Il destra-centro ha un problema di classe dirigente e quattro anni di governo lo hanno tristemente evidenziato. Forza Italia è costretta a praticare il rinnovamento – via figli di Berlusconi – dall’alto, senza che nessun aspirante rottamatore cripto-liberale si affacci alla finestra della rivoluzione. La Lega è diventata rapidamente ostaggio di Roberto “Generale in Pensione” (per gli amici Gip) Vannacci, prima che questi salutasse la curva, usando un partito dalla storia pur gloriosa come un taxi per farsi portare da Viareggio a Bruxelles, lasciando il conto (con tutti gli extra del caso) a Matteo Salvini ma soprattutto agli italiani.

Fratelli d’Italia, e qui sta il punto più dolente dell’intera compagine di governo, vanta Giorgia Meloni come leader e campionessa massima, ma i casi Delmastro, Bartolozzi, Santanchè testimoniano la fragilità della selezione politica nel partito della presidente del Consiglio. Pure il vanitoso Carlo Nordio, ministro della Giustizia, sempre pronto a ricordare in ogni discorso pubblico che lui ha fatto il magistrato per 40 anni (e pare che l’incarico governativo sia più un premio per la pensione che altro), ha attirato numerosi guai, soprattutto in campagna elettorale per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati (e vediamo come evolverà il caso Minetti).

«In un lago piccolo i pesci grossi finiscono presto»
Non sono casi isolati; la classe dirigente vicina alla presidente del Consiglio in questi anni ha prodotto Gennaro Sangiuliano (ve lo ricordate l’ex ministro della Cultura, sì? Maria Rosaria Boccia, sì? Ecco), prontamente sostituito – prontamente si fa per dire – da Alessandro Giuli. «C’è un enorme problema di classe politica in generale, figuriamoci dentro un partito che è passato dal 4 al 26 per cento nel giro di tre anni», ha detto una volta lo storico Giovanni Orsina in un’intervista a Quotidiano Nazionale. «Il caso Sangiuliano e la scelta di Giuli come successore sono la testimonianza di quanto Meloni peschi sempre dallo stesso bacino, che è piccolo». In un lago piccolo, ha detto ancora Orsina, «i pesci grossi finiscono presto. Se peschi nel mare hai più possibilità di scelta, per restare nella metafora. Meloni preferisce il lago piccolo perché vuole circondarsi di persone che conosce bene e di cui si fida. Naturalmente ci sono dei vantaggi. Però la storia prima o poi ti mette davanti a un problema grosso, e in quel momento scopri che non hai le risorse per affrontarlo. Non le auguro di arrivare a quel punto, dico solo che è statisticamente improbabile che non ci arrivi. Dovrebbe ampliare gli orizzonti, costruire un progetto politico ambizioso attorno al quale far crescere una classe dirigente pluralistica. Senza dimenticare il nucleo storico di FdI, ma ibridandolo».

L’opposizione per anni ha gridato al fascismo immaginario
Fin qui, e a un anno e poco più dal voto politico del 2027, niente di tutto questo è stato fatto. Fratelli d’Italia ha semplicemente replicato lo stesso schema interpretativo dell’esistente, che ha alla sua base una intima convinzione giustificazionista e da retorica del complotto (con il costante attacco di un non meglio precisato deep state contro il governo). Ma Sangiuliano e Delmastro e Santanchè tutti gli altri sono stati scelti da chi governa, non dall’opposizione, sicché si potrebbe parlare, semmai, di autocomplotto. La compagnia dell’Anello di Fratelli d’Italia insomma avrebbe bisogno di un altro canone letterario, visto che quello di Tolkien pare inespresso se non proprio sprecato. L’opposizione per anni ha gridato all’allarme fascismo, rinverdito in queste settimane dalla nuova pubblicazione di Tomaso Montanari (in libreria con La continuità del male), perdendo di vista quello che stava accadendo sotto i propri occhi. Il regime illiberale non c’è mai stato, gli orbanismi sono nati, cresciuti e affondati in Ungheria. Il rischio politico-culturale della coalizione di destra-centro in Italia è semmai la mediocrazia, ben più dannosa del fascismo immaginario.
