, indebolisce la fiducia dei mercati e dei cittadini. In questo quadro, l’ipotesi di un sistema proporzionale con premio di maggioranza al superamento di una soglia significativa, come il 40%, si muove dentro una logica chiara: assicurare un vincitore certo senza negare il pluralismo. Non è un meccanismo di esclusione, ma uno strumento di responsabilizzazione. Perché una soglia alta obbliga le coalizioni a presentarsi coese prima del voto, non a sommarsi dopo. Le regole elettorali valgono per tutti. Non si scrivono contro qualcuno e non si applicano solo a qualcuno. Entrano in vigore prima del voto e misurano la capacità politica delle forze in campo. Chi governa oggi ha la responsabilità di proporre un assetto che migliori la stabilità complessiva del sistema; domani quelle stesse regole potrebbero favorire altri. È la fisiologia della democrazia. Le polemiche preventive, spesso sollevate prima ancora che un testo venga depositato in Parlamento, rischiano di spostare il dibattito dal merito al sospetto. Il confronto è necessario e legittimo, ma deve partire da un presupposto: la stabilità è un valore costituzionale implicito. La Costituzione non pronuncia la parola “governabilità”, ma la presuppone quando disegna un sistema in cui il Governo deve avere la fiducia delle Camere e deve poter esercitare pienamente le proprie funzioni. Naturalmente, ogni sistema comporta scelte delicate: il rapporto tra eletti ed elettori, il ruolo delle preferenze, la dimensione delle circoscrizioni. Sono temi seri, che meritano approfondimento. Ma il cuore del problema resta un altro: evitare la paralisi. I sistemi che non garantiscono la possibilità di formare una maggioranza chiara producono instabilità cronica, governi tecnici, larghe intese obbligate, logoramento istituzionale. La forza del centrodestra negli ultimi anni non è stata una formula matematica, ma la capacità politica di costruire un’intesa ampia prima del voto. In politica non si sommano singoli leader o partiti, si sommano programmi e visioni. Le coalizioni funzionano quando condividono un progetto; altrimenti restano aggregazioni elettorali effimere. E nessuna legge elettorale può sostituire la coerenza politica. Alla fine, infatti, ciò che decide è sempre la politica. Le leggi elettorali creano il campo da gioco, ma sono le idee, la credibilità e la capacità di governo a determinare il risultato. Un sistema può favorire la stabilità, ma non può inventare la leadership o la coesione dove non esistono. Per questo il dibattito in corso deve essere affrontato con serietà e senso istituzionale. È giusto che le opposizioni esercitino il proprio ruolo, ed è persino utile che lavorino per migliorare il testo, offrendo contributi, proposte, osservazioni tecniche e politiche. Una legge elettorale, proprio perché riguarda tutti, deve poter nascere da un confronto vero e non rituale. Ma allo stesso tempo è altrettanto giusto riconoscere che chi governa il Paese ha la responsabilità di avanzare una proposta chiara e coerente nell’interesse generale. L’ingegneria costituzionale non può essere lasciata all’indeterminatezza o al calcolo tattico: richiede visione, equilibrio e coraggio politico. Se l’obiettivo è rafforzare la governabilità e dare certezza al voto dei cittadini, allora proporre una riforma che vada in questa direzione non è un atto di parte, ma un atto di responsabilità. Le polemiche preventive che leggiamo in queste ore, spesso formulate prima ancora di conoscere nel dettaglio il testo definitivo, rischiano di apparire strumentali. Le regole valgono per tutti e varranno per tutti. Nessuna forza politica può considerarle una minaccia se ha la capacità di costruire un progetto credibile e una coalizione coesa. La competizione democratica si misura sui programmi e sulla capacità di interpretare i bisogni del Paese, non sulla demonizzazione delle regole. Una democrazia matura ha bisogno di norme stabili, comprensibili e orientate alla responsabilità. La stabilità non è un privilegio della maggioranza. È un diritto dei cittadini. Ed è dovere di chi governa lavorare perché l’architettura istituzionale del Paese sia all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.
*Deputato – Vice responsabile nazionale Enti Locali Forza Italia
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