‘Quando Salerno era socialista’: di Gaetano Amatruda

Quando Salerno era socialista’ di Gaetano Amatruda è un libro che si muove su un crinale delicato: quello tra memoria personale e riflessione politica. Non è un saggio storico, né una semplice autobiografia. È piuttosto il tentativo di dare senso a un’esperienza, di ricostruire un legame – umano prima ancora che politico – e, attraverso questo, interrogare il presente. Il punto di partenza del lavoro edito da D’Amato, è lo sguardo di un ragazzo. Amatruda racconta il suo incontro con Enzo Giordano con una semplicità che diventa subito autenticità: non c’è costruzione retorica, ma un percorso di formazione quasi naturale. La politica, in queste pagine, non è mai un mestiere o una carriera. È un luogo di educazione, di crescita, di confronto continuo. È qualcosa che ti cambia senza che tu te ne accorga. Ed è proprio questa dimensione a rendere il libro efficace: restituisce alla politica una profondità che oggi sembra smarrita . Dentro questo percorso si inserisce la figura di Giordano, raccontato non come un’icona, ma come un uomo complesso: rigoroso, a tratti duro, ma profondamente coerente. È un maestro, ma anche una presenza quotidiana, fatta di dialoghi, di silenzi, di insegnamenti indiretti. Non c’è celebrazione, ma riconoscenza. E questo evita al libro di cadere nella nostalgia. Il passaggio più interessante – e anche il più delicato – è quello sul rapporto con Vincenzo De Luca. Qui il tono cambia. La narrazione si fa più riflessiva, quasi trattenuta. Amatruda non cerca lo scontro, ma non nasconde una ferita. Parla di un “filo spezzato”, di una relazione politica e umana che, a un certo punto, si interrompe senza mai ricomporsi davvero . Eppure, la lettura che emerge non è semplicistica. Da un lato, si riconosce una continuità evidente: Giordano avvia un processo di trasformazione della città, De Luca lo consolida e lo porta avanti. Dall’altro, resta un vuoto difficile da spiegare, soprattutto negli anni più duri, quelli di Tangentopoli. La domanda rimane sospesa, senza risposta: perché quella distanza? È proprio questa sospensione a dare forza al racconto, perché evita giudizi netti e restituisce la complessità della politica reale. Ma il libro non si ferma al passato. Anzi, il suo vero obiettivo sembra essere un altro: rilanciare un’idea di politica. Amatruda insiste su un punto che attraversa tutto il testo: non basta denunciare, non basta lamentarsi. Bisogna costruire, immaginare, proporre . È una critica implicita alla contemporaneità, dominata – secondo l’autore – dalla superficialità dei social e dalla mancanza di visione. In questo senso, Giordano diventa qualcosa di più di un protagonista del passato: diventa un modello. Non tanto per le soluzioni che proponeva, quanto per il metodo. Una politica radicata nei territori, capace di guardare lontano, fondata su responsabilità e coerenza. Il limite del libro, se proprio si vuole individuarne uno, sta nella sua natura profondamente personale. Il coinvolgimento emotivo dell’autore è una forza, ma a tratti riduce la distanza critica. Alcuni passaggi restano più evocati che analizzati, più raccontati che approfonditi. Eppure, è proprio questa scelta a rendere il libro vivo. Quando Salerno era socialista non vuole essere definitivo, né esaustivo. Vuole essere una testimonianza. E, soprattutto, un invito: a rileggere il passato non per rimpiangerlo, ma per capire da dove ripartire. Alla fine, resta una sensazione precisa: che questo non sia solo il racconto di una storia, ma il tentativo di riaprire una possibilità. E non ha caso la prefazione è di Enzo Maraio, leader dei socialisti oggi.

L'articolo ‘Quando Salerno era socialista’: di Gaetano Amatruda proviene da Le Cronache.