L’inchiesta. Donne che non si arrendono mai

di Marina Manna

Alle falde del Vesuvio, più precisamente a Boscotrecase, resiste un gruppo di donne che da più di un decennio è in prima linea contro i soprusi ambientali e la violenza di genere del territorio. Si tratta dell’associazione La Fenice Vulcanica, oggi attiva soprattutto nel sostegno alle donne vittime di violenza nel territorio vesuviano. Il progetto nasce però con finalità inizialmente diverse.

Angela Losciale e le volontarie dell’associazione inizialmente si mobilitano come realtà ecosolidale, in un territorio tristemente noto come quello della terra dei fuochi in particolare per la controversa gestione delle discariche campane come quella di Cava Sari proprio all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio e quella di Cava Vitiello a Terzigno. Quest’ultima, durante la crisi dei rifiuti in Campania del 2010, avrebbe dovuto essere trasformata in discarica su decreto emanato dal governo Berlusconi, progetto poi tramontato nel 2013. Parallelamente alle manifestazioni popolari, Angela e il suo team progettano la stesura di un registro di uomini e donne colpiti da malattie riconducibili all’inquinamento ambientale. È proprio durante questi colloqui che emerge un’altra emergenza. Molte donne oltre a raccontare la propria esperienza con la malattia, iniziano a confidare episodi di violenza domestica e soprusi subiti tra le mura di casa. Quel momento di dialogo diventa spontaneamente uno sportello di ascolto in cui sentirsi capite e ascoltate.

Ho incontrato Angela Losciale, presidentessa dell’associazione La Fenice Vulcanica in attività dal 2016 insieme alla dottoressa Raffaella De Filippo, Annarita D’Aquino, Sofia D’Aquino e Anna Losciale, donne che mi hanno raccontato come quotidianamente portano avanti il loro lavoro dell’associazione tra supporto psicologico, assistenza legale ascolto delle vittime.

Come nasce la Fenice Vulcanica e come avviene concretamente il supporto?

L’associazione nasce da una graduale presa di coscienza dell’urgenza di violenza di genere in questi territori. La percezione che ci fosse un problema diffuso non è stata immediata, ma è stata risvegliata da alcune donne che durante i colloqui legati alle malattie oncologiche contratte a causa dell’inquinamento ambientale, finivano per confidarsi anche sulle violenze subite tra le mura domestiche, spesso da parte dei partner. Abbiamo da lì capito che esisteva un bisogno profondo di ascolto e tutela. Così nel 2016 è nato il progetto Ti ascolto dell’associazione Fenice Vulcanica con l’obiettivo di sostenere concretamente le donne vittime di violenza. Inizialmente avevamo sede in un locale adiacente alla parrocchia di Boscotrecase, successivamente ci siamo trasferite in un edificio nel quartiere Piano Napoli, distretto particolarmente impegnativo di Boscoreale, dove la violenza di genere rappresenta solo una fetta di un disagio sociale ben più ampio e complesso. Infine, il sindaco di Boscotrecase ci ha offerto un locale all’interno del municipio che ad oggi è la sede dell’associazione.

Il gruppo è composto da donne: due avvocate, una civilista e una penalista, una sociologa che coordina le volontarie impegnate nel front Office e due psicologhe. Abbiamo inoltre, un numero telefonico sempre attivo che le donne possono contattare in qualsiasi momento. Dopo un primo incontro, costruiamo insieme un percorso personalizzato sia sul fronte psicologico che sul fronte legale. Ad oggi abbiamo 150 accessi.

 

Per aiutare concretamente le donne, non serve solo un lavoro di associazione e di volontariato, ma è fondamentale la collaborazione delle forze dell’ordine locale. Com’è il rapporto con le istituzioni locali?

 

Noi accompagniamo le donne dal momento della denuncia e le seguiamo per tutto l’iter successivo. Il Codice Rosso, (legge 19 luglio 2019, n. 69), se applicato correttamente, funziona. Il problema è che dipende dal commissariato e da chi ci lavora, noi non agiamo solo sul territorio di Boscotrecase, ma anche su numerosi paesi vicini. Conserviamo un ricorso molto positivo del 1^ dirigente Vincenzo Gioia del commissariato prima di Torre Annunziata e poi di Castellammare di Stabia. Con lui abbiamo creato un produttivo sodalizio accelerando procedure e contribuendo alla risoluzione di molto casi. Non sempre però si incontrano figure con la stessa sensibilità e determinazione e in quei casi risulta più difficile agire concretamente.

