Ola Chieffi
Sul palcoscenico del teatro alla Scala di Milano regnerà, sino a fine mese, sovrana Turandot, una delle muse nere della lirica. L’indirizzo pucciniano era quello di ricondurre la fiaba cinese ad una dimensione vicina alle fonti orientali, da rituale tragico e crudele, pertanto “disumano”, dove la figura ieratica, lontana, anzi irraggiungibile della principessa, l’intoccabilità mitica, secondo cui Turandot viene pensata, impostata e svolta dall’impassibile e scatenante apparizione silenziosa del Primo Atto, al protagonistico giganteggiare nel secondo, non ammette di venire sgelata e umanizzata per la struttura e l’essenza del personaggio. Figura “gelida”, come la definisce una vocalità ad hoc, che è nuova in Puccini, vocalità “pesante” in rimando al Richard Strauss di Elektra e Salomè, nelle puntate subitanee ed impervie, per tessitura e spessore del peso declamatorio. Questo il calcolatissimo “gelo” di Turandot, più che l’enigma, l’emblema della Principessa di Ghiaccio. La Turandot pucciniana rifiuta l’uomo e lo punisce per vendicare la memoria di un’ava stuprata e uccisa (mai tema più attuale), compenetrata e posseduta dal ricordo dell’antenata e dal fantasma della “notte atroce”, in cui morì. La principessa di gelo nel lanciare il terzo e decisivo enigma a Calaf, simbolo in luogo di creatura, stratificazione di odio che non lascia posto all’amore, scatena un’opera sotto il segno del nero e del rosso, di notte, sangue e morte, anziché di luce e di vita, di cui è motore l’orchestra. Cast d’ eccezione per la Turandot del centenario, con Anna Pirozzi nel ruolo del titolo, Mariangela Sicilia nella vera eroina, Liù, Roberto Alagna, Calaf, Riccardo Zanellato, Timur, Gregory Bonfatti (l’imperatore). Se Pang è Paolo Antognetti, tenore di scuola spezzina, Biagio Pizzuti e Francesco Pittari, Ping e Pong, sono salernitani, i quali hanno ritrovato Nicola Luisotti, già direttore artistico del Teatro Verdi, in questa produzione del Centenario, che saluta Davide Livermore, quale regista mentre il coro, personaggio chiave dell’opera è guidato da Alberto Malazzi. Abbiamo raggiunto il baritono e il tenore salernitani per un commento prima della ripresa di Turandot post festività pasquali. Maestro Biagio Pizzuti, pianista, baritono e farmacista…..mi sa un po’ di Figaro rossiniano, quel barbiere che fa anche il chirurgo, il botanico, lo speziale, il veterinario e soprattutto il sensale, attività in cui è il più abile della città di Siviglia, un vero ciclone meridionale, debutta in Scala quale Ping “Il paragone con Figaro mi fa sorridere, perché in effetti il mio percorso è stato tutt’altro che lineare: nasco pianista, mi laureo in Farmacia e arrivo al canto quasi per caso, grazie all’incontro con il teatro d’opera. Però, più che l’eclettismo, quello che sento davvero mio è il percorso costruito nel tempo, passo dopo passo. Il debutto al Teatro alla Scala è stato un momento travolgente, arrivato in modo del tutto inaspettato, quasi come un sogno che ti raggiunge quando meno te lo aspetti. Nel giro di pochi giorni mi sono ritrovato a dover rimettere insieme un ruolo come Ping, cantato anni fa all’Arena di Verona, e a entrare in una macchina teatrale complessa con tempi strettissimi. Lo vivo come un traguardo importante, certo, ma anche come una tappa. Dietro c’è una storia fatta di sacrifici, studio e promesse mantenute, personali prima ancora che artistiche. Ho perso mio padre quando avevo solo 7 anni e sono cresciuto con mia madre che ha dovuto fare anche da padre e fare tanti sacrifici per permettermi di studiare. In quegli anni difficili mi feci e le feci una promessa: che un giorno ce l’avrei fatta, che sarei diventato qualcuno nel mio lavoro e che avrei potuto aiutare la nostra famiglia”. Che repertorio predilige e che progressione ha seguito per arrivare a certi ruoli senza azzardi e pericoli? “Il repertorio che sento più vicino alla mia natura è quello del belcanto italiano, quindi Bellini e Donizetti, con un’estensione naturale fino a Puccini. È lì che riconosco davvero la mia voce: un baritono lirico pieno, che trova nel legato e nella linea di canto la sua espressione più autentica. Il percorso è stato fondamentale. Ho iniziato anche con ruoli più leggeri o buffi, che mi hanno dato molto in termini di esperienza, ma che a un certo punto ho scelto di lasciare quando ho capito che non erano più in linea con la mia evoluzione vocale. Ho lavorato tanto sull’ottava centrale, sul fiato, e soprattutto sul rispetto dello