Grande è la confusione sotto il cielo leghista. L’onda Vannacci si gonfia nei sondaggi e con nuove reclute. E dopo il sorpasso di Vigevano, assurta a Caporetto pavese, e il conseguente commissariamento dei vertici locali, si cerca di reagire.
I leghisti rischiano di dover ingoiare il rospo Vannacci
I numeri però non permettono slanci. La Lega, stando ai sondaggi più ottimistici, veleggia intorno al 7 per cento, ma il trend è in calo, mentre Futuro Nazionale supera il 4 ed è in crescita. Se la tendenza fosse confermata, sarebbe difficile per il centrodestra chiudere la porta al generale, come pare chiedere Marina Berlusconi. Soprattutto davanti allo spauracchio di un pareggio nel 2027. L’opzione Calenda resta sul tavolo, ma Azione non si sposta dal 3 per cento, virgola più virgola meno. Sì, potrebbe essere una carta da giocare a Milano o Roma, ma da qui alle Politiche tutto può cambiare. E i leghisti traditi potrebbero essere costretti a ingoiare il rospo, scendendo a patti con colui che, dopo aver scalato il partito con la benedizione di un incauto Salvini, se ne è andato sbattendo la porta.

I venti delle destre in Europa
Poi c’è Giorgia Meloni, a cui molti riconoscono il talento di fiutare gli umori politici. Il prossimo anno si vota anche in Francia, Spagna e Polonia, e l’estrema destra potrebbe avere la meglio. In Germania il cancelliere Friedrich Merz e la Große Koalition sono in evidente difficoltà, tallonati dall’AfD, ormai primo partito in molti Länder. Se nel Vecchio Continente a prevalere fossero le sfumature di nero, allora anche Meloni potrebbe decidere di abbandonare ogni velleità moderata per aggrapparsi alla vecchia e sempre cara Fiamma, procedendo a una vannaccizzazione della coalizione. Sempre che il generalissimo abbia intenzione di salire sul carro e abbandonare la comfort zone dell’opposizione, che garantisce campagne elettorali permanenti e massima libertà d’azione (e questo Meloni lo sa bene).

La carta governatori potrebbe non essere spendibile
La Lega in questo gioco rischia di farsi male. Salvini si è infilato in un cul-de-sac. Superato costantemente a destra da Vannacci (le reazioni ai fatti di Modena sono lì a dimostrarlo), sulla carta non ha né i numeri né il tempo per un nuovo Papeete e, al contempo, non è intenzionato a mollare la leadership. Ma serve un coniglio per il cilindro. L’idea di candidare alle Politiche i cosiddetti governatori – Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti – per riallacciare il rapporto con il Nord per molti è impercorribile. L’ex Doge difficilmente accetterebbe di scendere a Roma, abbandonando il suo Veneto, per fare il gregario. Fontana, classe 1952, sarebbe costretto a lasciare la guida della Lombardia un anno prima della scadenza naturale della consiliatura (2028). Mentre Fedriga pare stia giocando una partita sua, cercando di ottenere lo sblocco del terzo mandato in Friuli-Venezia Giulia grazie ai buoni rapporti che ha costruito con Meloni.

Torna l’idea di una Lega nella Lega
Per questo in ambienti leghisti c’è chi è pronto a scommettere che Zaia & co. potrebbero avere un ruolo chiave nel salvataggio, ma solo fuori dalla Lega. Siamo nei dintorni della fantapolitica, sia chiaro. Forse però, si ragiona, è arrivato il momento di rispolverare il progetto più volte scartato da Salvini di una Lega settentrionale, sul modello della Csu bavarese. Una costola del partito capace di dialogare con le imprese e il tessuto produttivo in modo meno ideologico e più pragmatico. Una corrente che tra l’altro incontrerebbe i favori di una Forza Italia a trazione milanese. Non siamo ancora alla vigilia di una nuova notte delle scope. A quel punto forse non si arriverà mai. Ma nel 2012, quando Roberto Maroni capì che a rischio oltre al suo futuro politico c’era quello del partito, uscì allo scoperto beccandosi l’accusa di parricidio. Alle Regionali lombarde dell’anno successivo la lista Maroni Presidente conquistò più del 10 per cento, dietro la Lega Nord al 12,96. Che i tempi per una “Lista Nord” siano maturi?
