Tre milioni e 700 mila candidati per poco più di 38 mila posti. Sono i numeri dell’esame annuale per la funzione pubblica che si è svolto nelle ultime settimane in Cina. Dopo la sbornia del settore privato e delle Big Tech, i giovani cinesi stanno affollando con numeri record i concorsi pubblici. Parola d’ordine: sicurezza.
Il ritorno in massa alle «ciotole di riso del ferro»
È una trasformazione silenziosa che rappresenta un segnale rilevante non solo sullo stato dell’economia interna, ma anche e soprattutto sul cambio delle aspettative, delle paure e delle ambizioni delle nuove generazioni del colosso asiatico. L’immagine dei milioni di candidati che si accalcano per sostenere l’esame di accesso è diventata il simbolo più evidente di questo cambiamento: un ritorno di massa verso il settore statale, verso quelle che un tempo venivano chiamate le «ciotole di riso del ferro», i posti garantiti, stabili, che sembravano appartenere a un’epoca superata e che invece oggi tornano a essere percepiti come un porto sicuro in mezzo a un mare agitato. Tra i 3,7 milioni di candidati di fine 2025, c’erano anche molti laureati nelle università più prestigiose del Paese. Solo uno su 100 riuscirà a trovare un impiego. Questo dato dice molto sulla percezione che i giovani hanno oggi del mercato del lavoro e del futuro: meglio affrontare una selezione molto complicata tentando di assicurarsi un posto stabile, che lanciarsi in un settore privato visto come instabile, imprevedibile e rischioso.

L’economia cinese rallenta e cambiano le priorità
Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare al contesto più ampio dell’economia cinese degli ultimi anni. Dopo decenni di crescita vertiginosa, in cui il Paese era diventato la fabbrica del mondo e poi uno dei suoi principali centri tecnologici e finanziari, la Cina sta attraversando una fase di rallentamento strutturale. La crisi del settore immobiliare, il peso dei debiti degli enti locali, le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti e l’Occidente, la lunga scia lasciata dalla pandemia e dalla politica “zero Covid” hanno contribuito a creare un clima di incertezza diffusa. Non si tratta solo di qualche decimale in meno nel tasso di crescita del Pil, ma della percezione della fine di un’epoca, della chiusura di quella lunga fase in cui sembrava quasi scontato che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente.

La disoccupazione giovanile si attesta al 17 per cento
Questa incertezza si riflette in modo particolarmente brutale sul mercato del lavoro giovanile. La disoccupazione urbana tra i 16 e i 24 anni si è stabilmente mantenuta su livelli molto elevati, oltre il 17 per cento, con picchi che in passato hanno superato anche il 20 per cento. Ogni anno entrano nel mercato del lavoro oltre 10 milioni di nuovi laureati, un numero enorme che il sistema economico fatica ad assorbire, soprattutto in un momento in cui molti settori tradizionali sono in difficoltà e quelli più dinamici, come il tech, sono stati colpiti da una stretta regolatoria e da un rallentamento degli investimenti. Per più di un decennio, il sogno dei giovani più istruiti era stato mettere piede in una grande azienda privata, possibilmente tecnologica, con stipendi elevati, stock option, uffici avveniristici e carriere rapide. Alibaba, Tencent, Huawei e gli altri giganti dell’economia digitale rappresentavano l’orizzonte naturale per i migliori laureati. Ma quella stagione si è incrinata. Le campagne di “rettificazione” del governo contro gli eccessi del settore privato, soprattutto nel tech e nell’istruzione privata, hanno portato a licenziamenti di massa. Molte grandi aziende hanno ridotto il personale e rallentato le assunzioni. Il messaggio, per molti giovani, è stato chiaro: anche i colossi che sembravano inarrestabili possono improvvisamente fermarsi o ridimensionarsi.

Il fascino discreto del settore pubblico
In questo contesto, il settore pubblico e le grandi imprese statali hanno ricominciato a esercitare un fascino potente. Non tanto per gli stipendi, che spesso sono inferiori a quelli del settore privato, ma per ciò che rappresentano: stabilità, prevedibilità, una carriera meno esposta alle oscillazioni del mercato, benefici sociali più solidi, e anche un certo prestigio simbolico. In una società che ha sempre attribuito un grande valore al posto sicuro, all’inserimento in una struttura riconosciuta e rispettata, il ritorno verso lo Stato appare un riflesso culturale profondo, riattivato dalle difficoltà del presente. Ma questa corsa verso il pubblico non è solo una scelta razionale dettata dal calcolo economico. È anche il segno di un cambiamento psicologico e culturale. Già da un paio d’anni, molti giovani cinesi parlano di neijuan, “involuzione”, per descrivere una competizione percepita come sterile e senza sbocchi: si studia di più, si lavora di più, ci si sforza di più, ma il risultato non migliora, anzi sembra peggiorare. In questo clima si sono diffusi slogan e atteggiamenti come il tangping, “sdraiarsi”, cioè rinunciare alla corsa sfrenata al successo, o il liulang, “andare alla deriva”, che esprime una sensazione di smarrimento. La scelta del posto pubblico, in questo senso, non è solo una fuga dall’insicurezza del privato, ma anche un tentativo di ritrovare un minimo di ordine e di prevedibilità in un mondo sempre più caotico.

L’inflazione di titoli di studio
C’è poi un altro elemento da considerare: il rapporto tra istruzione e lavoro. Per molti anni in Cina è stato quasi un dogma: più si studiava, migliori sarebbero state le prospettive future. Questo ha spinto milioni di giovani a iscriversi a master e dottorati, alimentando una vera e propria inflazione dei titoli di studio. Oggi, però, sempre più studenti si accorgono che un titolo avanzato non garantisce più automaticamente un buon lavoro. Le statistiche mostrano che, in alcuni casi, i diplomati degli istituti professionali trovano lavoro più facilmente dei laureati magistrali. Anche questo contribuisce a rafforzare l’idea che puntare su un concorso pubblico, per quanto difficile, sia una delle poche strade chiare e codificate in un panorama confuso.

Innovazione e crescita a rischio
Le conseguenze di questa dinamica vanno ben oltre il semplice mercato del lavoro. Se una quota crescente dei migliori talenti del Paese decide di concentrare le proprie energie nella ricerca di un posto stabile nello Stato, invece di rischiare nel settore privato, nell’imprenditoria o nella ricerca più innovativa, nel lungo periodo questo potrebbe avere un impatto sul dinamismo complessivo dell’economia. Una burocrazia più forte e piena di persone altamente istruite può certamente migliorare la capacità amministrativa dello Stato, ma allo stesso tempo potrebbe sottrarre energie a quei settori che tradizionalmente sono motore di innovazione e crescita.
La mancanza di fiducia nel futuro
Tutto questo si intreccia con altri grandi nodi della società cinese contemporanea: il calo demografico, la diminuzione dei matrimoni, la difficoltà per i giovani di immaginare un futuro fatto di casa, figli e stabilità economica. Se il lavoro è incerto o percepito come tale, è naturale rimandare o rinunciare a scelte di vita impegnative. E così la corsa al posto pubblico diventa anche, indirettamente, una corsa a una base minima di sicurezza su cui costruire il resto della propria esistenza. In fondo, la corsa dei giovani cinesi verso il settore pubblico è lo specchio di una società che sta attraversando una fase di transizione complessa e delicata. Non è solo una storia di numeri, percentuali e concorsi, ma il racconto di una generazione che, per la prima volta dopo decenni, non è più sicura che il futuro sarà automaticamente migliore del presente.