strumento. Non ho mai cercato scorciatoie: mi è capitato anche di rifiutare ruoli importanti perché li sentivo prematuri. Credo profondamente nella costruzione graduale e nell’ascolto dei maestri. È l’unico modo per dare solidità alla voce e garantirle una vera longevità”. Chi è Ping? Cosa rappresenta? “Ping, in Turandot, è un personaggio solo apparentemente secondario. In realtà, insieme a Pang e Pong, rappresenta una dimensione profondamente umana all’interno di un mondo dominato da rigidità e crudeltà. È portatore di nostalgia, di memoria, del desiderio di una vita semplice, lontana dalla violenza e dai rituali imposti dalla corte. In questo senso è quasi una coscienza interna alla vicenda: non si ribella apertamente, ma esprime un disagio profondo verso ciò che accade. Dal punto di vista musicale e teatrale è un ruolo molto raffinato: richiede eleganza, misura e grande attenzione al fraseggio. Non è pura caratterizzazione, ma un equilibrio sottile tra ironia, malinconia e disincanto”. Ruoli futuri e sogno nel cassetto? “Nel futuro voglio continuare a sviluppare il repertorio che sento più naturale per la mia voce: quindi ancora belcanto serio, Puccini e anche l’opéra-lyrique francese, che mi affascina molto. Poi ci sono i sogni nel cassetto: Scarpia, Jago, Falstaff. Sono ruoli che richiedono una maturità vocale e artistica precisa, e non ho alcuna fretta di affrontarli. Se c’è una cosa che ho imparato è che non bisogna bruciare le tappe: il vero obiettivo non è accumulare ruoli, ma costruire un percorso coerente, solido e duraturo, restando sempre fedeli alla propria voce e alla propria verità artistica”. Maestro Francesco Pittari, tenore, tante volte Pong in giro per Turandot, ma stavolta in Scala dove ha già cantato. La ricordiamo nel ruolo di Uldino alla prima dell’Attila il 7 dicembre del 2018. “Siamo alla quindicesima produzione di Turandot (la prima fu nel 2013 con il duo Oren/Canessa). Il sogno (avverato) è il poterla portare in scena sul palco della Scala. Pong è il mio preferito, forse perché è il ruolo con cui ho passato più tempo assieme, forse perchè è molto umano…non so. Ricordo l’Attila del 2018 come uno dei ricordi più cari che ho. “La prima della Scala” è uguale alla “finale delle olimpiadi” per uno sportivo. È quello che ti augurano i nonni quando vengono al primo saggio, forse è per questo che agli applausi senti presenti tutti quelli che hai amato e non ci sono più”. Chi è Pong? Le maschere sono umane un ponte tra la divina e la terra? “Ping, Pong e Pang sono i veri antagonisti in quest’opera. Per Gozzi sono maschere della commedia dell’arte. Puccini le media con le maschere della commedia cinese (i ruoli chou). In sintesi sono degli zanni, dei servitori del potere, ognuno con un proprio carattere e peculiarità. Il mio lo vedo molto vicino a Pulcinella, sognatore, leggero, fantasioso, nostalgico delle cose semplici della campagna. Pong, per me, è un servo del sistema. Non vorrebbe essere lì perché ha moglie e figli a Tsiang che lo aspettano tra le foreste più belle che ci sono. Quando canto “ho foreste presso Tsiang…” penso sempre al tramonto visto dalla spiaggia di Torrione, per questo guardo sempre a destra. Ma, in fondo, Pong gode del potere che ha e quando può se ne approfitta. Come sempre in Puccini serviamo ad alleggerire il tutto prima che arrivi il dramma vero. Nell’idea di Livermore, il regista di questa produzione, le tre maschere sono nella testa di Calaf. E sono quei pensieri che ti dicono “ma chi te lo fa fare, lascia tutto com’è, prendi la strada più semplice!”. Per questo abbiamo una maschera che ritrae il protagonista. Il vero eroe è quello che si affranca anche da se stesso e va incontro al suo destino”. Quale repertorio predilige? “Il repertorio che prediligo è quello del Tenore lirico (Verdi e Puccini) senza disdegnare il Belcanto. Lo studio parte sempre da lì, ed è importante studiare come se dovessi cantare il primo ruolo per essere sempre all’altezza dei colleghi che sei portato ad affiancare. Anche perché nei ruoli da comprimario bisogna cantare le cose più disparate”. Ruoli futuri. Qualche debutto ancora? Sogno nel cassetto? “C’è un debutto nel futuro prossimo ma non posso parlarne perché non è ancora ufficiale. Il sogno nel cassetto è portare Arlecchino in Scala. C’eravamo arrivati, ma poi il Covid ci ha messo lo zampino. Chissà cosa mi aspetta ancora, ma al massimo cittadino ho ancora il mio Tsiang che mi aspetta…”.
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