 

 

L’emancipazione va di pari passo con l’indipendenza che deve essere anche autonomia economica e lavorativa. Spesso al sud, le donne sono per obbligo familiare o per costrutto sociale indotte a non lavorare perché considerate principalmente responsabili della cura della casa e dei figli. Spesso il mancato allontanamento dal proprio aggressore deriva proprio da questo, cioè da una mancanza di alternativa. Affrontate anche questo aspetto?

 

Assolutamente sì. La nostra associazione porta avanti diverse attività parallele, fungiamo non proprio da ufficio di collocamento, ma aziende locali o privati si rivolgono spesso a noi quando cercano personale. Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di creare percorsi che possano offrire alle donne non solo un’occupazione immediata ma soprattutto un’educazione all’indipendenza economica. L’idea è aiutarle a inserirsi inizialmente in lavori temporanei affinché possano poi acquisire consapevolezza delle proprie capacità e costruire autonomamente il proprio percorso professionale. È sicuramente molto complesso. Attualmente stiamo portando avanti un progetto di produzione di marmellate biologiche che ad oggi rappresenta una fonte di sostegno economico per l’associazione per coprire le spese essenziali come utenze e telefonia, ma il nostro obiettivo è farlo crescere fino a trasformarlo in una vera opportunità lavorativa stabile per le donne che seguiamo.

 

L’educazione sentimentale e affettiva è importante nelle scuole, se ne sta parlando molto sia a livello nazionale che europeo. Avete in programma progetti con gli istituti del territorio? Quali messaggi cercate di comunicare alle nuove generazioni?

 

Educare i ragazzi è fondamentale, soprattutto nel riconoscimento della violenza prima che si trasformi in aggressione fisica. La violenza non coincide soltanto con il dolore fisico, quello rappresenta l’ultimo stadio di un percorso fatto di controllo, svalutazione, silenzio e gestione tossica dei conflitti. L’obiettivo è quello di dare alle nuove generazioni gli strumenti giusti per identificare relazioni sane e dinamiche abusive. Si tratta di un aspetto fondamentale, anche perché le nuove generazioni saranno le prossime classi dirigenti, figure chiamate ad applicare e a far rispettare le leggi anche in questo ambito. Noi quando lavoriamo con le scuole, scegliamo di evitare il classico convegno frontale, preferiamo entrare nelle classi costruendo un dialogo più diretto e produttivo con gli alunni. Abbiamo creato anche sportelli d’ascolto, perché molto spesso anche la classe docente non riesce ad agire dato il divario generazionale, soprattutto in alcuni casi, molto ampio. Riteniamo fondamentale, inoltre, il dialogo con l’altro sesso, nel 2022 molti uomini hanno portato avanti campagne di sensibilizzazione come #tiamonontiposseggo

 

La sensibilità all’educazione sentimentale e affettiva che si ha nelle scuole o attraverso i media ha in qualche modo risvegliato le giovani donne, i giovani uomini nel riconoscere la violenza, i rapporti sani o malsani a differenza delle vecchie generazioni che purtroppo sono cresciute in assenza di questi strumenti. Dal vostro punto di vista, vede un miglioramento nelle nuove generazioni?

 

Paradossalmente abbiamo riscontrato molte difficoltà nella gestione di casi di violenza che coinvolgevano donne adolescenti. Nella fase adolescenziale si tende a romanticizzare comportamenti abusanti e tossici, per questo motivo spesso l’adolescente vittima non è collaborativa.

Più in linea generale la violenza di genere resta un fenomeno trasversale. Abbiamo seguito la secidecenne trascinata dal fidanzato fuori scuola fino alla donna settantenne segregata in casa. Riceviamo chiamate da donne di tutte le etnie e di tutte le classi sociali, anche donne magistrato o psicologhe, che apparentemente sembrano avere tutti gli strumenti per emanciparsi e reagire. Purtroppo, quando si entra nel vortice dell’abuso le donne annullano se stesse prima come professionista poi come essere umano.

 

Qual è il momento più difficile per una donna vittima di violenze?

 

Senza dubbio il momento in cui sceglie di denunciare. Molto spesso ci confrontiamo e constatiamo che all’inizio tendenzialmente la donna quando per la prima volta viene qui a raccontare la sua situazione è un fiore appassito, parla a bassa voce, ma nel momento in cui sente di essere ascoltata, di essere capita, di essere probabilmente per la prima volta concepita da un’altra persona come un essere umano che ha valore e che ha dignità inizia lentamente a fiorire. Ricordo il caso di una donna che durante il primo colloquio riusciva a malapena a parlare di ciò che subiva da suo marito. Quando poi l’abbiamo accompagnata in questura, probabilmente sentendosi confortata non solo da noi volontarie ma anche dalle istituzioni ha raccontato dettagliatamente e con forza la sua storia di violenza trentennale.

 

Nella maggior parte dei casi, le donne sono vittime di violenza da parte del loro partner. Avere riscontrato altre forme di violenza?

 

Certo, recentemente abbiamo notato un aumento di casi di violenze da parte dei figli nei confronti delle loro madri. È un fenomeno molto più complesso anche perché le madri difficilmente hanno la forza di denunciare il proprio figlio. Non sempre questi episodi sono sinonimi della presenza di un padre violento, è una questione diciamo molto più ampia che probabilmente è da individuare nella crescente aggressività delle nuove generazioni.

Le donne che si rivolgono a voi arrivano spesso da situazioni di forte fragilità emotiva e psicologica. Come riuscite a gestire il rapporto di supporto evitando che si crei una nuova forma di dipendenza affettiva nei confronti dell’associazione o delle volontarie?

È fondamentale rendere autonome le donne soprattutto da un punto di vista psicologico. In alcuni casi chi vive per anni una relazione di codipendenza rischia di sviluppare un nuovo legame di dipendenza affettiva con chi l’aiuta. Per questo motivo noi sosteniamo le donne senza sostituirci a loro.  Quando ci raccontano le violenze subite, noi le accompagniamo, le supportiamo nel percorso psicologico, ma non prenotiamo direttamente le sedute psicologiche, deve essere la donna autonomamente a iniziare un percorso terapeutico. L’autonomia deve essere economica, emotiva e psicologica. È fondamentale anche per noi operatrici, poiché portare avanti questo progetto è sicuramente edificante da un punto di vista morale ed etico, ma è molto pesante da un punto di vista psicologico ascoltare racconti di violenze e abusi ogni giorno. Per questo anche noi seguiamo un percorso psicologico per tutelare loro e per tutelarci.

 

Dalla violenza spesso ne consegue un sentimento di vergogna da parte della vittima. Quanto ancora il silenzio e la vergogna incidono nel non denunciare?

Ad oggi non riconosciamo nel silenzio un motivo di mancanza di denuncia. Il problema ha mutato forma, ad oggi le donne molto spesso ascoltando e assistendo a continui femminicidi che sono conseguenza di una negligente applicazione del codice rosso sembrano sfiduciate. Ed è forse l’aspetto più grave: quando una donna smette di credere che qualcuno possa proteggerla, finisce per sentirsi sola ancora prima di chiedere aiuto

 

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L’associazione La Fenice Vulcanica nasce simbolicamente dalle ceneri di un territorio ferito, complesso difficile, proprio come una fenice che rinasce dopo la distruzione. Alle falde del Vesuvio, in una terra segnata dall’emergenza ambientale, dalla marginalità sociale e da una violenza spesso sommersa, queste donne hanno trasformato il dolore e l’ascolto in una forza collettiva capace di generare cambiamento. Il nome stesso dell’associazione richiama un’idea di rinascita ma anche l’energia vulcanica di una forza femminile potente, viva e impossibile da ignorare. La Fenice Vulcanica è il simbolo di donne che hanno scelto di non arrendersi alla rassegnazione e che attraverso il sostegno alle vittime di violenza cercano quotidianamente di cambiare il proprio territorio dall’interno.

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